• 70 ANNI DI CINA POPOLARE

Il costo umano del maoismo, ecatombe rivoluzionaria

La Cina celebra oggi il 70° anniversario della sua rivoluzione comunista, la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Il costo umano della presa del potere di Mao e dell'applicazione della sua politica fu immenso. Pechino nasconde tuttora decine di milioni di vittime del regime.
- IL REGIME CELEBRA SE STESSO di S. Ticozzi

 

Rivoluzione culturale, umiliazione pubblica delle vittime

La Cina celebra oggi il 70mo anniversario della sua rivoluzione comunista, la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Il presidente Xi Jinping va a rendere omaggio alla mummia di Mao Zedong, il fondatore, di cui vuole seguire le orme. Contrariamente ai regimi post-comunisti o ai paesi ex comunisti, la Cina popolare continua a celebrare il suo passato e a cancellare i crimini dei suoi protagonisti.

Da Deng Xiaoping (giunto al potere nel 1976) in avanti, il paese è molto cambiato, le riforme economiche lo hanno trasformato in un ibrido capital-comunista, dove l’elemento statale è ancora prevalente, ma la libera iniziativa, l’accumulazione di capitali e lo scambio sono permessi. La riforma di Deng ha reso la Cina una potenza economica in quattro decenni. Assieme al cambiamento economico, è diminuito sensibilmente il grado di repressione. Deng, che è responsabile del massacro di Tienanmen, è comunque ricordato come un leader relativamente “mite”, che non è ricorso al terrore capillare e sistematico. La repressione è diminuita per diffusione e intensità e solo sotto Xi Jinping sta vivendo una nuova recrudescenza, specie ai danni delle minoranze religiose cristiane e musulmane. Ma nulla di paragonabile, almeno per ora, alle ecatombi di Mao. Se tutti i regimi comunisti hanno nascosto o nascondono tuttora i loro scheletri nell’armadio, la Cina è riuscita a celare agli occhi del mondo per decenni (e a quelli dei cinesi fino ad ora) una montagna di scheletri. Non esistono dati ufficiali sul numero delle vittime del comunismo cinese, solo approssimazioni dovute a studi demografici e testimonianze di defezionisti e dissidenti. La stima più prudente, accettata anche dai comunisti, parla di 30 milioni di morti. Il politologo Rudolph Rummel, il maggior studioso dei “democidi” (tutte le forme di sterminio di Stato) nel 1994 stimava 35 milioni di vittime del regime. Una stima più alta è del Libro Nero del Comunismo: 65 milioni di morti. E la dissidente Jung Chang, con il marito, lo storico Jon Halliday, biografi (non autorizzati) di Mao, arrivano a contare addirittura 70 milioni di morti. Prendiamo in considerazione la stima più prudente, 30 milioni di morti: è comunque un’ecatombe che già supera quelle di Stalin e di Hitler. Ebbene, è su questo colossale crimine che si fonda la Repubblica Popolare Cinese, la sua storia e la sua attuale struttura: quel che si festeggia in questo 1 ottobre, insomma.

E’ bene ricordare che il terrore rosso iniziò ben prima della nascita della Repubblica Popolare. Già negli anni ’20, il nascente partito comunista agrario, guidato da Peng Pai, condusse campagne di terrore contro i proprietari terrieri, i contadini “ricchi” e i nemici politici, con una crudeltà inaudita (si giunse fino al cannibalismo). Mao Zedong estese il terrore nelle regioni controllate dal suo movimento di guerriglia, con metodi che sarebbero stati poi sistematizzati nel suo regime. Le guerre civili furono due. Nazionalisti e comunisti si contendevano l'egemonia della nascente Repubblica cinese, nata sulle ceneri del pluri-millenario Impero (crollato nel 1912). La prima vera e propria guerra, iniziata con la fondazione del Soviet nel 1931, si concluse con una vittoria tattica dei nazionalisti di Chiang Kai-shek nel 1935. I comunisti sfuggirono all'annientamento con una ritirata, passata alla storia come Lunga Marcia, dalla costa meridionale alla regione settentrionale dello Shaanxi. Il territorio dello Shaanxi settentrionale, con la città di Yanan come capitale provvisoria divenne il primo Stato cinese comunista. Nel 1937 il Giappone occupò Pechino e invase la Cina orientale. La guerra contro il Giappone obbligò Chiang Kai-shek a una tregua con i comunisti. Si formò temporaneamente un fronte unito. Ebbene, la prima grande “purga” avvenne nei territori costieri controllati dai comunisti nel 1930-31, la seconda a Yanan nel 1942-43, dunque anche nel pieno della guerra contro il Giappone. La seconda guerra civile iniziò subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (1945) con il ritiro delle forze di occupazione giapponesi. Il fronte unito contro l'invasore si ruppe. Il regime nazionalista di Chiang Kai-shek, che pure era aiutato dagli Stati Uniti (suoi alleati contro il Giappone fin dal 1937), riconosciuto anche dall'Urss e membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, venne sconfitto dopo quattro anni di dura lotta. Ritiratosi a Formosa, attuale Taiwan, il suo regime, democratizzato e riformato, sopravvive ancora oggi solo su quell'isola. Pechino, tuttora, la considera come "provincia ribelle". Fino al 1971 fu rappresentato all'Onu come unico legittimo governo cinese. Solo successivamente alla rappacificazione fra il presidente degli Usa Richard Nixon e Mao Zedong, quel seggio venne occupato dal regime maoista.

La guerra civile fu molto violenta ed entrambe le parti, sia nazionalisti che comunisti, commisero crimini di massa. Rummel stima che il regime nazionalista si rese responsabile di 10 milioni di morti, dal 1931 al 1949. Tuttavia, solo nei territori occupati dai comunisti i crimini erano sistematici: erano parte di una politica "di classe", di una trasformazione forzata della società. Nel 1948, quando Mao controllava già gran parte del paese, iniziò la sua “riforma” agraria, con l’uccisione sistematica di tutti i contadini appartenenti alle classi “ricche”, dopo processi farsa, in pubblico, spesso aizzando i contadini più poveri contro di loro. Dopo la nascita della Repubblica Popolare, il 1 ottobre 1949, questa divenne la politica di Stato. Fu una lotta di classe praticata sul campo, in modo spesso teatrale, con pubbliche accuse e linciaggio collettivo delle vittime. La grande purga arrivò nelle città nel 1951, quando la Cina, pur senza dichiararlo, intervenne contro le truppe dell'Onu nella guerra di Corea. In quel caso, tutti i politici e gli intellettuali dei partiti di sinistra e democratici, ancora apparentemente legali, vennero bollati come “destrorsi” ed epurati, o uccisi o inviati nei campi di lavoro e rieducazione (Laogai). La purga si abbatté subito sugli imprenditori e sui commercianti. Vennero vessati con una tassazione insostenibile, poi isolati socialmente, infine internati. Coloro che accettarono di collaborare vennero risparmiati, ma al prezzo di denunciare altri nomi. La polizia politica non badava a prove o altro: si doveva rispettare una quota di arrestati e di fucilati per ogni villaggio e per ogni città. Le quote erano stabilite a priori, secondo la grezza sociologia di classe del Partito.

Le religioni organizzate, in Cina, scomparvero o vennero assoggettate in questa fase della mattanza. Prima vennero colpiti i missionari. Essendo stranieri furono bollati come “spie” e vennero o espulsi (nella migliore delle ipotesi), o internati. I missionari scomparvero quasi del tutto dalla Cina fra il 1951 e il 1955, riducendosi da circa 6000 a poche decine. Una volta scomparsi i loro occhi “indiscreti”, isolate le comunità religiose, vennero arrestati milioni di fedeli cristiani di tutte le confessioni in un’unica ondata persecutoria dal 1951 al 1955. Un tipo differente di repressione religiosa ed etnica al tempo stesso si ebbe in Tibet, conquistato dalla Cina nel 1950 e sottoposto a un durissimo regime di occupazione che dura tuttora. Le religioni organizzate, da allora, vennero assoggettate al Partito, con la nascita di “Chiese” parallele, associazioni patriottiche (come quella cattolica, tuttora dominante) controllate dai comunisti.

Si può dire che il regime comunista eliminò tutti i suoi nemici fino al loro esaurimento dal 1949 al 1955. Ma una volta conseguito questo obiettivo, c’era da creare l’“uomo nuovo”. Prima di tutto la purga si abbatté sugli intellettuali, considerati critici o non sufficientemente entusiasti. La prima campagna fu quella contro i “controrivoluzionari occulti”, cioè quegli intellettuali comunisti marxisti leninisti che osavano essere troppo indipendenti dal Partito. Vennero arrestati, uccisi e internati in massa. Infine Mao concesse, per i primi mesi del 1957, una finta libertà di espressione. Furono i “cento fiori” (espressione cara anche ad alcuni comunisti odierni), che avrebbero dovuto sbocciare e che invece servirono solo a Mao per individuare i suoi nemici. Alla libertà seguì la censura e l’arresto di massa di tutti coloro che avevano osato esprimersi in modo critico.

Per fare l’uomo nuovo, non bastava colpire gli intellettuali, si doveva plasmare di nuovo la società alla radice, fin dai più piccoli villaggi agricoli. Così, alla fine del 1957, Mao lanciò il Grande Balzo Avanti, che avrebbe dovuto trasformare la Cina in un Paese industrializzato in tre anni. I contadini vennero radunati in unità collettive di migliaia di persone, dove tutto doveva essere svolto, consumato e prodotto in comune. Non solo erano obbligati ad applicare quelle che erano considerate le tecniche agricole sovietiche più all’avanguardia, ma avrebbero dovuto diventare contadini-operai: nelle comuni vennero installati altiforni “portatili” per la produzione di acciaio. Il risultato apparve già catastrofico l’anno dopo, nel 1959: sia per l’applicazione di tecniche agricole sbagliate, sia per la stessa organizzazione collettivista che disincentivava il lavoro scoppiò la grande carestia, la più grande della storia mondiale del XX Secolo. La carestia, che durò tre anni dal 1959 al 1961, fu anche un periodo di scatenamento del terrore politico: contadini accusati di rubare alla collettività, produttori che non producevano abbastanza, comunità intere condannate all’isolamento e alla fame (tutte dovevano, in teoria, essere autarchiche), vennero collettivamente condannate e massacrate. Il bilancio della grande carestia, a seconda delle stime demografiche, va dai 20 ai 40 milioni di morti in tutta la Cina, con picchi soprattutto nello Henan e nell’Anhui, province controllate da fedelissimi di Mao.

Infine, come tutte le rivoluzioni, anche quella cinese iniziò a divorare i suoi figli. La Rivoluzione Culturale, totalmente fraintesa in Occidente come movimento di rivolta giovanile (e presa a modello nel Sessantotto), fu l’equivalente del Grande Terrore di Stalin: l’eliminazione totale dei rivali di Mao all’interno del Partito. Il terrore scoppiò nei primi anni 60 come conseguenza della grande carestia. Chiunque aveva assistito agli orrori nelle campagne e a tutti i livelli del Partito c'era aria di ammutinamento. Mao e i suoi fedelissimi ricorsero a rimedi estremi per conservare il potere. Rispetto all'Urss staliniana, cambiarono i metodi: mentre Stalin usava la polizia politica (Nkvd) per arrestare i suoi rivali nel cuore della notte e poi li faceva condannare in processi farsa, solo formalmente regolari, in Cina non vi fu nemmeno la parvenza della legalità. La Rivoluzione Culturale fu un gigantesco pogrom, i cui i giovani e giovanissimi del Partito venivano aizzati contro i quadri e i dirigenti nemici (o presunti tali). Nella fase più acuta, la Rivoluzione divenne una vera e propria guerra civile. Molti dei perseguitati di allora, divennero dirigenti sotto Deng.

Il terrore indiscriminato non si placò nemmeno con la morte di Mao, il 9 settembre 1976. Il suo successore Deng decelerò il terrore, ma non lo fermò del tutto. Introdusse nuove forme di persecuzione, come la campagna degli aborti forzati, nota come “politica del figlio unico” con cui impose una rigida pianificazione familiare secondo teorie malthusiane molto di moda allora come adesso. I morti di Deng si contano, probabilmente, nella misura di un cinquantesimo di quelli prodotti da Mao, ma sempre che non si conti quel mezzo miliardo di cinesi che non sono mai venuti alla luce, per ordine del Partito.