• MESSICO

Il bimbo messicano giocava e non ha uno zio gay

Ha fatto il gro del mondo ed è diventata un'icona della lotta all'omofobia, ma la foto simbolo del bimbo che si oppone alla Marcha por la familia è stata strumentalizzata. Un giornale messicano scova i famigliari che denunciano: "Non ha nessuno zio gay, stava soltanto giocando". Così da un'immagine fuori contesto si è costruito uno dei più colossali bluff giornalistici globali, con il solo scopo di umiliare chi lotta per la famiglia naturale accusandolo di omofobia. Un gioco a cui si è prestata anche la stampa liberal italiana. 

La foto scattata dal fotografo Manuel Rodriguez

E adesso chi lo spiega a Corriere e Repubblica e a tutti gli altri cantori della rivoluzione Lgbt che il piccolo bambino messicano non stava sfidando nessuno, ma stava semplicemente giocando? I lettori della Nuova BQ ricordano la vicenda: un bambino di appena 13-14 anni che si mette di fronte alla Marcha por la familia a Celaya, in Messico in uno dei 120 appuntamenti che hanno animato sabato 10 settembre la più grande manifestazione per la famiglia mai vissuta in Messico. I giornali di tutto il mondo avevano costruito la notizia basandosi su un post su Facebook dell’autore di quella foto, un giornalista freelance che asseriva di aver parlato col bambino: “Ha uno zio gay e non vuole che sia odiato”.

In poche ore i giornali e le televisioni di tutto il mondo avevano rilanciato la notizia in fotocopia, ciclostilata come un bollettino di guerra: “Il bambino che sfida la marcia omofoba”, dando per scontato due dati che in realtà sono falsi. E cioè che chi marcia per la famiglia è omofobo e chi si oppone, come questo bambino, merita di essere paragonato all’uomo che si oppose ai carri armati di Piazza Tien An Men.

Una foto simbolo, che doveva rendere esemplare la lotta per i diritti gay con la complicità della grande stampa. Una foto che doveva parlare più dei fatti, dato che i fatti non potevano sostenere questa tesi.

Le cose non stavano così e la Nuova BQ l’aveva subodorato, ma aveva solo qualche indizio, così aveva lasciato aperto il campo al dubbio che le cose non fossero andate davvero così. Nei giorni scorsi è arrivata una conferma che mette una pietra tombale sulle rivendicazioni da parte della comunità Lgbt che già aveva l’acquolina e stava diffondendo la foto come un totem. La foto era vera, ma il bambino stava semplicemente giocando. A scoprire il terribile bluff, che apre scenari inquietanti sulla complicità del sistema dell’informazione nella massiccia campagna della rivoluzione antropologica, è stato un quotidiano messicano, ma difficilmente la notizia, che sarebbe passata per rettifica o per ingiustificabile sputtanamento in tutto il mondo, verrà ripresa perché smonta a tutti gli effetti la tesi e getta in grave imbarazzo i cantori dell’emergenza omofobica. Che non esiste.

A scoprire che in realtà era tutto un bluff è stato un quotidiano messicano, El Universal che si è preso la briga di fare ciò che ogni giornalista dovrebbe fare: verificare la notizia. E così ha sguinzagliato la corrispondente da Celaya, Xochitl Alvarez, la quale partendo dal luogo in cui il bambino ha fatto capolino è andata a ritroso per cercarne le tracce.

Cercando cercando la giornalista è riuscita a trovare la zia e a scoprire che il piccolo è figlio di commercianti ed è di carattere irrequieto. Ma quel giorno non ha fatto nessuna manifestazione politica per il semplice fatto che stava giocando e perché non ha nessuno zio gay. Insomma, la zia lo ha detto chiaro e tondo: il giornalista si è inventato tutto, non ha mai parlato col minore. A conferma di ciò c’è il fatto che la stessa cronista è andata a chiedere alla locale comunità Lgbt di Celaya sull’esistenza dello zio: risultato negativo.

Dall’articolo si apprende anche un curioso effetto collaterale: il bambino a scuola è stato preso in giro dai compagni che lo hanno accusato di essere gay. E’ la stessa zia a dirlo, aggiungendo che i genitori, con cui poi successivamente la cronista ha parlato al telefono, hanno proibito a chiunque di avvicinarsi al piccolo per sottrarlo ad una morbosità mediatica che stava diventando patologica. Il giornale ha dato nome a quel bambino Alejandro, ma specificando che si tratta di un nome di fantasia per non continuare ad esporlo mediaticamente. Però i dettagli forniti dall’inviata, che mostrano come ci sia stata una ricerca seria e documentata, depongono a favore che l’articolo sia vero.

Insomma: è tutta una grande bufala, costruita per malafede e servendosi di un bambino ignaro e mosso da tutt’altre intenzioni. Davvero un grande esempio di giornalismo, creato ad hoc per sostenere tesi e servendosi dei più indifesi, i bambini, dei quali, mascherandosi dietro le leggi di tutela della privacy che vengono utilizzate solo quando fa comodo, è più facile la strumentalizzazione.

Ma la rivoluzione antropologica del gender, dell’omofobia, della distruzione della famiglia naturale fondata sul matrimonio, che si serve del favore in ginocchio di politici, istituzioni e stampa liberal, aveva bisogno di nuova carne da cannone per veicolare un’immagine che facesse presa e intenerisse il pubblico. A fare da grancassa una stampa che si fregia del titolo di essere indipendente, ma che ancora una volta ha mostrato bene da chi prende ordini usando a piacimento un bambino per accusare di omofobia, dunque di quello che se dovesse passare la Scalfarotto sarà un reato a tutti gli effetti, chi difende il diritto ad esistere come pilastro della società. In fondo, che la storia fosse vera o no che importava? Perché secondo il sistema dell’informazione che ci domina non c’è niente di più vero di una notizia falsa. L’importante è farlo credere. 

Dona Ora