• LARGHE INTESE

I falchi si rassegnino, il governo resisterà

Grandi manovre dentro i due grandi partiti, Pd e Pdl, entrambi a rischio di scissione. I falchi delle due parti vorrebbero andare al voto al più presto. Ma il governo è destinato a durare almeno fino al 2015, dopo il semestre europeo.

Berlusconi e Renzi

Berlusconi ha capito che il governo Letta non ha alternative e sa bene che non può farlo cadere. Le sue “prove muscolari”, assecondate e amplificate dai falchi del suo partito, non si riveleranno decisive e mirano, probabilmente, solo a provocare scossoni ma senza far crollare il quadro politico. Lo stesso Renzi, dall’altra parte della barricata, vorrebbe capitalizzare l’entusiasmo che si sta creando attorno alla sua figura e accorciare il più possibile i tempi della sua scalata a Palazzo Chigi attraverso nuove elezioni, ma sa bene che le urne nel 2014 non si apriranno, se non per rinnovare il Parlamento europeo e qualche amministrazione locale.

Che il governo debba comunque continuare a navigare in acque tempestose lo si capisce ogni giorno. La riapertura del “caso Cancellieri”, con nuove rivelazioni sulle telefonate tra il ministro e la famiglia Ligresti, e lo scoppio dell’emergenza Alitalia, che rimette in forse il salvataggio della compagnia aerea di bandiera, indeboliscono certamente l’azione della squadra di Letta, che tuttavia sta traendo forza da alcuni segnali europei e internazionali, non ultimo quello sulla fiducia riposta (e dichiarata solennemente) nella ripresa economica italiana da alcuni autorevoli soggetti del mondo economico e finanziario d’oltreconfine.

Ma nonostante una debolezza ormai strutturale delle larghe intese, il Quirinale non contempla uno scenario alternativo e, soprattutto, non prende neppure in considerazione lo scioglimento anticipato delle Camere prima del 2015, cioè prima del semestre italiano di presidenza Ue. Nel caso in cui il “cupio dissolvi” dovesse disintegrare l’attuale esecutivo, Napolitano favorirebbe la nascita di un governo di scopo, per riformare la legge elettorale, condurre in porto la legge di stabilità, consolidare il quadro economico-finanziario che sta registrando qualche timida ripresa e guidare l’Italia durante il secondo semestre 2014, quello della nostra presidenza Ue.

Per quanto riguarda il centro-destra, a meno di rinvii dell'ultima ora, domani si riunirà il consiglio nazionale del Pdl, che decreterà il passaggio definitivo a Forza Italia e che potrebbe approvare un documento unitario su governo, decadenza di Berlusconi e legge di stabilità. I lealisti di Fitto vorrebbero che, in caso di decadenza di Berlusconi, il partito togliesse l’appoggio al governo; i governativi di Alfano premono perché le sorti di Letta non siano legate alla probabile decadenza da senatore del leader del centro-destra. L’ipotesi più probabile resta quella di un compromesso tra le due componenti, in nome di una fittizia unità. Il movente, però, sarebbe un altro: la “tregua armata” tra falchi e colombe in questo momento conviene a tutti perché lo scenario è nebuloso e nessuno ha voglia di fare mosse false e azzardate e spericolate. In primis il Cavaliere, che continua a sperare in un nuovo rinvio del voto sulla sua decadenza da senatore perché teme che la procura di Napoli possa recapitargli un ordine d'arresto nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta compravendita di senatori all'epoca del governo Prodi.

L’ostruzionismo di parte del Pdl sulla legge di stabilità, con la presentazione di numerosi emendamenti, punta proprio a far slittare a dicembre o addirittura al 2014 il voto sulla decadenza del leader del centro-destra. Nel frattempo, nuove scottanti carte potrebbero supportare una richiesta di revisione del processo e rimettere in discussione il verdetto della Cassazione sul caso “Mediaset e diritti tv”.

Il Cavaliere, peraltro, invoca ufficialmente l’unità del partito, ma sotto sotto ha convenienza nel mettere l’un contro l’altro armati il suo (ex?)delfino, Angelino Alfano e il capo dei lealisti, Raffaele Fitto, che anni fa si attirò le antipatie di Berlusconi per aver candidato un suo fedelissimo (Palese) alla Presidenza della Regione Puglia, anziché la Poli Bortone, proposta dall’ex premier. Tutti sanno come andò a finire: Vendola vinse a mani basse e Berlusconi diede la colpa a Fitto. Oggi quest’ultimo sembra decisamente risalito nel “borsino” di Arcore.

Nel Pd i rischi di scissione non sono meno concreti che nel Pdl. Le defezioni di Prodi, Chiamparino, Camusso e altri, che non andranno a votare per le primarie, hanno tolto il sonno a Renzi, che teme il flop. La sua vittoria non è in discussione, i sondaggi lo dicono chiaramente, ma un conto è un’investitura con diversi milioni di voti, altro conto sarebbe una vittoria ma con una base numerica meno solida. Peraltro lo scandalo delle tessere gonfiate e il conseguente blocco delle adesioni hanno certamente inferto un duro colpo allo slancio partecipativo della base, già fortemente delusa per l’appoggio ad un governo con l’odiato amico berlusconiano.

Oggi, peraltro, dovrebbe essere il giorno della definitiva uscita da Scelta Civica della componente più filo-governativa che fa capo a Mario Mauro. Prove di “grande centro” con le colombe del Pdl? È presto per dirlo, ma certamente il prolungamento dell’esperienza delle larghe intese favorirà processi di scomposizione e riaggregazione delle attuali forze politiche.

E la bocciatura in Commissione affari costituzionali del Senato di un ordine del giorno del Pd sulla riforma elettorale nella direzione del doppio turno la dice lunga sulla reale volontà dei grillini e del centro-destra (ma anche di molti del Pd) di andare a votare, presto o tardi, ancora con il “porcellum”, pubblicamente odiato e segretamente amato.

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