a cura di Stefano Fontana
  • NON UN DIO GENERICO MA UN DIO VERO

I corti circuiti della libertà di religione

Il diritto alla libertà di religione è ormai acquisito nella Chiesa cattolica, al punto che viene ormai dato per scontato. Eppure prima del Concilio esso non veniva accettato. Credo che su questo punto l’ermeneutica della riforma nella continuità, indicataci da Benedetto XVI debba fare ancora qualche passo chiarificatore. Né la Dichiarazione Dignitatis humanae del Vaticano II né le precisazioni successive sul tema hanno chiuso la questione e fugato ogni perplessità. Il problema rimane ancora aperto e il Magistero dovrà intervenire ancora.

Nella concezione attuale della libertà di religione si notano almeno tre cortocircuiti che ingarbugliano il ragionamento e lo incartano dentro se stesso. Vediamoli brevemente.

Il primo riguarda la dignità della persona umana. A cominciare dalla Dignitatis humanae si dice che la libertà di religione è fondata sulla dignità della persona, che precederebbe ogni scelta religiosa, qualunque essa sia. È però chiaro che la dignità della persona non può avere il proprio fondamento ultimo in se stessa: l’uomo non si fonda sull’uomo. La dignità della persona ha il suo fondamento assoluto in Dio, anche sul piano naturale oltre che, naturalmente, su quello soprannaturale. Tolto di mezzo Dio, anche la dignità della persona viene perduta. E non un Dio qualsiasi, ma il Dio vero. Infatti tutte le altre religioni diverse dalla religio vera deturpano, più o meno, la natura umana, mentre solo il Dio vero – il Dio dal volto umano - ha rivelato l’uomo a se stesso. Allora ecco il cortocircuito: la libertà di religione si fonda sulla dignità umana, ma la dignità umana si fonda sull’Unico Dio vero. Come la mettiamo?

Il secondo riguarda i limiti della libertà di religione. La Dignitatis humanae individua questi limiti nel rispetto dell’ordine pubblico. L’autorità politica potrebbe quindi limitare la libertà di religione quando le pratiche religiose comportassero, per esempio, violazione dei diritti umani o della giustizia. Anche qui, però, vale la stessa domanda: su cosa si fonda l’ordine pubblico? Se esso si fonda sulla convenzione, o su quanto dice il potere, o sugli usi e costumi… sarebbe molto debole e incapace di fondare alcunché, essendo infondato esso stesso. Se invece esso di fonda sull’ordine naturale e finalistico della società umana allora rimanda a Dio. Ma non – ci si deve ripetere – a un Dio qualsiasi perché le altre religioni diverse da quella vera sono incapaci di fondare un ordine naturale e finalistico, come capita per esempio per l’Islam o per il Protestantesimo. Ecco allora il cortocircuito: la libertà di religione ha come limite l’ordine pubblico ma l’ordine pubblico ha bisogno dell’Unico vero Dio.

Il terzo cortocircuito riguarda il principio secondo cui nell’uomo c’è una religiosità naturale. La Dignitatis humanae parla di un dovere di cercare la verità. Questa religiosità naturale, espressione dell’essenza umana, fonderebbe la libertà di religione, ossia la libertà di ricerca del Fondamento ultimo. San Tommaso parlava, a questo proposito, della virtù di religione, da contrapporre all’incredulità. Ora, questa inclinazione naturale a Dio non deve intendersi come generica e vuota, diretta cioè ad un mondo del divino vagamente inteso, ma come un cammino tracciato dalla natura umana, finalisticamente orientato a quanto essa esige, svolto con l’uso della retta ragione. San Tommaso la considerava una “virtù” proprio per questo: non un cercare a caso, un percorrere vie strane, ma come seguire il percorso che naturalmente conduce al Dio vero e che trova soddisfazione nell’incontro tra la ragione e la fede rivelata. Ecco allora il terzo cortocircuito: la libertà di religione viene fondata su una religiosità naturale, ma questa è già naturalmente orientata all’Unico e vero Dio.

Anche limitandoci solo a questi tre cortocircuiti, si vede che ciò che dovrebbe fondare la libertà di religione richiede invece di essere fondato sulla religio vera, non un Dio generico ma il Dio vero ed Unico. Per questo si deve sostenere che la questione della libertà di religione non è ancora chiusa e il Magistero senz’altro dovrà tornare a considerarla e a precisarla.