• LA MOSTRA

I capolavori impressionisti svelano l’origine della modernità

Lo sguardo acuto e penetrante  con cui gli impressionisti hanno rappresentato la città e la natura  ci suggerisce una prospettiva per esplorare e costruire la modernità su basi nuove. È questa la bellezza dell’esposizione allestita al MA*GA di Gallarate fino al 9 gennaio 2022. Ospitando autori famosissimi, ci mostra il loro coraggio di immaginare e realizzare soggetti e forme mai visti, in un mondo in piena trasformazione

Le avanguardie hanno il compito di rompere con il passato per conquistare orizzonti originali. Gli impressionisti di fine Ottocento costituirono una avanguardia sconvolgente che, attraverso svariati tentativi e interpretazioni, riuscì a sfidare la pittura tradizionale con le mostre parigine ai Salons ufficiali. Sperimentarono tecniche originali e sorprendenti per trasmettere in modo efficace i loro nuovi valori. Possiamo ripercorrere la volontà degli impressionisti di raggiungere “la definitiva uscita dell’arte dal regno del mito e la sua compromissione con la vita moderna, terreno in cui cercare la nuova bellezza”, nella splendida mostra Impressionisti. Alle origini della modernità, ospitata  negli ariosi spazi del MA*GA, il Museo d’Arte di Gallarate (Varese). Un’impresa, quella dei curatori della rassegna, sotto la direzione scientifica di Sandrina Bandera, Emma Zanella e Vincenzo Sanfo, davvero ammirevole, soprattutto  in un periodo non facile come quello che stiamo vivendo, ancora segnato dalla lotta contro il Covid; ma nello stesso tempo un’impresa capace di offrire, grazie all’arte, un punto di ripartenza verso il futuro.

Con oltre 180 opere dei maggiori esponenti della pittura francese e italiana del Secondo Ottocento, da Géricault a Courbet, da Manet a Renoir, da Monet a Cézanne e Gauguin, da Boldini a De Nittis (ma c’è anche un prezioso van Gogh), provenienti da collezioni pubbliche e soprattutto private, la rassegna ci racconta la rivoluzione stilistica del movimento nato alla fine del XIX secolo. Gli impressionisti, come fa notare la Zanella, apparentemente conducevano l’immagine verso una semplificazione, ma in realtà le infondevano una profondità, una ricchezza, una vita segreta come mai era stato fatto prima. Il sogno di quella generazione di artisti, l’assoluto cui tutti aspiravano, era  l’aspetto inedito di una Natura da interpretare, in forme e modi di comunicazione diversi e lontani da ogni condizionamento storico. Si possono così cogliere due tipi di Natura: da una parte la metropoli con i suoi boulevard (perché è Parigi la città delle avanguardie), i caffè, le conquiste e le miserie della vita cittadina; dall’altra la campagna con i campi (i covoni!) e la vita all’aperto.

L’itinerario di visita si articola in una serie di sezioni, identificate ciascuna dal titolo di un capolavoro letterario di fine Ottocento. Si susseguono pertanto Correspondances di Charles Baudelaire, Le ventre de Paris di Émile Zola, La Comédie humaine di Honoré de Balzac, À Rebours di Joris-Karl Huysmans. Nella prima sezione viene indagato il rapporto uomo-natura e spiccano, tra gli altri, un quadro spumeggiante con i suoi colori sfumati di pastello su cartoncino come La vague (L’onda), opera di Claude Monet, oppure il misterioso olio su tela di Gustave Courbet Forêt sous la neige (Foresta sotto la neve). Colpiscono nella seconda sezione le tinte fosche di La barricate (La barricata) di Édouard Manet, che ci mostra le lotte crudeli dei tempi rivoluzionari della Comune di Parigi, o le acqueforti di Camille Pissaro e le litografie di Paul Signac, che svelano la durezza del lavoro dei contadini e degli operai. E che dire dell’intensità dei ritratti di Baudelaire (dipinto da Édouard Manet) o di Wagner (opera di Pierre-Auguste Renoir) che colgono in pochi tratti la profondità di personalità così famose?

La rassegna prosegue con artisti del calibro di Auguste Renoir, Berthe Morisot e i cosiddetti “italiani di Parigi”: Giuseppe De Nittis, Giovanni Boldini e Federico Zandomeneghi. Tutti in grado di raffigurare le trasformazioni sociali di quella che Baudelaire definiva La Vie Moderne. Le signore con l’ombrellino distese sui prati della Normandia di Onival, Prairie et villas (Onival, praterie e ville) di Firmin-Girard, che spiccano nel quadro-manifesto della mostra, alludono ai riti della villeggiatura della nascente e ambiziosa  borghesia ai tempi della Belle Époque. Nell’ultima sezione della ricca rassegna possiamo ammirare come vestivano, come ballavano, come si atteggiavano le belle donne all’inizio del nuovo secolo, magistralmente dipinte da Giovanni Boldini, accanto ad elegantissimi abiti originali dell’epoca o a magnifici piatti di ceramica e vasi sontuosamente decorati, che appartenevano alle raffinate dimore delle classi privilegiate.

È una mostra che ci permette di immergerci negli inizi della modernità, con le sue luci e le sue ombre, per indicarci il travaglio di un’epoca che cercava altre strade da percorrere. Da una parte c’era un grande amore per la Natura, con la luce in tutta la sua purezza e l’ombra fatta di striature che toccano molti colori; dall’altra l’osservazione diretta della realtà, dei lavoratori, dei contadini, di coloro che vivevano ai margini della società, dei dimenticati, dei “miserabili”. In campagna e in città, nelle strade, con il freddo e con la fame. Insomma, gli impressionisti avevano l’ardire di mostrare la verità della vita, anche nei suoi contrasti più stridenti. Non rivolgevano dunque lo sguardo solo sui prati e sui giardini, i boulevards, le corse di cavalli e lo scintillio dei teatri, ma guardavano l’esistenza tutta, nella sua vorticosa trasformazione verso il nuovo che ieri, come oggi, lascia dietro di sé anche emarginazione e sofferenza. Questo ci propone, nella sua completezza e  profondità, l’esposizione del MA*GA, che non si accontenta del bagliore soffuso e un po’ vacuo cui spesso si riduce il cliché dell’impressionismo. Quegli artisti tormentati e irrequieti, infatti, erano davvero determinati a mostrare la realtà nella sua interezza, fatta di gioia, dolore e mistero.

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