• AL CIELO

Hooper, colui senza il quale Lewis sarebbe incompiuto

Hooper, grande amico e segretario di C.S. Lewis, è morto a dicembre. La sua esistenza fu fondamentale per indicare il senso profondo dell’opera lewisiana. Un senso, un cammino, la cui meta è la vera fede. Lewis resta non cattolico, ma, con lui, può un cattolico restare non lewisiano?

L’8 gennaio, nella chiesa dell’Oratorio di san Luigi Gonzaga di Oxford, in Inghilterra, è stata celebrata la Messa di suffragio per Walter McGehee Hooper: segretario e amico di C.S. Lewis (1898-1963), l’uomo a cui dobbiamo molto, e di molto pregevole, di quanto di Lewis è stato pubblicato.

Di lui conservo come un tesoro il ricordo dei modi raffinati da gentleman nei suoi tweed color autunno pastello di fronte alle sorprese della vita, modi che si palesavano con uno sfavillio dolce e arguto degli occhi, e un caratteristico, impercettibile portarsi la mano al cuore, come quando accolse con stupore e gioia il dono con cui lo ringraziai per essere stato mio ospite a un convegno milanese su Lewis, ovvero una punta del miglior parmigiano-reggiano su piazza, che molto amava.

Hooper è scomparso il 7 dicembre all’età di 89 anni. Una malattia terribile cercava di rapirlo da anni, ma Hooper ha sempre resistito come un cavaliere. È stato il CoViD-19 a prenderselo.Era americano, del Sud, nato nel 1931 a Reidsville, in North Carolina. I suoi modi da gentleman inglese di adozione erano radicati nello spirito aristocratico “sudista”.

Dopo essere stato docente di Inglese nell’Università del Kentucky di Lexington, nel 1963 fu a fianco di Lewis, nella casa di Oxford chiamata «The Kilns», assistendo nel lavoro il grande letterato mentre la sua salute declinava e così fino alla morte. Dopo la scomparsa del suo amico e mentore Lewis, Hooper si stabilì a Oxford e prese a curarsi professionalmente dell’eredità letteraria di Lewis stesso, diventando il curatore di porzioni significative della sua produzione, inclusi gli epistolari, e raffinato studioso di carte inedite.

Fu molto vicino anche allo scrittore inglese Owen Barfield (1898-1997), altro membro importante di quel fantastico circolo umano e letterario degli Inklings che in Lewis e in J.R.R. Tolkien (1892-1973) ebbe i propri perni, fungendo anche da esecutore letterario di Barfield dal dicembre 1997 all’ottobre 2006.

Hooper era anglicano quando conobbe e lavorò con l’anglicano Lewis. A Oxford studiò (nella St. Stephen House, il seminario anglicano dell’Università di Oxford) persino per diventare ministro di culto anglicano, venendo ordinato diacono nel 1964 e sacerdote nel 1965. Poi divenne pure cappellano del Wadham College dell’Università di Oxford dal 1965 al 1967, quindi del Jesus College, nel medesimo ateneo, dal 1967 al 1970. Intanto studiava e approfondiva Lewis, ogni suo minimo anfratto, ogni virgola. Si confrontava con gli aspetti più dibattuti della sua biografia e affrontava i nodi più impegnativi della sua produzione, anche sul piano teologico. Molti, infatti, oltre il mare delle Isole britanniche forse non lo sanno e nemmeno lo sospettano: ma Lewis è stato anche un teologo di primaria importanza e un apologeta professo del cristianesimo. Certo, secondo la dottrina anglicana, ma nondimeno le sue dissertazioni filosofiche-teologiche restano urgenti.

Ebbene, il confronto continuo con Lewis e con la sua teologia, e diverse circostanze personali, hanno infine spinto Hooper, nel 1988, al grande passo: la conversione al cattolicesimo. Ora, molti degli anglicani conservatori come Lewis, e come Hooper, possono sembrare, da sempre, vicini alla teologia cattolica, talora persino indistinguibili. Ma qui sta il problema. Spesso gli anglicani della cosiddetta «Chiesa alta» e gli anglocattolici ‒ come per esempio T.S. Eliot (1888-1965) ‒ sono tanto vicini al cattolicesimo da non sentire il bisogno di spingersi oltre, paghi del proprio percepirsi, tutto sommato, “cattolici in Inghilterra” (o in Irlanda, ma il fenomeno è diffuso in tutto l’ecumene anglofono) e minimizzando così questioni invece decisive: per esempio il primato petrino (e per alcuni, non tutti, la devozione mariana). Finisce insomma che i più vicini restano lontani.

Lewis stesso, per esempio. Il suo grande viaggio dal razionalismo agnostico al deismo e poi al cristianesimo ha avuto anche un padrino di eccezione quale Tolkien. Ma Tolkien era cattolico e rimase male quando Lewis, di cui era amico intimissimo, si fermò “sulla soglia” restando un anglicano conservatore, anche prossimo al cattolicesimo, ma mai coraggioso al punto di convertirsi a Roma. Ed è qui (anche qui) che Hooper entra in scena.

Ho avuto l’onore di godere dell’amabilità e della scienza di Hooper. Ho sempre pensato che sentire parlare Hooper di Lewis possa essere stato come sentire Tolkien narrare ad alta voce le storie della Terra di Mezzo. Passeggiando per la cittadina umbra di Narni non si può non ricordare che è stato proprio Hooper ad appurare che il toponimo «Narnia» Lewis lo prese proprio lì: Narnia è del resto l’antico nome latino di Narni, e sostare fra le sue antiche mura e sulle sue vie apre un mondo intero nel cuore. Insomma, quella di Hooper per Lewis è stata una devozione pari a quella che per Tolkien hanno molti che hanno ritrovato la fede proprio grazie a Tolkien. Il discorrere che Hooper faceva di Lewis era attraversato da una impressione talora diretta altre indiretta, ma sempre indelebile. L’impressione che la conversione al cattolicesimo di Hooper sia stata dovuta al confronto con l’anglicanesimo di Lewis, quasi dialogando con esso.

Sarebbe stupido dire che in Hooper si legge un Lewis finalmente compiuto, ma è certo vero che chi ama Lewis deve molto, moltissimo a Hooper. Sul piano filologico per l’acribia con cui ha rispolverato testi, pubblicato scritti, chiarito lacune e difeso la verità, al punto da venire ingiustamente anche accusato di manipolazione, un’accusa infondata e superata (che per purtroppo ha saputo irretire anche qualche “buono”). Ma il suo enorme contributo di chiarezza non si ferma al piano filologico.

Per restare nell’ambito di questo mondo, e in particolare degli Inklings, se è una verità da ricordare a gran voce il fatto che alcune delle pagine più belle e clamorose di Tolkien padre le si deve all’opera di scavo di Tolkien figlio, Christopher (1924-2020), è una verità anche dire che Hooper ha saputo, con la propria opera e soprattutto con la propria vita, indicare il senso profondo dell’opera lewisiana. Un senso, un cammino, la cui meta è la vera fede. Lewis resta non cattolico, ma, con Walter Hooper, l’amico Hooper, può un cattolico restare non lewisiano?