• COMUNISMO CINESE

Hong Kong, arrestati tre campioni della causa democratica

Il governo di Hong Kong ha dato un giro di vite notevole contro la protesta democratica che va avanti da giugno. Ieri mattina ha arrestato tre campioni della causa democratica, l’imprenditore ed editore cattolico Jimmy Lai, il sindacalista Lee Cheuk-yan e il parlamentare democratico Yeung Sum

Jimmy Lai subito dopo il rilascio

Forse approfittando del momento di emergenza sanitaria, ma con tempismo veramente sospetto, il governo di Hong Kong ha dato un giro di vite notevole contro la protesta democratica che va avanti da giugno. Ieri mattina ha arrestato (e rilasciato il giorno stesso) tre campioni della causa democratica, l’imprenditore ed editore cattolico Jimmy Lai, il sindacalista Lee Cheuk-yan e il parlamentare democratico Yeung Sum. Saranno processati il prossimo 5 maggio per aver partecipato alla manifestazione illegale del 31 agosto scorso.

Il 31 agosto le autorità avevano vietato manifestazioni e assembramenti, così i manifestanti, ormai esperti ad aggirare divieti e barriere, si erano dati ugualmente appuntamento non per una marcia politica (ufficialmente annullata), ma per una processione religiosa cristiana e per “fare shopping”. La marcia, sia quella dei cristiani che quella degli studenti, è stata prevalentemente pacifica, ma erano scoppiati disordini, specialmente nei pressi delle istituzioni. La polizia aveva poi caricato e picchiato duramente i manifestanti nella stazione della metropolitana Prince Edward, usando manganelli e grandi quantità di spray urticante. A pochi mesi di distanza di quei fatti, l’opinione pubblica è ormai distratta e le manifestazioni ad Hong Kong sono sospese da gennaio, per motivi di igiene pubblica, da quando è iniziata l’epidemia di coronavirus in Cina. Ed è il momento tipico in cui le autorità cinesi e i loro alleati locali colpiscono: l’arresto dei leader democratici passa ora relativamente in sordina.

Lee Cheuk-yan, sindacalista e politico, è testimone diretto del massacro di Piazza Tienanmen e uno dei principali organizzatori delle veglie annuali del 4 giugno, le uniche, in tutto il territorio cinese, in memoria delle vittime della strage del 1989. La Nuova Bussola Quotidiana lo aveva incontrato a Milano, nell’evento organizzato dalla rivista Tempi dedicato alla lotta di Hong Kong. A suo avviso, quello in corso nella sua città “E’ uno scontro fra Davide e Golia: alla fine del duello, è Golia che è rimasto a terra”, ci diceva con grande ottimismo. E parlando sempre di 1989, anno di Tienanmen, ma anche della fine improvvisa dei regimi europei sostenuti dall’Urss: “Fino a pochi anni prima, Lech Walesa non avrebbe mai immaginato di diventare presidente della Polonia. Non ci si deve far impressionare da chi detiene il potere e oggi sembra invincibile. Perché le sorti si ribaltano quando meno ce l’aspettiamo”. Adesso, però, per lui inizia un nuovo capitolo. Finora risparmiato personalmente dalla repressione nel territorio di Hong Kong, impossibilitato a viaggiare in Cina, il sindacalista Lee dovrà subire un processo in casa, come se fosse ormai in Cina.

Yeung Sum, uno dei fondatori e leader del partito democratico di Hong Kong, è conosciuto come un moderato, tanto da aver provocato, in un passato recente, contestazioni e una scissione dell'ala più radicale del suo movimento. Negli anni Ottanta, fu co-fondatore del movimento Meeting Point: quando si avvicinava la scadenza della riconsegna di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina, non era contrario al ritorno al “continente”, però perorava la causa di un futuro di autonomia e democrazia per la città. Fu poi fondatore e vicepresidente di Democratici Uniti, negli ultimi anni della Hong Kong britannica e infine divenne leader del Partito Democratico, nato dalla fusione di Meeting Point e Democratici Uniti nel 1994, tre anni prima della riconsegna alla Cina. Ora ha 72 anni, non è più un membro del Consiglio Legislativo, dopo 18 anni di legislature dal 1991 al 2008. E’ uno dei politici democratici più veterani della città.

Ma il vero arresto eccellente è quello di Jimmy Lai, imprenditore milionario, editore, cattolico, fortemente critico del regime cinese. Il suo Apple Daily è redatto sul modello dei tabloid popolari inglesi e non ha mai risparmiato attacchi al governo attuale di Hong Kong. Negli ultimi giorni aveva pubblicato notizie a ruota libera sull’epidemia in Cina, altro argomento su cui Pechino preferisce che non si parli troppo. “Il governo mi odia, pensano che sia un piantagrane”, aveva dichiarato l’imprenditore in un’intervista rilasciata al New York Times. Ora che è stato arrestato e poi scarcerato il giorno stesso, dovrà rispondere di fronte a un giudice, non solo di manifestazione illegale, ma anche di intimidazione: una vecchia accusa che pareva archiviata da anni, nata da un alterco che aveva avuto con un giornalista di un quotidiano filo-Pechino durante la commemorazione di Tienanmen del 2017.

Il giro di vite parrebbe segnalare un nuovo corso del governo di Hong Kong, quasi certamente dietro pressione di Pechino. Anche perché al vertice del ministero che si occupa dell’enclave ex britannica adesso c’è Xia Baolong, un duro, fedelissimo di Xi Jinping, nonché il principale responsabile della campagna di demolizione delle croci nelle chiese cattoliche e protestanti.