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Haiti, tra le maceriea portare Cristo

Suor Marcella Catozza, missionaria francescana della carità nella baraccopoli di Waf Jeremie, e i suoi 300mila "figli".

Suor Marcella Catozza

Non è stato certo dei più comodi l’approdo ad Haiti nel 2005 di suor Marcella Catozza, Missionaria Francescana della Carità. Per sapere dove svolgere la sua missione, la suora, presentatasi all’allora arcivescovo di Port-au-Prince, Serge Miot, che morirà sotto le macerie del terremoto, si è sentita rispondere: “Porta Cristo e la Chiesa a Waf Jeremie!”. «Certo, come battezzata potevo farlo. Peccato però -racconta suor Marcella- che Waf Jeremie non era soltanto la bidonville della capitale, ma anche un posto dove perfino la polizia si rifiutava di entrare, tanto alto è il tasso di criminalità».

 

In effetti questa baraccopoli, che per il censimento è di 70.000 persone ma nella realtà di  300.000, senza luce né acqua, abbandonata a se stessa dal governo locale e in cui una linea a terra sorvegliata da uomini col machete faceva da limite all’entrata di qualsiasi bianco, poteva risultare troppo anche per suor Marcella da Busto Arsizio, forte di nove anni di missione nell’Albania comunista e di quattro nella foresta amazzonica brasiliana. «Eppure alcuni di quei banditi col machete sono oggi miei stretti collaboratori», racconta sorridendo la suora nella tappa bresciana del suo “tour” per parrocchie e teatri italiani.

 

 

Sopra 5 metri di spazzatura, con l’aiuto di tanti contagiati dal suo coraggio, ha costruito il “Vilaj Italyen”, il Villaggio italiano: 123 case in muratura, un ambulatorio, una mensa per bambini e finalmente acqua e luce, realizzazione che il nunzio apostolico in Haiti ha definito «l’opera più bella che la Chiesa Haitiana abbia rivolto ai poveri di quel paese».

 

 

Gli haitiani amano suor Marcella e i volontari, soprattutto italiani, corrono da lei. Ma non provate a farle i complimenti. «Se venite ad Haiti per aiutare me –tuona la suora- non venite affatto. Non sono gli haitiani che hanno bisogno, sei tu che hai bisogno!». Smorza subito lo zelo, la suora, che con tono confidenziale aggiunge: «E’ che il Signore mi ha messo nel cuore uno sguardo a 360 gradi su chi arriva da noi: chi è che non riesce ad amare un bambino mulatto di pochi mesi? Nessuno. Ma bisogna guardare, curare, e accompagnare nel discernimento anche il ragazzo di una ONG che arriva da noi in un afflato di filantropia, ma che magari è ancora completamente perso dentro le sue fragilità e i suoi dubbi esistenziali. Sull’aspetto materiale e organizzativo chiunque potrebbe fare meglio di me, la mia provocazione è un’altra: mettere su case, scuole e ospedali che parlino di Cristo! Mi chiedono sempre: come posso aiutarti? Io rispondo: amando ogni giorno di più Cristo e la Chiesa. Per meno di questo sarebbe solo un galleggiare, perché il cuore dell’uomo sobbalza solo se aderisce a Cristo. Punto e basta». Questa è la cifra di suor Marcella Catozza.   

 

 

Ma su Haiti il 12 gennaio 2010 si abbatte l’apocalisse. Il terremoto spezza 230.000 vite e distrugge tutto, letteralmente, compreso ciò che la suora e i suoi ragazzi avevano con fatica costruito. E così anche quella guerriera di bianco vestita, armata solo di un crocifisso di legno sul petto e sandali ai piedi, medita di abbandonare. «A quel punto ho pensato che il Signore avesse altri progetti per me. Ad Haiti c’era troppo dolore, davvero troppo per quello che il cuore dell’uomo può sopportare».

 

 

Il giorno del terremoto suor Marcella era in Italia per accudire sua madre malata (che morirà due mesi dopo). «Sono rientrata subito, 24 ore dopo il cataclisma, fremevo per sapere come stava la mia gente. Tutti vivi grazie a Dio, ma io ero a pezzi. Mentre sono davanti alle macerie, quasi come in un’apparizione si avvicinano due che non conoscevo, italiani. “Noi siamo qui per offrirti la ricostruzione”. Ho guardato il Cielo e ho ricordato il mandato del Vescovo: “Porta Cristo a Waf”. E così, con l’avvio della ricostruzione, è iniziato l’ultimo anno e mezzo, il più bello della mia vita».

 

 

Ma è soprattutto per gli haitiani che è successa una cosa nuova. Proprio loro, discendenti degli schiavi e quindi provenienti da etnie diverse, per la prima volta si sono sentiti uniti, solidali, fratelli. «Haiti è un pezzo d’Africa nel centroamerica», spiega suor Marcella. «In mezzo a popoli che parlano spagnolo e portoghese ci sono loro che parlano il creolo. Sono sempre stati contro qualcuno: contro i francesi, gli statunitensi; ogni 2 anni un colpo di stato. Ebbene, dopo l’inferno del terremoto e la ricostruzione che è seguita, a Waf la gente è risorta, è nata un’allegria indescrivibile. Più di una persona mi ha detto: “Non è per la casa che ringrazio, ma perché questa casa mi rende uomo”. Con quei 25 metri quadrati sopra la spazzatura hanno percepito un abbraccio, forse per la prima volta».

 

 

Ma a Waf Jeremie il pericolo purtroppo è sempre dietro l’angolo. Poche settimane fa hanno ucciso il braccio destro di suor Marcella, Lucien. I soldati dell’Onu, che come tutti a Waf Jeremie sapevano del loro forte sodalizio, non volevano farla entrare, ma lei ha insistito. Dentro, la moglie di Lucien in lacrime e lui per terra massacrato. «Ho chiamato il Nunzio chiedendogli che al funerale del giorno dopo mettesse a tema la morte e il suo significato. Tutti dovevano capire quello che era successo veramente. E pensare che ora, proprio su quel posto, il nostro nunzio vuole costruire la chiesa di Waf, che dalle misure che ci ha comunicato somiglia più una cattedrale. Vuole un segno, vogliamo un segno».

 

 

Suor Marcella per tutto ottobre ha commosso fino alle lacrime tutti coloro che, dalla Lombardia alla Calabria, sono andati ad ascoltare le sue incredibili “cartoline da Waf Jeremie”. Ripartirà presto per Haiti, ma intanto, per affiancarla nelle ultime testimonianze, l’ha raggiunta Alice Blanchet, la vice Primo Ministro haitiano, oramai sua inseparabile compagna d’avventura.  

 

 

«Tutto il dolore è già stato vinto», annuncia suor Marcella. «Tutta la speranza c’è già, dobbiamo solo starci dentro. Solo, bisogna essere sempre in grazia per capirlo. Se io un giorno non dico le lodi o non vado a messa mi accorgo che mi mancano le forze, non ce la faccio, la tua umanità finisce in 5 minuti se sbatte contro questo dolore». Ci tiene e lo ripete suor Marcella: «Non è per aiutare i poveri che torno lì, vado per Cristo».

 

 

Ma nella serata bresciana la missionaria vuole regalare un ultimo incredibile episodio. «Una volta passeggiando nella bidonville mi sono imbattuta in una baracca sulla cui parete di lamiera, in vernice, era scritto: “Et Verbum caro factum est. Et habitavit in nobis”. Ho pensato ad uno strano scherzo dei 4 volontari francesi che in quel periodo erano con me. Il giorno dopo, interrogati, mi dissero che non erano stati loro. Tornai lì e bussai: mi aprì un haitiano, povero come tutti ma per di più ghettizzato poiché albino, un indemoniato secondo quella cultura. Mi dice: “L’ho scritta io. Non so cosa significa ma me lo ripeteva mio padre, che aggiungeva ‘Quando tutto ti sembra finito e ti sembra di morire, ricomincia da qui, da queste precise parole’. Ecco, queste parole sono l’unica cosa che ho”. Da quel giorno, e per molto tempo, ho recitato le lodi mattutine davanti a quella scritta, portando di fronte quella lamiera chi in quel momento lavorava con me. Perché deve essere chiaro il motivo che dalle baracche ci ha fatto giungere al Vilaj Italyen». Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi.