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Guerra, l'Italia non cambierà elmetto, ma c'è un nuovo maccartismo

Con la caduta di Draghi cambierà la posizione dell'Italia nel conflitto ucraino-russo? In realtà, a parte gli "auspici" dell'agenzia di Mosca Tass non ci saranno stravolgimenti, ma è difficile sfuggire alla demenziale logica maccartista di parte del mondo politico e intellettuale del “o con Draghi o con Putin”. A farne le spese sarà la politica che non è in grado di elaborare strategie per uscire da questa crisi bellica che minaccia di travolgere Euro ed Europa.

Fin dall’inizio della crisi che ha portato alle dimissioni irrevocabili del presidente del consiglio Mario Draghi e allo scioglimento delle Camere, il dibattito in Italia ha subito coinvolto i possibili cambiamenti nella postura di Roma circa a guerra in Ucraina.

Un dibattito che non ha risparmiato toni farseschi (a conferma che in Italia la situazione può essere tragica ma raramente seria) con accuse più o meno esplicite di essere “al servizio di Putin” prima a Giuseppe Conte che con M5S ha provocato la crisi, poi a Silvio Berlusconi e a Matteo Salvini, disposti a rinnovare la fiducia a Draghi ma solo con un nuovo governo che senza i grillini sarebbe stato a evidente trazione del centrodestra.

Certo il dibattito sulle forniture di armi a Kiev ha influenzato la maggioranza di governo come è giusto che avvenga in ogni democrazia e se buona parte dei “belligeranti” governi europei sono in crisi forse lo si deve alle improvvide scelte politiche della UE e di quasi tutti gli stati membri più che a “ombre russe” che in molti oggi hanno interesse a utilizzare come spauracchio in vista del voto del 25 settembre.

I media russi non hanno risparmiato valutazioni e commenti sulla caduta del governo presieduto da Mario Draghi le cui posizioni sono state definite dalla TASS, "fortemente anti-russe". "Draghi gode di autorità indiscussa negli USA e nell'UE", sottolinea l'articolo dell’agenzia di stampa russa, "nella questione della crisi ucraina ha preso una delle posizioni più dure nei confronti della Federazione Russa". Dopo aver esaminato gli equilibri di forza tra i partiti italiani la TASS sottolinea che "il conflitto ucraino è legato solo marginalmente alla crisi attuale, ma è diventato una leva di ricatto (poco efficace) a favore di Draghi. Alcuni esponenti della classe politica hanno affermato che Mosca brinda alle dimissioni di Draghi, perché è chiaro che l'uscita di scena di uno dei più affidabili alleati Usa in Europa indebolisce l'asse anti-russo". 

La TASS ricorda che “Lega e M5S hanno manifestato il loro disaccordo con la linea di Draghi di fornire supporto militare a Kiev. Hanno parlato della necessità di costruire iniziative diplomatiche per risolvere il conflitto. Ma la maggior parte degli analisti italiani concorda sul fatto che la linea di Roma sia riguardo all'Ucraina, che alla Russia non cambierà sostanzialmente, poiché l'Italia sarà costretta a continuare a obbedire alla disciplina del blocco. L'impegno nei confronti dell'Ue e della Nato é una formula indiscutibile per qualsiasi partito politico al potere in Italia", conclude la TASS.

E’ innegabile che l’uscita di scena di Boris Johnson e Draghi, la caduta del governo lituano e le difficoltà sempre più gravi di Macron in Francia e Scholz in Germania siano motivo di soddisfazione al Cremlino. Del resto Putin il 17 giugno scorso, nel discorso al Forum economico di San Pietroburgo aveva previsto che un’Europa che aveva ceduto agli USA la propria sovranità avrebbe affrontato difficoltà economiche ed energetiche, povertà, contestazioni sociali e la caduta delle élite di governo.

Non tutti nella UE sembrano però pronti a omologarsi ai diktat di Bruxelles: diverse nazioni hanno respinto il piano di austerity della Commissione europea che chiedeva a ogni stato riduzioni del 15% del consumo di gas. Giovedì è stato in visita a Mosca il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto per negoziare l'acquisto di altri 700 milioni di metri cubi di gas russo, oltre a quello già previsto dai contratti bilaterali.

Nella conferenza stampa Lavrov ha detto che "l'Unione Europea sta seguendo ciecamente la strada indicata dagli Stati Uniti e questo fatto è deplorevole". Pur in un contesto così acceso resta difficile attribuire agli “amici italiani di Putin” la caduta del governo Draghi e del resto a Conte, che fino a ieri era alleato del PD, venivano attribuite simpatie per Pechino, non per Mosca.

Le dimissioni di Draghi, sono "un affare interno dell'Italia e non vogliamo interferire", ha commentato all'AGI il portavoce della presidenza russa, Dmitri Peskov. "Possiamo solo constatare che il periodo del suo governo è coinciso con una fase molto sfortunata nelle nostre relazioni bilaterali”. 

“L'Italia è un Paese sovrano e indipendente, il governo Draghi devono valutarlo solo gli italiani e solo loro possono decidere per chi votare" in futuro, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, nel suo briefing con la stampa a Mosca. Rispondendo a una domanda dell'AGI sulla situazione italiana, Zakharova ha respinto le accuse d'interferenza anche se nei giorni scorsi aveva comunque auspicato per l'Italia un "governo non asservito agli interessi degli americani". 

La professoressa Tatiana Zonova, esperta di politica italiana dell'Universià Mgimo a Mosca, individua in un'"attiva battaglia politica interna e nel calcolo delle destre sul voto anticipato" i motivi della caduta di Draghi. La docente ritiene che la Russia sia convinta che qualsiasi governo uscirà dalle urne, anche in caso di vittoria del centro-destra, "la politica estera di Roma e il suo appoggio all'Ucraina non cambieranno. Ci potranno essere delle sfumature nuove ma nessun cambiamento radicale", ha aggiunto. 

Anche Evgheni Shestakov, sul sito di Rossiskya Gazeta, ha scritto che l'uscita di scena di Draghi "non porterà a un cambiamento della posizione dell'Italia nei confronti del sostegno all'Ucraina, né garantisce che Roma si opporrà in sede Ue all'introduzione di nuove sanzioni" alla Russia.

Insomma, a Mosca non sembrano aspettarsi modifiche sostanziali nella postura di Roma circa la guerra in Ucraina e i rapporti con la Russia ma del resto sulla crisi italiana le ingerenze non sono certo mancate né dai partner Ue né dagli USA, dove tutti invocavano la necessità che Draghi rimanesse a Palazzi Chigi.

Come aveva fatto con Boris Johnson, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è detto ''sinceramente grato a Mario Draghi per il sostegno incrollabile all'Ucraina nella lotta contro l'aggressione russa e nella difesa dei valori europei comuni: democrazia e libertà''. Su Twitter Zelensky si è detto ''convinto che il supporto attivo delle persone italiane per l'Ucraina continuerà!''.

L'analista militare ucraino Petro Chernyk ha detto all'Adnkronos di ritenere che “la Russia abbia in qualche modo agito per screditare e destituire dal potere il premier attuale e a mio avviso una cosa simile è accaduta anche in Gran Bretagna, quando hanno mosso le acque sotto Boris Johnson. Quello che è accaduto al governo italiano è una notizia non molto buona per l'Ucraina. Il premier Draghi ha sostenuto molto l'Ucraina sia economicamente sia fornendo all'Ucraina mezzi militari, parlo in primo luogo dell'artiglieria. Sono grato ai nostri colleghi italiani per l'obice FH 70, un sistema molto efficace" ha concluso l’esperto ucraino ridicolizzando la segretezza posta dal governo italiano sulle tipologie di armi cedute a Kiev.

Anche se Giorgia Meloni ha espresso la volontà di continuare a sostenere e armare l’Ucraina, meglio prepararsi a una campagna elettorale in cui le uscite a gamba tesa da ambienti USA e UE per scongiurare la vittoria dei “putiniani” si sprecheranno. "Matteo Salvini ha appena contribuito a far cadere il governo Draghi e ora spera che una nuova elezione lo porti al potere, al Cremlino stanno già stappando", ha twittato l'ex premier svedese Carl Bildt. 

Quasi una fotocopia (casualmente?) del commento di Enrico Letta: "Vladimir Putin sta brindando, forse con il Prosecco. E con un governo di destra il sostegno a Kiev è a rischio".

Difficile sfuggire alla stringente quanto demenziale logica maccartista di parte del mondo politico e intellettuale di quasi tutto il sempre più imbarazzante circo mediatico. La logica “o con Draghi o con Putin” esclude ogni analisi, valutazione e approfondimento politico e strategico e di fatto ci porta a non avere una politica né una strategia per uscire da questa crisi bellica che minaccia di travolgere Euro ed Europa.

A meno che non vogliamo continuare ad affidarci al grezzo diktat di Ursula von der Leyen e di Josep Borrell che si limitano a sostenere che “la Russia deve essere sconfitta” senza nessuna valutazione circa il fatto che questo possa accadere, con quali tempistiche e con quali danni per l’Europa.  Definire una strategia europea nel conflitto ucraino dovrebbe essere una priorità per tutti. 

Lo stesso maccartismo che, in vista del voto di settembre, sta rispolverando logiche e slogan già utilizzate nella campagna elettorale del 2018 e tesi a ventilare una minaccia “fascista” in caso di vittoria del centrodestra.

Un contesto reso ancor più paradossale e comico dal fatto che coloro che gridano al “pericolo fascista” sono spesso gli stessi che celebravano come eroi i nazisti del reggimento Azov assediati a Mariupol negandone addirittura la fede nazionalsocialista nonostante si fossero tatuati sul corpo le frasi più celebri tratte da “Mein Kampf”.   

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