• MEDIO ORIENTE

Guerra a Gaza, test dei rapporti fra Israele e gli arabi

Questo quarto conflitto di Gaza (dopo quelli del 2008, 2012, 2014) sta mettendo alla prova i delicati rapporti fra Israele e gli arabi, sia all’estero che all’interno dei suoi stessi confini. Il periodo che ha preceduto questo ultimo conflitto era caratterizzato da un’insolita distensione. L'Iran, armando Hamas, sta facendo saltare l'equilibrio. 

Scontri a Lod

Questo quarto conflitto di Gaza (dopo quelli del 2008, 2012, 2014) sta mettendo alla prova i delicati rapporti fra Israele e gli arabi, sia all’estero che all’interno dei suoi stessi confini. Il periodo che ha preceduto questo ultimo conflitto era caratterizzato da un’insolita distensione. In politica interna, le liste dei partiti arabi avevano guadagnato consenso e dimostrato di voler partecipare, eventualmente, a coalizioni di governo. La Lista Araba Unita, di Mansour Abbas, con un programma islamista, era considerato addirittura uno degli aghi della bilancia per la formazione della prossima coalizione di governo, dopo il risultato non decisivo delle ultime elezioni parlamentari del 2021. All’estero, lo scenario di contrapposizione fra mondo arabo e Israele era radicalmente mutato dal 2020, dopo la firma degli Accordi di Abramo, la normalizzazione delle relazioni fra lo Stato ebraico e quattro Stati arabi islamici: Emirati Arabi Uniti, Oman, Sudan e Marocco. Con i morti palestinesi a Gaza che hanno raggiunto quota 145, come stanno reagendo gli arabi?

Gli ultimi sviluppi non fanno presagire una fine imminente del conflitto, anche se è meno probabile di quanto si pensasse un attacco di terra israeliano contro Gaza. Nonostante la presenza di tre brigate dell’esercito al confine con il territorio controllato da Hamas (la 7^ brigata corazzata, la brigata paracadutisti e la brigata Golani di fanteria), finora l’azione si è limitata a bombardamenti aerei e di artiglieria. Venerdì, Israele ha fatto circolare, forse deliberatamente, notizie di un imminente attacco di terra, inducendo le milizie di Hamas a prendere posizione nei tunnel usati per il combattimento urbano, ma qui sono stati bersagliati dall’aviazione che li aveva individuati. Ieri, sabato 15, la giornata è stata funestata dal bombardamento del palazzo al Jala, sede degli uffici di corrispondenza di Al Jazeera e di Associated Press. L’episodio non ha mancato di suscitare un’ondata di sdegno di tutti i media internazionali, anche se l’attacco è avvenuto dopo un ampio preavviso che ha risparmiato vittime civili. Secondo Israele, lo stesso palazzo al Jala era usato da Hamas come base. I bombardamenti israeliani non sono comunque riusciti, almeno finora, a fermare l’incessante pioggia di razzi lanciata da Hamas contro obiettivi israeliani: 2400 dall’inizio della settimana, sparati in raffiche fitte al punto di saturare Iron Dome, il sistema anti-missile israeliano. Obiettivi anche lontani da Gaza, come Tel Aviv, sono stati colpiti anche nella giornata di ieri. Oltre a gravi distruzioni di proprietà, gli israeliani hanno finora subito 11 morti e 140 feriti.

Più lungo e sanguinoso è il conflitto, più fragile diventa la tenuta dei rapporti con gli arabi. In particolar modo sta saltando l’equilibrio con gli arabi cittadini di Israele, con pogrom anti-ebraici (termine impiegato per la prima volta nella dichiarazione del presidente Reuven Rivlin) a Lod, Acri e Haifa. A Lod (nota per l’aeroporto Ben Gurion), dove si sono verificati i primi episodi gravi, un ebreo aggredito a colpi di pietre e mazze da arabi si è difeso con la pistola e ha ucciso uno dei suoi aggressori. I funerali dell’uomo sono diventato l’inizio dell’insurrezione: negozi e locali pubblici, auto e case private degli ebrei sono stati attaccati e +dati alle fiamme. Anche tre sinagoghe sono state incendiate.

Anche ad Acri, già capitale crociata e meta turistica nota in tutto il mondo, sono stati attaccati e distrutti negozi e ristoranti di proprietà ebraica. Distrutto anche il popolare ristorante Uri Buri, che impiega personale sia ebreo che arabo. Un cittadino ebreo, nel corso degli scontri di martedì, è stato trascinato fuori dalla sua auto e picchiato, tuttora è ricoverato in condizioni critiche. Altri incidenti simili si sono verificati anche a Tiberiade, in Galilea e Haifa, solitamente indicata come esempio di convivenza pacifica fra le varie comunità che compongono la popolazione israeliana (ebrei, arabi, drusi, circassi, oltre alla minoranza religiosa Bahai che a Haifa ha la sua sede centrale). Venerdì le strade della città portuale sono state invece percorse da bande di arabi che urlavano Allahu Akhbar e “morte agli ebrei”, oltre a ronde di estremisti ebrei che cantavano “morte agli arabi”. Gli estremisti di destra ebrei sono entrati in azione anche a Gerusalemme, dove un arabo è stato pugnalato e soprattutto a Bat Yam dove un ristorante e una gelateria arabi sono stati distrutti e un insegnante 37enne arabo, estratto dalla sua auto, è stato aggredito.

Se l’equilibrio interno fra ebrei e arabi è messo in pericolo, quello esterno, fra Israele e i suoi nuovi partner della regione si sta dimostrando invece più solido del previsto. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno condannato né l’azione di polizia di Israele sulla spianata delle moschee, né gli scontri che ne sono seguiti a Gerusalemme, limitandosi a delle dichiarazioni vaghe in cui invitano le autorità dello Stato ebraico a rispettare la sacralità dei luoghi musulmani. Sul conflitto a Gaza, poi, i media di Stato emiratini sono stranamente silenti. Ieri gli Emirati hanno anche chiesto a Hamas di interrompere il lancio di razzi, pena il ritiro degli investimenti a Gaza. La prudenza, nelle reazioni e nelle dichiarazioni, caratterizza anche il comportamento tenuto dagli altri partner degli Accordi di Abramo.

Al di fuori del mondo arabo, l’Iran è la principale potenza regionale che sta sostenendo materialmente Hamas: la maggior parte dei razzi lanciati dal partito armato palestinese vengono dall’Iran, oltre a quelli fabbricati in loco. E poco importa, nella strategia di Teheran, che il movimento armato palestinese, contrariamente a Hezbollah e agli Houthi, sia radicale sunnita e parte della galassia dei Fratelli Musulmani. Tre razzi sono stati lanciati dal Libano contro il Nord di Israele, anche se Hezbollah nega ogni responsabilità. Erdogan, dalla Turchia, sta cavalcando il conflitto. E’ di ieri il suo appello agli arabi per “difendere Gerusalemme”, anche se formalmente la posizione della Turchia è quella di una richiesta di de-escalation e dialogo. Gli Usa, che per bocca del presidente Biden hanno riaffermato il diritto di Israele a difendersi, hanno inviato il loro mediatore in Medio Oriente (Hady Amr) approdato ieri a Tel Aviv. Resta però il forte sospetto, soprattutto in Israele e nei Paesi arabi sunniti, che lo sdoganamento dell’Iran da parte della nuova amministrazione Biden (oltre che la sua ostentata ostilità nei confronti dell’Arabia Saudita e del governo Netanyahu) sia una delle cause principali del conflitto. Teheran sta mettendo alla prova la pazienza dell’interlocutore statunitense su molti fronti: dopo l’offensiva nello Yemen e gli annunci della ripresa del programma nucleare, la guerra a Gaza è l’ultimo test in ordine di tempo.