Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Marcellino di Ancona a cura di Ermes Dovico
La ricerca della felicità / 13

Guardare l’altro per trovare sé stessi: la lezione di Calvino

Nel 1953 Italo Calvino entra per la prima volta nella Piccola Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo) e ne rimane colpito. Da quell’esperienza nascerà un libro, che parla dell’incontro con la fragilità, con la bellezza inattesa.

Cultura 08_01_2026

Negli anni in cui l’Europa celebra l’intellettuale engagé – da Camus a Sartre, passando in Italia per Moravia – anche Italo Calvino vive pienamente il fermento politico del suo tempo. È iscritto al Partito comunista, partecipa al dibattito culturale, crede nella possibilità di cambiare il mondo. Ma il 1956, con i drammatici fatti di Budapest, incrina certezze che sembravano incrollabili. E il 7 agosto 1957 Calvino lascia il PCI con una lettera che segna una svolta profonda, non solo politica ma esistenziale.

Proprio in quegli anni, però, accade qualcosa che lo tocca ancora più da vicino. Nel 1953, durante le elezioni politiche, Calvino gira i seggi come candidato comunista. Osserva, ascolta, annota. E in mezzo a quel microcosmo di umanità nasce l’idea di un romanzo che vedrà la luce solo dieci anni dopo: La giornata di uno scrutatore. Un libro che non parla solo di politica, ma dell’incontro con la fragilità, con la bellezza inattesa, con la verità nuda della vita. Un libro che interroga la libertà umana e la sua capacità – o incapacità – di aderire a ciò che di bello e vero intravede.

La scintilla scocca al Cottolengo, dove Calvino entra per la prima volta nel 1953. Le immagini lo colpiscono, ma non bastano per scrivere. Torna nel 1961, questa volta come scrutatore: ciò che vede è troppo forte, troppo vivo. Ha bisogno di lasciar decantare quelle visioni, di farle sedimentare. Solo allora può trasformarle in letteratura. E così, il 28 febbraio 1963, il romanzo finalmente esce.



Alla ricerca della felicità /12

L’ultima proposta di Leopardi

02_01_2026 Giovanni Fighera

Tradizionalmente letta come il testamento spirituale di Leopardi, La ginestra segna piuttosto un arretramento nella visione del poeta, che costruisce un’utopia non avendo incontrato un senso più grande.