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il fenomeno

Godersi la vita, senza figli: il mainstream appoggia i childfree

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La narrazione mainstream, sposa il fenomeno childfree, ossia godersi la vita senza fare figli. Ci può salvare solo un cambio di paradigma culturale e morale che “costringa” l’umanità a ripensare a ciò che vale davvero.

Editoriali 18_04_2024

Nel 2023 il numero di nascite in Italia ha toccato il minimo storico di 379.000. Ci troviamo di fronte a una crisi demografica senza precedenti, che già sta determinando (e sempre di più avrà) conseguenze gravissime sulla vita del nostro Paese. Si tratta di una situazione estremamente preoccupante, che ha numerosi risvolti di natura sociale, economica, culturale, esistenziale.

Le ragioni di questa crisi, secondo diversi analisti, sono molteplici: la mancanza di politiche familiari adeguate, le difficoltà legate alla necessità del lavoro per entrambi i genitori, la carenza e l’eccessiva costosità delle strutture per l’infanzia, la diffusa preoccupazione per il futuro, la complessità e i pericoli della vita attuale in un mondo sempre più globalizzato, la fragilità delle nuove generazioni, etc…  

Sono tutte motivazioni plausibili, ma probabilmente non decisive come si vorrebbe far credere. Il popolo italiano ha attraversato, nella sua storia, periodi di ben più gravi difficoltà, povertà, incertezza, eppure non era mai accaduto quello che sta accadendo oggi.

Sta emergendo, invece, quello che probabilmente è il fattore più determinante: il disinteresse verso la maternità provocato dal benessere, o quantomeno da un progetto di vita privo di complicazioni e improntato al desiderio di “godersi la vita”: soldi, viaggi, carriera, svaghi di varia natura. Pratiche come la contraccezione e l’aborto, concause importanti della crisi demografica, ne sono una evidente appendice.

Lo conferma  un’indagine dell’istituto Toniolo secondo cui, su settemila donne tra i 18 e i 34 anni senza figli, il 21% di loro non ne vuole e il 29% afferma di essere debolmente interessata. Complessivamente, il 50% delle donne intervistate. E questa decisione non è dettata da problemi di sterilità, economici o da difficoltà pratiche, ma da una profonda convinzione personale. Come testimoniano a La Repubblica diverse coppie di giovani, la scelta è motivata dal desiderio di vivere una vita libera da impegni genitoriali, concentrandosi sui propri progetti, passioni e ambizioni personali.

A questo fenomeno è stato anche attribuito un vero e proprio nome: si chiama movimento "Childfree" e, dati alla mano, è in crescente aumento. Come spiega il demografo Alessandro Rosina, tra le donne nate tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, il 12% è childfree, un dato in netto incremento rispetto alle generazioni precedenti. Ed è evidente che il trend non mostra assolutamente inversioni di tendenza: i giovani, sempre più massicciamente, non considerano la procreazione come un imperativo biologico e sociale.

La narrazione mainstream, proposta dai principali organi di stampa, tutto sommato valuta positivamente il fenomeno, considerandolo un aspetto della rivoluzione sociale e antropologica che, negli ultimi decenni, ha finalmente “liberato” le donne dallo «stigma della maternità obbligatoria», permettendo loro di scegliere liberamente il proprio percorso di vita. Insomma, un passo avanti verso una società più libera e ugualitaria. Poco importa se tutto questo edonismo materialista è il frutto di un potente condizionamento di massa e somiglia molto al suicidio di una intera società.

L’attuazione degli aspetti accessori e contingenti dell’esistenza, in definitiva, ha ormai preso il posto di quelli fondanti e immanenti. Essere madre e padre, invece, è un dato insito nella natura biologica e psicologica della donna e dell’uomo, inscritto nella propria costituzione fisica, e resta pertanto un aspetto fondamentale della propria realizzazione umana. Chi ne fa esperienza può confermarlo, perché scopre qualcosa di nuovo e assolutamente bello, profondamente radicato nel proprio essere ma che però può manifestarsi solo al verificarsi delle condizioni richieste. Non c’è esperienza alternativa che possa sostituirlo.

Solo la scelta di essere “eunuchi” per il regno di Dio può, in certo qual modo superarla, poiché attiene a una dimensione spirituale che colloca la persona e la sua scelta di vita in una dimensione trascendente ed eterna.

Per questo, non basteranno (anche se sono comunque auspicabili) politiche familiari adeguate, condizioni migliorative per le donne in maternità o altri provvedimenti di natura legislativa. Sarà necessario, purtroppo, un cambio di paradigma culturale e morale che “costringa” l’umanità a ripensare a ciò che vale davvero. Un cambiamento probabilmente traumatico, ma salutare. Solo così potremo evitare che questa società diventi totalmente disumana, non solo per l’assenza di valori profondi, ma anche per una vera e propria mancanza effettiva di esseri umani.