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YEMEN

Gli Houthi scendono in campo. Escalation nel Medio Oriente

Il movimeto sciita filo-iraniano degli Houthi, nello Yemen, scende in campo lanciando il primo missile contro Israele. Un segnale preoccupante del livello raggiunto nell'escalation del conflitto contro l'Iran.

- La tentazione di Trump di uscire dalla Nato di Stefano Magni

Esteri 02_04_2026
Manifestazione degli Houthi a Sanaa, Yemen (AP)

Superata la quinta settimana di ostilità, il conflitto in Medio Oriente entra in una fase nuova, più estesa e soprattutto più pericolosa. Non è più solo una guerra circoscritta: è una crisi in espansione, che coinvolge attori diversi, moltiplica i fronti e alza il livello dello scontro. Saltano, una dopo l’altra, le linee di contenimento: l’allargamento ad altri paesi della regione non è più un’ipotesi, ma uno scenario sempre più concreto. Il segnale più evidente arriva dallo Yemen. Gli Houthi, movimento armato legato all’“Asse della Resistenza”, decidono di uscire dall’ambiguità e passare all’azione diretta. Lo scorso 28 marzo hanno rivendicato il lancio di un missile contro Israele, intercettato prima di colpire i suoi obiettivi. Dal punto di vista militare, l’attacco non produce effetti immediati. Ma il suo peso politico è enorme: segna il passaggio da una guerra indiretta a un coinvolgimento esplicito. È un salto di livello che ridefinisce il conflitto e apre ufficialmente la strada a uno scontro su più fronti.

In parallelo, Israele compie una scelta destinata ad alimentare ulteriormente le tensioni. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu porta a compimento un provvedimento tra i più controversi degli ultimi anni. La Knesset approva, con 62 voti favorevoli e 48 contrari, una legge che introduce la pena di morte, mediante impiccagione, per i palestinesi accusati di terrorismo. La normativa attribuisce ai tribunali israeliani un potere ampio: potranno comminare sia la pena capitale, sia l’ergastolo, anche nei confronti di cittadini israeliani. Non è prevista retroattività, ma il valore simbolico e politico della misura è immediato e dirompente.

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito parlano apertamente di una misura «disumana e degradante», priva di efficacia deterrente e in contrasto con i principi democratici. Un monito chiaro, che mette in discussione la coerenza di Israele rispetto agli impegni internazionali. Di segno opposto la risposta del ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, principale promotore della legge, che rivendica il risultato con toni trionfalistici: «Abbiamo fatto la storia». In aula si festeggia tra applausi, abbracci e brindisi, mentre fuori cresce la pressione diplomatica.

Dunque, gli Houthi hanno deciso di alzare ulteriormente il livello dello scontro: niente più dichiarazioni vaghe, niente ambiguità. Il portavoce del gruppo ha annunciato che le operazioni proseguiranno finché non cesserà quella che definiscono “l’aggressione” contro l’Iran e i suoi alleati. L’obiettivo dichiarato è chiaro: bloccare le offensive su tutti i fronti, dal Libano ai Territori palestinesi. Ma dietro la retorica c’è un dato strategico cruciale: il controllo dello stretto di Bab al-Mandeb, uno dei passaggi marittimi più sensibili al mondo, snodo fondamentale tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Le conseguenze si propagano rapidamente ben oltre il campo di battaglia. Le rotte commerciali diventano insicure, le compagnie di navigazione rivedono i percorsi, le petroliere deviano per evitare rischi. I tempi di trasporto si allungano, i costi aumentano, le catene di approvvigionamento si complicano. Il mercato energetico reagisce con nervosismo, mentre cresce la preoccupazione per una possibile interruzione dei flussi. È un effetto domino che inizia a farsi sentire sull’economia globale, alimentando timori di inflazione e rallentamento.

In questo scenario, torna con forza sulla scena internazionale Donald Trump. La sua linea è chiara e coerente con il passato: nessuna diplomazia tradizionale, ma pressione economica e deterrenza militare. Un approccio diretto, aggressivo, che punta a riaffermare il primato americano, ma che allo stesso tempo, rischia di irrigidire ulteriormente gli equilibri. Le alleanze si fanno più fragili, i mercati più instabili, la sicurezza più incerta. La crisi, intanto, cambia natura. Non è più soltanto grave: diventa strutturale. Le tensioni con l’Iran hanno già superato i confini geografici e politici iniziali. L’ingresso diretto degli Houthi rappresenta un ulteriore salto qualitativo: non si tratta più di guerra per procura, ma di un confronto che tende sempre più verso lo scontro aperto tra attori regionali. Il rischio di un effetto domino è concreto, con il possibile coinvolgimento dei Paesi del Golfo e un impatto economico potenzialmente devastante.

Gli effetti vanno ben oltre la dimensione militare. Prezzi dell’energia in aumento, commercio globale sotto pressione, fiducia degli investitori in calo. Lo spettro è quello già visto in altre crisi, ma su scala più ampia: inflazione, rallentamento economico, fino al rischio di recessione. Dal Golfo Persico a Washington, fino a Gerusalemme, la crisi iraniana si configura come uno dei banchi di prova più difficili per l’Occidente in questa fase storica. Sul terreno, la spirale di un’escalation è già in atto. Dalla fine di febbraio, una serie di attacchi ha colpito obiettivi sensibili iraniani, tra cui infrastrutture militari e nodi strategici. Teheran risponde con missili e operazioni mirate, mantenendo alta la pressione ma evitando - almeno per ora - uno scontro diretto su larga scala. Gli Stati Uniti, dal canto loro, rafforzano la presenza militare nella regione: più navi, più uomini, maggiore capacità di intervento. È un equilibrio instabile, in cui ogni mossa rischia di trasformarsi in detonatore.

E mentre il fronte esterno si infiamma i rapporti tra Washington e il governo Netanyahu non sono più idilliaci come in passato. Le divergenze emergono sempre più chiaramente, anche se restano in parte dietro le quinte. In questo contesto, il vicepresidente americano J. D. Vance sta assumendo un ruolo centrale nel tentativo di riaprire un canale diplomatico. Secondo fonti interne americane, è stato incaricato di guidare i contatti per conseguire una progressiva riduzione della tensione e disinnesco del conflitto, prendendo il posto di figure come Steve Witkoff e Jared Kushner, ormai defilate. Il suo compito è complesso: dialogare con alleati e avversari, ricucire relazioni, abbassare la tensione. I colloqui con Netanyahu, tuttavia, si rivelano difficili. Al centro del confronto ci sono valutazioni considerate troppo ottimistiche da parte israeliana, in particolare sull’eventuale collasso del regime iraniano e sulla possibilità di un sostegno interno a Teheran contro la leadership attuale.

Il quadro complessivo è quello di una crisi che accelera e sfugge ai meccanismi tradizionali di contenimento. La guerra cambia forma sotto gli occhi del mondo. L’ingresso diretto degli Houthi e probabilmente anche degli Emirati Arabi Uniti segna un punto di non ritorno, mentre le decisioni politiche e militari dei principali attori in campo continuano ad alimentare la spirale. Il margine per un disinnesco delle ostilità esiste ancora, ma si sta restringendo rapidamente. E mentre la diplomazia fatica a trovare spazio, la realtà sul campo segue una traiettoria opposta: più attori, più armi, più fronti. Il risultato è una sola certezza: il Medio Oriente si avvicina a una guerra aperta, e le sue conseguenze rischiano di estendersi ben oltre i confini del Medio Oriente.