Gaza e le 112 vittime che hanno avuto i funerali dopo tre anni
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Solo lo scorso 4 agosto sono stati recuperati i corpi di 112 persone rimaste intrappolate sotto le macerie e vittime di un raid israeliano del 18 novembre 2023. Quasi mille giorni per il più semplice gesto di pietà: dare sepoltura ai morti. Anche questa lunga attesa è sintomo di una guerra assurda.
Ci sono voluti quasi mille giorni, poco meno di tre anni, perché fosse finalmente possibile compiere il più semplice dei gesti di umana pietà: dare sepoltura ai propri morti. Martedì 4 agosto 2026, nel quartiere di Sabra, nella parte meridionale di Gaza City, la terra ha restituito 112 corpi rimasti intrappolati sotto le macerie di un complesso residenziale distrutto dall’esercito israeliano durante un bombardamento del novembre 2023. Per novecentottantasei giorni quelle persone sono rimaste lì, senza una tomba, senza una preghiera, senza che qualcuno potesse pronunciare il loro nome davanti a una lapide. Tra i resti recuperati, secondo la Protezione Civile della Striscia, vi sono almeno quaranta bambini, trentotto donne e sette disabili.
Le immagini del corteo funebre hanno fatto il giro del mondo. Una lunga fila di bare coperte dalle bandiere palestinesi, portate a spalla tra edifici sventrati e strade ridotte in polvere. Sulle casse le foto delle vittime: bambini sorridenti, giovani coppie, anziani, famiglie intere. Volti che la guerra aveva trasformato in numeri, e che per un giorno sono tornati ad essere persone. Non è stato soltanto un funerale collettivo. È riemersa una tragedia rimasta sepolta sotto tonnellate di detriti. Perché la guerra non solo uccide, a volte impedisce perfino ai morti di essere tali, ibernandoli in un limbo in cui il dolore non può nemmeno iniziare a trasformarsi in memoria.
L'attacco risale al 18 novembre 2023, poche settimane dopo il massacro del 7 ottobre che scatenò la reazione di Israele che avrebbe devastato la Striscia di Gaza. Secondo le autorità palestinesi, quel giorno un bombardamento colpì il complesso abitativo delle famiglie Hassayna e Abu Sharia. Gli edifici collassarono uno sull'altro, seppellendo decine e decine di persone. Nelle ore successive alcuni corpi vennero recuperati scavando con mezzi di fortuna e perfino a mani nude. Poi le operazioni si fermarono. Mancavano carburante, escavatori, gru, macchinari pesanti. Non c’erano nemmeno le condizioni minime di sicurezza per lavorare. Così in molti rimasero sotto le macerie. Le loro famiglie sapevano dove si trovavano, ma non avevano alcun modo per raggiungerli.
Solo in questa torrida estate i soccorritori hanno potuto riprendere le ricerche. Centotrentasei ore di lavoro hanno consentito di recuperare 112 corpi. Ma secondo la Protezione Civile almeno altre 157 persone potrebbero trovarsi ancora sotto quegli stessi edifici. L'identificazione dei resti è stata una delle fasi più dolorose e complesse. In molti casi, dopo una permanenza così lunga sotto le macerie, i corpi erano irriconoscibili. I familiari hanno riconosciuto i propri cari attraverso un anello, una collana, una cicatrice, un dispositivo medico, un frammento di abito. Piccoli dettagli ai quali si è aggrappata la memoria per restituire un'identità a chi sembrava averla perduta. Sabra è diventata così il simbolo di una sofferenza che supera il singolo episodio. Le organizzazioni umanitarie stimano che nella Striscia migliaia di persone possano essere ancora sepolte sotto gli edifici sventrati dalle micidiali bombe israeliane.
Questa è una delle ferite meno raccontate in questa assurda guerra che si prolunga da mille giorni. Nei bollettini si contano morti, feriti, edifici distrutti. Molto più raramente si racconta ciò che accade dopo, quando il conflitto continua a vivere nella quotidianità delle persone attraverso il mancato recupero di un proprio caro, l’assenza di una tomba, di un ultimo saluto. La vicenda di Sabra riporta inevitabilmente al tema delle responsabilità. L'attacco del 7 ottobre resta il punto di origine di questa guerra. Hamas uccise circa 1.200 persone e prese in ostaggio centinaia di israeliani, in un'azione oggetto di indagini internazionali per presunti crimini di guerra. Da allora Israele ha avviato una vasta e dura campagna militare nella Striscia, sostenendo di avere come obiettivo Hamas e le sue infrastrutture, accusate di operare deliberatamente all'interno delle aree civili e di utilizzare la popolazione come scudo.
Sul caso specifico di Sabra, tuttavia, non è stata resa pubblica una ricostruzione dettagliata delle motivazioni operative che portarono al bombardamento da parte dell’esercito israeliano del complesso residenziale. Organizzazioni internazionali hanno chiesto più volte indagini indipendenti sugli episodi nei quali l'elevato numero di vittime civili solleva interrogativi sul rispetto dei principi di distinzione e proporzionalità previsti dal diritto internazionale umanitario. Parallelamente, anche all'interno di Israele continua il confronto sulle responsabilità politiche e militari che resero possibile l'attacco del 7 ottobre. Le Forze di Difesa Israeliane e lo Shin Bet hanno riconosciuto gravi errori di intelligence e valutazione. Numerosi familiari delle vittime, insieme a esponenti dell'opposizione e a diversi ex dirigenti della sicurezza, chiedono da mesi una commissione d'inchiesta indipendente che esamini anche il ruolo del governo guidato da Benjamin Netanyahu. La ricerca delle responsabilità, dunque, attraversa entrambe le fasi del conflitto: la falla che consentì l'attacco di Hamas e le decisioni assunte durante la successiva offensiva nella Striscia. Sono due piani distinti ma inevitabilmente collegati, che nessuna soluzione politica potrà ignorare.
Il funerale di Sabra si è svolto mentre la diplomazia internazionale discuteva di tregua, ricostruzione, sicurezza d’Israele, futuro politico di Gaza e possibile disarmo di Hamas. Ma nelle strade del quartiere devastato, quelle parole sembravano appartenere ad un altro universo. Per le famiglie presenti non esistevano strategie, negoziati o equilibri geopolitici. Esistevano soltanto bare, fotografie e nomi finalmente pronunciati. È forse questa la distanza più dolorosa di ogni guerra: quella tra il linguaggio della politica e quello della sofferenza umana. Nei documenti ufficiali si parla di obiettivi militari, deterrenza, sicurezza nazionale, cessate il fuoco, ricostruzione. Tra le macerie rimangono invece persone che cercano qualcuno che la statistica dà per disperso.
La guerra ha una straordinaria capacità di trasformare gli individui in statistiche. Numeri che scorrono rapidamente e che il giorno dopo vengono sostituiti da altri numeri. Sabra ricorda invece che ogni cifra corrisponde a qualcuno che aveva una famiglia, una casa, un lavoro, relazioni affettive. Per questo il funerale di martedì scorso non chiude la vicenda. Non restituisce giustizia, non chiarisce le responsabilità, non risolve la crisi umanitaria della Striscia. Restituisce soltanto un diritto elementare: quello di poter piangere i propri morti. È un diritto che ogni civiltà ha sempre riconosciuto, ben prima del diritto internazionale. Perdere un familiare è una tragedia. Non potergli dare sepoltura significa prolungare quella tragedia nel tempo, trasformandola in un'attesa senza fine.
Dopo 986 giorni, Sabra ha restituito una parte dei suoi morti. Ma il conto della guerra resta aperto. Rimane per le famiglie che aspettano un parente disperso, per le vittime civili di entrambe le parti, per le responsabilità che attendono di essere accertate. E soprattutto perché nessuna pace sarà davvero tale finché, sotto le macerie della Striscia di Gaza, continueranno a esserci persone che aspettano ancora di essere riconsegnate ai propri cari.

