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La guerra continua

Gaza allo stremo. Nuove incomprensioni Israele-Chiesa

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Dopo nove mesi dall’inizio della guerra tra i terroristi di Hamas e Israele, la popolazione della Striscia di Gaza è allo stremo. L’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede risponde in modo piccato a un documento della Commissione Giustizia e Pace.

Esteri 08_07_2024
Khan Younis, Striscia di Gaza, 3 luglio 2024 (foto Ap via LaPresse)

Dopo nove mesi dall'inizio della guerra, il popolo di Gaza rischia di non avere più una propria identità, ma quel che è certo è che non ha più case dove poter vivere al sicuro e di che nutrirsi. Ormai si parla di fame e carestia. Le incursioni aeree, i bombardamenti con i carri armati e gli attacchi delle forze di terra israeliane che setacciano casa per casa alla ricerca dei miliziani di Hamas, hanno reso invivibile questa terra. Gli abitanti della Striscia vagano, sin dalle prime ore dell'alba, tra le rovine, in cerca di cibo. I volti di migliaia di innocenti, deliberatamente affamati e assetati, sembrano simili alle maschere tragiche dei sopravvissuti di Treblinka e Dachau.

La guerra prosegue senza tregua seminando morte e distruzione. Un’incursione israeliana sulla scuola Al-Jaouni di Nuseirat, che ospitava sfollati, ha provocato la morte di tredici persone, in gran parte donne e bambini. L'ospedale Nasser, l'ultimo ancora in funzione a Khan Younis, e quello da campo del Kuwait, vicino a Rafah, chiuderanno i battenti entro pochi giorni, perché privi di carburante per alimentare i generatori. La lista dei morti si allunga giorno dopo giorno. Dal 7 ottobre 2023 ad oggi, stando ai numeri forniti un paio di giorni fa da Hamas, le vittime sarebbero oltre 38.000 e i feriti oltre 87.000.

Ma Israele combatte un'altra guerra parallela. Più silenziosa, senza clamore. È quella che stanno portando avanti, da una parte, gli ebrei ortodossi, dall'altra i soldati dell'esercito con la Stella di Davide. Sotto assedio è la città di Jenin, località della Cisgiordania alle porte di Ramallah. L'ultimo attacco delle forze armate d’Israele (Tsahall) ha provocato un massacro. «Un'azione premeditata. Ormai non c'è giorno che i soldati non facciano un’incursione dentro la nostra città», ha detto il sindaco Nidal Obeidi. Il bilancio delle vittime, dallo scorso 7 ottobre, è di 505 palestinesi, uccisi dall'esercito e dai coloni, mentre i servizi idrici e l'elettricità vengono spesso interrotti per molte ore al giorno. Nella sola Jenin, oltre tremila persone sono state evacuate e hanno trovato rifugio in altre zone del paese. In un video, che circola in rete, si vedono chiaramente i soldati israeliani mentre lanciano lacrimogeni all'interno dell'ospedale della città. Anche la chiesa cattolica del Patriarcato ha subito consistenti danni. Ma gli scontri si stanno allargando anche fuori della Cisgiordania. Aumenta la tensione a Gerusalemme Est, in particolare nei quartieri Silwan, Issawiya, Wadi Joz e nei campi profughi di Shufat e Abu Dis. Un grave attentato è accaduto a Tel Aviv, dove un'auto si è lanciata sulla folla, ferendo sette persone.

La Commissione Giustizia e Pace, che opera all'interno dell’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa, è intervenuta stigmatizzando il perdurare della guerra, l’elevato numero delle vittime tra gli abitanti di Gaza, il mancato rilascio degli ostaggi israeliani ancora nelle mani dei miliziani di Hamas e quanto avviene nelle prigioni israeliane, dove i palestinesi vengono trattenuti senza processo. «Sentiamo il bisogno di denunciare l’uso improprio di un termine usato nella dottrina cattolica di “guerra giusta” – scrivono i componenti della Commissione Giustizia e Pace –. Dopo i terribili attacchi del 7 ottobre contro installazioni militari, aree residenziali e un festival musicale nel sud di Israele da parte di Hamas e altri miliziani e la catastrofica guerra intrapresa in risposta da Israele, i leader cattolici, a cominciare da Papa Francesco, hanno continuamente chiesto un cessate il fuoco immediato e il rilascio di tutti gli ostaggi». Il documento prosegue: «Le guerre giuste devono distinguere chiaramente tra civili e combattenti, un principio che in questa guerra è stato ignorato da entrambe le parti con risultati tragici. Le guerre giuste devono anche impiegare un uso proporzionato della forza, cosa che non si può facilmente dire di una guerra in cui il bilancio delle vittime palestinesi è di decine di migliaia di persone superiore a quello di Israele, e in cui una netta maggioranza delle vittime palestinesi sono donne e bambini». Si prosegue citando ancora il pontefice, che nel corso di un'udienza generale, quattro giorni dopo l’attacco di Hamas, ha riconosciuto il diritto israeliano all’autodifesa: «Chi è attaccato ha diritto a difendersi». I componenti della Commissione Giustizia e Pace hanno inoltre sottolineato che papa Francesco, nel corso di un'intervista, ha certamente ribadito che è giusto e legittimo difendersi, ed è il caso della legittima difesa, ma questo per evitare di giustificare le guerre, che sono sempre sbagliate.

Parole chiare, che invocano, ancora una volta, la pace in quella terra martoriata. Immediata la risposta dell'ambasciatore israeliano accreditato in Vaticano, Raphael Schutz, che, tra pochi mesi, terminerà il suo mandato presso la Santa Sede: «L'affermazione del documento secondo cui il principio della distinzione tra civili e combattenti è stato ignorato da entrambe le parti in questa guerra, crea una falsa simmetria che riflette pregiudizi e unilateralità. I fatti mostrano che Israele fa del suo meglio per fare la distinzione sopra menzionata, mentre Hamas sta facendo il contrario, incorporando deliberatamente civili e combattenti come elemento centrale nella sua strategia di combattimento, sapendo che ci saranno coloro che incolperanno Israele. Il modo in cui il documento utilizza il termine "guerra giusta" non è compatibile con il diritto internazionale che Israele rispetta e a cui si attiene».

L'ambasciatore israeliano, però, non fa nessun riferimento a due fatti che non rientrano sicuramente nella "guerra giusta". Il primo, quando 17 persone sono state uccise nel bombardamento israeliano della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, nel quartiere storico di Gaza City, avvenuto lo scorso 19 ottobre. Nel corso di quell’incursione la chiesa offriva rifugio a 411 profughi, tra questi c'erano cinque componenti della Caritas Gerusalemme, insieme alle loro famiglie. Il secondo fatto si riferisce all'uccisione di una madre e una figlia. Si chiamavano Nahida e Samar Anton, furono uccise prima di Natale da un cecchino dell’esercito israeliano nella parrocchia cattolica di Gaza, dove la maggior parte delle famiglie cristiane aveva trovato rifugio. Le due donne sono state ammazzate mentre si spostavano all’interno della parrocchia in direzione del convento delle suore. Una è stata uccisa mentre cercava di portare in salvo l'altra. E altre sette persone sono state ferite da cecchini delle forze militari israeliane mentre tentavano di proteggere altri all'interno della chiesa.

Sempre l’ambasciatore, intervenendo durante una cerimonia al Museo ebraico di Roma, per ricordare i 76 anni dello Stato d'Israele, ha ammesso che dopo il 7 ottobre, in alcuni momenti, Israele e Santa Sede non abbiano percepito in modo univoco la stessa realtà del Medio Oriente. Ad ascoltarlo, c’era, tra gli altri, il segretario per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali del Vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher. «A meno di tre mesi dalla conclusione del mio mandato e all’inizio della pensione, mi sembra che nel breve periodo sia necessario un processo di recupero, e prima di andare avanti, potrebbe essere necessario discutere alcune nozioni di base», ha suggerito Schutz. In tal senso sarà forse il sessantesimo anniversario della dichiarazione Nostra Aetate, il prossimo anno, a «servirci come quadro concettuale per questo processo».

L'arcivescovo Gallagher, intervenendo, non ha potuto che ribadire la condanna di quanto accaduto il 7 ottobre; il terrorismo, infatti, non è mai la soluzione. Ha ricordato la vicinanza del Papa alle famiglie degli ostaggi, che ha incontrato individualmente e in gruppi. «Ma tre sono le richieste del pontefice per uscire dal conflitto: il cessate il fuoco, il rilascio degli ostaggi, la consegna degli aiuti umanitari», ha dichiarato l’alto prelato, sottolineando inoltre che la neutralità vaticana non è indifferenza, anzi: le porte della Santa Sede non sono chiuse a nessuno.



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