Gabriele dell’Addolorata, l'epistolario di un'anima semplice
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Quarantuno lettere, in gran parte indirizzate ai familiari in un breve arco di tempo.Tra quelle righe confidenziali si rispecchia la spiritualità insieme salda e fanciullesca del giovane passionista. Una fede diretta, che arriva al cuore e può ancora indicarci la via della perfezione verso il Signore.
«Riguardo al tenor di vita che io meno, è così bene ordinato, che vi confesso sinceramente che le 24 ore, di cui è composta la giornata, mi sembrano 24 brevi istanti che rapidamente succedonsi, e questo stesso per me è di grande conforto, conoscendo essere questa, non solo la vita a cui il Signore mi ha chiamato, ma bensì la religione stessa in cui Dio vuole che io passi i brevi miei giorni. Riguardo allo studiare, non mi è permesso in alcun modo, ad eccezione di un’ora e mezza al giorno, il qual tempo poi si divide in un’ora di spiegazione di libri sacri e mezz’ora di lezione a memoria sopra gli stessi libri». Così scriveva in una lettera san Gabriele dell’Addolorata – di cui oggi ricorre la memoria liturgica – a suo padre Sante Possenti, Assessore Legale in Spoleto il 2 dicembre 1856.
Del santo passionista ci sono giunte solo quarantuno lettere: cinque redatte mentre era studente liceale a Spoleto, le altre da novizio o quando era studente passionista. Un breve arco di tempo, a dir la verità. Ma comunque abbastanza significative per comprendere l’animo di questo giovane ragazzo tutto dedito al Signore. Le lettere, in fondo, sono da sempre i documenti, forse, più preziosi di ogni personaggio storico: in esse, l’animo umano parla sempre con franchezza, con tono colloquiale, non ufficiale dunque. Quando poi si tratta di un santo (come in questo caso), allora, le parole divengono ancor più importanti in quanto parlano di Dio, del proprio animo che desidera sempre di più essere in dialogo con il Signore. È il caso di queste epistole che ripercorrono un arco di tempo assai breve (dal 1854 al 1861) ma che, con la loro forza spirituale, possono indicarci cammini di perfezione verso il Signore.
Cerchiamo, dunque, di fare un rapido viaggio in queste parole che per la maggior parte sono indirizzate ai suoi affetti familiari. «La mia vita è un continuo godere, i giorni, anzi i mesi, passano rapidissimi, e troppo bene si sta al servizio di un Padrone, e di una Padrona che giornalmente ripagano assai bene i servi, oltre la paga eterna che spero nella loro infinita misericordia vorranno concederci. Oh, come a tal pensiero ogni cosa benché all’apparenza sembri amara, diventa piacevole e desiderabile! Che grande grazia è abitare nella casa di Dio; come sa bene ripagare il Signore i suoi servi anche di qua, a differenza del mondo, che, oltre che quei miseri e fugaci piaceri e contenti (che con non senza poca fatica si cercano e guadagnano) che egli stentatamente concede, e che sono attossicati da un veleno infernale, riserba poi a vuotare il calice con tutta la sua feccia al punto terribile della morte, in caparra di ciò che tiene preparato per i suoi seguaci in eterno». La lettera è sempre indirizzata al padre ed è datata 23 maggio 1857.
In queste righe troviamo alcuni elementi che meritano attenzione. «Troppo bene si sta al servizio di un Padrone, e di una Padrona che giornalmente ripagano assai bene i servi»: è bellissimo questo suo sentirsi servo di un Padrone e di una Padrona, il Signore e la Vergine Maria. E poi c’è già tutta la sapienza nel giovanissimo Gabriele che all’epoca della lettera aveva soli 19 anni: «Come sa bene ripagare il Signore i suoi servi anche di qua, a differenza del mondo». Netta è la distinzione tra i due mondi: quello secolare e quello al servizio di Dio. Sembra echeggiare in queste parole l’episodio evangelico di Matteo, del capitolo 19. Cristo parla chiaro, senza mezzi termini, come sempre: «In verità vi dico che nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo siederà sul trono della sua gloria, anche voi che mi avete seguito sederete su dodici troni, per giudicare le dodici tribù d'Israele. E chiunque ha lasciato casa, fratelli, sorelle, padre, madre, moglie, figli o campi per amore del mio nome, ne riceverà il centuplo ed erediterà la vita eterna». Dunque, le parole contenute nella lettera citata poggiano su una fede ben salda, sulla sicurezza di Gabriele di aver fatto bene a seguire Dio.
Fra le pagine redatte da Gabriele, colpisce una indirizzata al fratello Michele: «Michele mio, io nelle mie povere orazioni, non dubitare, di te non mi dimentico; ma a che possono valere esse sole? Deh! per quanto ami l’anima tua, non tralasciar mai e poi mai, a costo di qualsiasi sacrificio, di praticare quelle devozioni, che ti sei prefisso verso Maria SS.ma, e con il cuore sulle labbra, non senza una particolare ispirazione, se mal non mi appongo, ti propongo questo fioretto; che se lo farai, non dubitare, ne sarai ampiamente ricompensato. In questo tempo, in cui il cieco mondo la passa nei divertimenti e nei trastulli, sappiti privare di qualche cosa o divertimento per amor di Gesù e di Maria. E quando ciò farai, di’ così: Io potrei prendermi questo divertimento, questa cosa etc. Ma per amore di Gesù e di Maria me ne voglio privare. E se puoi (nota bene) corri subito a fare una breve visita a un’immagine della Madonna addolorata in qualsiasi parte credi meglio. Fratello mio, mi negherai un tal favore? (...) fallo, fratello mio, e Gesù e Maria lo gradiranno» (Lettera del 10 gennaio 1859).
In questa pagina c'è tutta l’umiltà del santo. Da sole, le sue preghiere non bastano per il fratello. Lo incita, dunque, a “supportarle” con la sua stessa preghiera. E poi, l’invito, accorato, profondo, a fare dei fioretti. Si sente tutta l’anima di san Gabriele dell’Addolorata: un’anima semplice, quasi fanciullesca. Un’anima che non ha bisogno di locuzioni teologiche per esprimersi. Ci troviamo di fronte, invece, a parole che proprio per la loro semplicità arrivano dritte al cuore di ogununo.
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