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IL VIAGGIO

Francesco in Canada per scusarsi con gli indigeni

Domani, 24 luglio, inizierà il 37° viaggio apostolico di Francesco. Un “pellegrinaggio penitenziale”, come lo ha definito il Papa, per scusarsi con gli indigeni canadesi del ruolo avuto anche da diversi cattolici nelle politiche di assimilazione volute dal governo tra il XIX e il XX secolo, attraverso il sistema delle scuole residenziali.

Ecclesia 23_07_2022
Il Papa in Vaticano con delegazioni di indigeni_aprile 2022 (foto Vatican Media)

Domani papa Francesco atterrerà all’aeroporto internazionale di Edmonton per dare il via al 37° viaggio apostolico (24-30 luglio) del suo pontificato. Un “pellegrinaggio penitenziale”, lo ha definito all’Angelus di domenica scorsa, voluto per abbracciare le popolazioni indigene vittime di politiche di assimilazione attuate anche all’interno di istituti religiosi. Francesco ha utilizzato l’avverbio “soprattutto” per rimarcare la centralità che il mea culpa nei confronti delle comunità native avrà nel viaggio. “Vergogna” e “indignazione” sono i sentimenti suscitati in lui dalla pagina delle colonizzazioni ideologiche.

Il pensiero va in particolare alle 79 scuole residenziali indiane a gestione cattolica su un totale di 118 scuole residenziali attive in Canada tra il 1831 e il 1996, nell’ambito di un progetto di matrice governativa. Vi si applicavano politiche di omogeneizzazione linguistico-culturale ai danni delle popolazioni indigene: secondo i numeri più drammatici, una sorte toccata a 150 mila minori, non pochi dei quali subirono maltrattamenti e furono sepolti anonimamente, come rilevato dai recenti ritrovamenti di fosse comuni attorno alle ex scuole residenziali.

Il bubbone è scoppiato nel 2015 con la pubblicazione del rapporto “They came for the children” redatto dalla Commissione Verità e Riconciliazione creata dal Governo di Ottawa nel 2006, anno in cui venne riconosciuto per la prima volta un risarcimento ai sopravvissuti. Nonostante le accuse di reticenze nei confronti del Vaticano, accuse che hanno generato un clima di odio con episodi di violenza contro diverse chiese, il papa ha sempre condannato con parole nette questo “genocidio culturale”, ammettendo anche le colpe dei membri degli istituti religiosi. E prima di lui, fin dal 1991, si era scusata più volte la Chiesa locale.

Ad aprile Francesco ha ricevuto in Vaticano una delegazione di nativi canadesi e si è scusato “per il ruolo che diversi cattolici, in particolare con responsabilità educative, hanno avuto in tutto quello che vi ha ferito, negli abusi e nella mancanza di rispetto verso la vostra identità, la vostra cultura e persino i vostri valori spirituali”. Ora potrà farlo di persona in un viaggio che ha voluto fortemente nonostante i problemi al ginocchio e che lo vedrà partecipare anche al pellegrinaggio sulle rive del Lago Sant’Anna, molto caro ai fedeli delle popolazioni originarie.

Un viaggio, dunque, segnato dalla condanna alle politiche discriminatorie del passato e all’elogio delle comunità native che rientrano in uno dei cavalli di battaglia dell’attuale pontificato: il contrasto allo sradicamento, definito “una tragedia” proprio durante l’incontro con la delegazione ad aprile. L’esaltazione dell’identità viene contrapposta alla colonizzazione ideologica. In modo simile, nel viaggio apostolico in Canada del 1984, san Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai nativi, disse loro che “per lunghi secoli” avevano segnato la regione dell’America del Nord con “la vostra impronta, le vostre tradizioni, la vostra civilizzazione. [...] Senza perdere nulla della vostra identità culturale, avete compreso che il messaggio cristiano vi era stato destinato da Dio, come agli altri”.

È interessante notare che già nel 2017, ricevuto in Vaticano, il primo ministro canadese Justin Trudeau aveva invitato Francesco a recarsi nel suo Paese e scusarsi formalmente per la pagina nera delle scuole residenziali. Successivamente il politico idolo dei liberal di mezzo mondo - il cui modo di rapportarsi agli autoctoni in questi anni non è stato privo di contraddizioni (vedi qui) - si era spinto ad attaccare frontalmente la Chiesa cattolica, promettendo persino “misure dure” per avere pieno accesso alle carte sulle responsabilità cattoliche e aveva parlato di “resistenze”. Il papa, però, ci ha messo cinque anni prima di accettare l’invito di Trudeau: non certo per ritardare la formulazione delle scuse che, peraltro, aveva già fatto ai sopravvissuti, ma magari preferendo di non farsi tirare la giacca dallo sfrontato primo ministro.

C’è da dire, inoltre, che un impulso decisivo al sistema delle scuole residenziali si deve proprio a un predecessore di Trudeau, il primo ministro John Alexander Macdonald, che nel 1883 prese la decisione di creare tre scuole per i figli degli aborigeni nell’ovest del Canada che avevano come scopo dichiarato dal governo quello di “educare i bambini in maniera appropriata”, richiedendo di “separarli dalle famiglie” per “civilizzarli”.

E per ciò che riguarda la storia dei missionari cattolici tra le comunità indigene canadesi e in generale nordamericane, bisogna stare attenti a non buttare il bambino insieme all’acqua sporca. Come osservò san Giovanni Paolo II nel 1987, parlando ai rappresentanti degli amerindi a Phoenix, negli Usa, da un lato il primo incontro con “lo stile di vita europeo” non fu semplice: “È doveroso riconoscere l’oppressione culturale, le ingiustizie, la distruzione della vostra vita e delle vostre società tradizionali”. Ma, d’altro canto, papa Wojtyla spiegò che “nello stesso tempo, per essere obiettivi, la storia deve registrare gli aspetti profondamente positivi dell’incontro tra le vostre popolazioni e la cultura proveniente dall’Europa. Tra questi aspetti positivi voglio ricordare l’opera di molti missionari che difesero strenuamente i diritti delle popolazioni native di questa terra. [...] Soprattutto essi proclamarono la buona novella della salvezza in nostro Signore Gesù Cristo, di cui parte essenziale è l’affermazione che tutti gli uomini e le donne sono ugualmente figli di Dio e come tali devono essere rispettati e amati”.