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via libera alla legge

Fine vita alla veneta, è il suicidio del Centrodestra

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Una Lega sempre più radicale con Zaia apre le porte alla legge regionale sul suicidio assistito. Il Veneto è la prima regione guidata dal Centrodestra a dotarsi di una norma, che rischia l'incostituzionalità e che viola la dignità umana. Il Patriarca Moraglia amareggiato: «Deriva difficilmente controllabile». 

Politica 03_09_2026

Con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti l’assemblea regionale del Veneto ha approvato la legge di iniziativa popolare sul fine vita sulle “procedure di assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito”. Si tratta di una votazione storica perché con il voto di ieri pomeriggio a Palazzo Ferro Fini il Veneto è la prima regione a guida Centrodestra che si dota di una normativa dopo quelle già adottate da Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Una normativa che tecnicamente non istituisce il suicidio assistito, ma recepisce il perimetro circoscritto dalla Consulta con la sentenza n. 242 del 2019. Il che, però, equivale ad avviare a livello della sanità regionale l’iter di fine vita.

Come abbiamo scritto nei giorni scorsi il via libera è stato possibile grazie ai voti determinanti della Lega, partito nel quale militano sia il presidente della Regione Alberto Stefani sia il presidente dell’assemblea legislativa Luca Zaia, i quali hanno raccolto l’iniziativa di legge popolare dell’Associazione Luca Coscioni, che dopo il Veneto porterà l’iniziativa “Liberi subito” in altre regioni, come la Calabria.

Il dato politico che più balza all’occhio è che la Lega non può intestarsi di rappresentare i principi non negoziabili, ma in generale la tenuta del Centrodestra sul tema fine vita è da disfatta totale. Come preannunciato, infatti, i consiglieri della Lega si sono spaccati, anche se hanno dato il voto favorevole la maggioranza di loro, ma quelli di Forza Italia si sono divisi tra astenuti e favorevoli, nonostante la foglia di fico del voto di coscienza auspicato da Tajani. La via tracciata dal partito è quella che l’eutanasia sta diventando una bandiera nazionale. Contrari i consiglieri di Fratelli d’Italia.

Insomma, una Caporetto per un Centrodestra nel suo complesso, che a detta di molti osservatori ha tradito il suo programma elettorale e che non è riuscito a resistere alle sirene di uno scarrocciamento radicale della propria linea politica.

Uno scarrocciamento nascosto dai numerosi emendamenti approvati ieri prima della votazione finale avvenuta per voto nominale e che ha confermato i pronostici della vigilia. Emendamenti (tra i quali l’introduzione del parere rafforzato del palliativista e la priorità alle cure palliative) che, per quanto ora ci si ostini a dire di essere riusciti a rendere ancora più restrittiva la legge, non modificheranno la sostanza, che è una cessione alla mentalità eutanasica ottenuta per via legislativa e di cui molti elettori chiederanno conto. E non solo, come testimonia il commento di Maddalena Morgante, deputata FdI veneta e impegnata sui temi della vita. Per la parlamentare si tratta uno «strappo grave e inaccettabile ai danni della dignità umana. Ha perso il Veneto e ha perso la responsabilità politica: su temi che toccano le corde sacre dell'etica e i diritti indisponibili dell'uomo, non sono ammessi colpi di mano da parte di maggioranze territoriali in cerca di bandierine ideologiche. Siamo di fronte a un attacco ai principi fondamentali di civiltà».

Le dichiarazioni post voto dei politici che hanno partecipato al voto sono di un equilibrismo sospetto. Tranne Fratelli d'Italia e poche altre eccezioni nel panorama regionale, come le dichiarazioni di Stefano Valdegamberi, transfuga leghista che ha aderito a Futuro Nazionale di Vannacci e di Davide Lovat, con Riccardo Szumski consiglieri di Resistere Veneto.

Il primo, nel corso del suo intervento ha detto: «Altro che legge di civiltà. Non considero un atto di civiltà il riconoscimento da parte dello Stato del suicidio assistito come un diritto. E con questa scelta assistiamo anche al fine vita della Lega».

Il secondo, nel corso del suo intervento in Aula, ha condannato l’iniziativa di Zaia come una «cooperazione al suicidio» chiedendosi come farà ad esempio il futuro candidato sindaco della Lega di Padova, la città del Santo, «ad andare a chiedere i voti dopo che il suo partito ha messo il suo sigillo su questa legge che istituisce una cooperazione al suicidio e tradisce proprio la dignità umana». Ciononostante, successivamente, anche Lovat è rimasto “impigliato” nella partita degli emendamenti e ha giudicato l’inserimento di alcune modifiche nel testo finale, pur votando contro, «uno svuotamento e un depotenziamento dall'interno di un provvedimento fortemente ideologico». Piccolo cabotaggio politico, che non cambia la sostanza, in realtà.

E la Chiesa? Si distingue per assenza di prese di posizione della Conferenza episcopale del Trivento, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia che subito dopo il voto ha espresso tutta la sua «amarezza» perché «si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile. La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata. C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo».

Fuori dal Palazzo, il popolo, che non è sceso in strada a favore della legge, ma contro, come testimonia l’iniziativa solitaria di Alberto Zelger, ex consigliere veronese, che è riuscito a organizzare una manifestazione partecipata, con l’aiuto anche di diversi movimenti del laicato cattolico e pro life, per opporsi e che alla Bussola commenta: «Il Centrodestra veneto ha dato alla Sinistra e ai Radicali l’opportunità di insistere ancora di più per l’approvazione parlamentare mentre Zaia, Stefani e Manuela Lanzarin (esponente leghista, relatrice del testo approvato in Aula ieri ndr.) hanno fatto un vero e proprio inciucio con la sinistra. La legge può essere inefficace per via amministrativa, ma avrà un impatto politico devastante per il futuro».

Va sempre al cuore della questione, infine, Toni Brandi di Pro Vita e Famiglia, che in una nota ha commentato: «Il Centrodestra ha scelto la strada della morte con spinta di Stefani e Zaia. Ora il Governo deve impugnare la legge perché si tratta di un attacco alla vita e un vile tradimento dei cittadini da parte di alcuni consiglieri di centrodestra, i cui elettori oggi hanno scoperto di aver votato una maggioranza progressista e radicale». Il leader della formazione pro-life ha ricordato che la legge approvata rischia di essere «già incostituzionale, come dimostrano le sentenze della Consulta che ha smantellato il cuore delle leggi simili di Toscana e Sardegna».



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