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Filippine e Sri Lanka, involuzioni asiatiche

Le elezioni delle Filippine segnano il ritorno, prevedibile, della dinastia dei Marcos. Il figlio omonimo dell’ex dittatore Ferdinand Marcos, cacciato con la rivoluzione del 1986, ha vinto le elezioni, con sospetti di brogli e violenze. Nello Sri Lanka, invece, la dinastia dei Rajapaksa sta giungendo al tramonto, sconfitta dalla crisi e dalla rivolta.

Ferdinand Marcos festeggia la vittoria nelle Filippine

Le elezioni delle Filippine segnano il ritorno, prevedibile, della dinastia dei Marcos. Il figlio dell’ex dittatore cacciato con la rivoluzione del 1986, ha vinto le elezioni presidenziali nel Paese asiatico, con un voto molto contestato per sospetti di brogli e contraddistinto da violenze. Con lui è stata eletta, vicepresidente, Sara Duterte, figlia del presidente uscente Rodrigo Duterte, dopo sei anni di governo con il pugno di ferro sulle Filippine. La notizia del voto nel Paese del Sudest asiatico è contemporanea a quella della rivolta in corso nello Sri Lanka, l’isola che ha fatto bancarotta dopo anni di malgoverno di un’altra dinastia, ora in crisi, quella dei Rajapaksa. I casi delle Filippine e dello Sri Lanka sono sintomo di una diffusa involuzione autoritaria e familista, sempre accompagnata da una grande corruzione, nei Paesi del Sudest asiatico, anche quelli che parevano ben avviati sulla via della democrazia.

Nelle Filippine, la vittoria di Ferdinand Marcos jr. detto Bongbong (nomignolo affibbiatogli dal padre) non ha sorpreso nessuno. Già molto prima del voto, il presidente Duterte gli stava preparando la strada, gradualmente, senza troppo clamore. Il presidente autoritario, noto per la sua brutale guerra alla droga (fino a 30mila morti in sei anni, secondo le stime degli attivisti per i diritti umani) ha sdoganato l’ex dittatore Marcos, morto in esilio nel 1989, dandogli degna sepoltura nel Cimitero degli eroi a Manila, già nel suo primo anno di mandato, nel 2016. Successivamente, ha fatto sì che venisse rimosso il capo del comitato parlamentare che investigava sul patrimonio dei Marcos e spingendolo ad abbandonare il Paese per gli Stati Uniti. I giudici costituzionali più ostili alla vecchia dinastia sono stati sostituiti. Prima del voto, il Legal Network for Truthful Elections segnalava segnali evidenti di compravendita dei voti. E, per la logistica delle elezioni, l’appalto è stato assegnato alla ditta F2 Logistics Inc. di proprietà di Dennis Uy, un alleato di Duterte.

Al momento del voto, ben 170 macchine per il conteggio delle schede hanno cessato di funzionare, aggiungendo ulteriori dubbi sulla regolarità delle elezioni. Nell’isola di Mindanao si sono verificati due attacchi ai seggi elettorali: a Buluan una sparatoria tra le forze di sicurezza ha provocato tre morti, a Datu Unsay nove persone sono state ferite da un’esplosione di fronte a un ufficio elettorale.

“Bongnong” Marcos ha vinto con il 56% dei voti e con lui (in un voto separato) è stata eletta Sara Duterte, segnale di piena continuità con il predecessore, suo padre. La Chiesa ne è uscita sconfitta un’altra volta. Si era opposta alla presidenza violenta di Duterte ed anche in questo caso aveva sostenuto apertamente la candidatura di Leni Robredo, rivale di Marcos. Il Paese più cattolico dell’Asia si trova così per la seconda volta con un presidente contrario alla linea dei vescovi. Ma è un’incognita assoluta come governerà, se col pugno di ferro come suo padre e il suo predecessore Duterte, oppure garantendo quella “stabilità” che prometteva in campagna elettorale. Di certo c’è che si è vanificata definitivamente la rivoluzione democratica (e cattolica) del 1986 che aveva posto fine ad un regime cleptocratico. Durato 21 anni, il regno di Marcos si era appropriato di un patrimonio che va dai 5 a i 10 miliardi, letteralmente rubato dalle casse dello Stato ed è responsabile per l’uccisione di almeno 10mila dissidenti e oppositori, fra cui l’ex presidente Benigno Aquino, assassinato al suo ritorno a Manila nel 1983. Proprio in quell’anno, il giovane “Bongbong” otteneva dal padre il suo primo incarico di governo. Parte integrante dell’ex regime, dunque, il neo-eletto presidente ha condotto una campagna elettorale fondata anche sulla riabilitazione del padre, presentato come uomo che garantì la stabilità, il benessere, la crescita economica. I filippini sono mediamente giovani ed evidentemente non c’è stato un numero sufficiente di oppositori degli anni Ottanta in grado di controbattere questa campagna social martellante.

Per una dinastia di potere che torna nelle Filippine, ce n’è un’altra che se ne sta andando dallo Sri Lanka. Nell’isola indiana (la ex Ceylon) le prospettive di crescita e di democratizzazione erano molto alte, dopo la fine della lunga guerra civile durata dal 1983 al 2009. Ma la famiglia Rajapaksa si è ben presto impossessata del potere. Nell’ultimo governo c’erano ben 9 parenti del presidente Gotabaya Rajapaksa, fra cui il fratello maggiore Mahinda nella veste di primo ministro. Con un’economia fondata su debiti e spesa pubblica per le nuove infrastrutture, con un rapporto privilegiato con la Cina, la crisi economica è esplosa dopo le grandi difficoltà del Covid e del rincaro energetico (come spiegavamo qui sulle nostre colonne).

Lunedì sono arrivate le dimissioni di Mahinda Rajapaksa, rassegnate nelle mani del fratello maggiore. Era l’ultimo del vecchio esecutivo che non si era ancora dimesso. Ma la protesta, proprio lunedì, ha assunto le sembianze di una rivoluzione. I manifestanti hanno bloccato le vie di accesso per impedire ai Rajapaksa di fuggire dal Paese, hanno dato fuoco alle residenze del presidente e del premier, di altri fratelli e ministri dell’ex esecutivo. In tutta l’isola è stato imposto il coprifuoco. Durante le proteste di lunedì, polizia e militanti fedeli al presidente hanno aggredito brutalmente gli oppositori. “Siamo stupiti che la polizia, con la piena conoscenza del governo, non abbia agito in modo corretto per fermare gli scontri”, ha denunciato monsignor Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo. Le proteste proseguiranno finché non rassegnerà le dimissioni anche il presidente, ritenuto il primo responsabile del collasso economico del Paese.

L’involuzione autoritaria, la corruzione endemica, il familismo con cui una dinastia si impossessa della macchina dello Stato e la usa per arricchirsi: sono questi gli elementi che accomunano Filippine, Sri Lanka e altri casi di Paesi dell’Indo-Pacifico che parevano avviati sulla via della democratizzazione. Sicuramente non aiuta la presenza silente della Cina, che ha mantenuto ottimi rapporti con Duterte negli ultimi sei anni e con i fratelli Rajapaksa, facendo soprattutto dello Sri Lanka una base della sua Nuova Via della Seta. L’influenza non favorisce la democrazia, tutt’altro: basti vedere al golpe nel Myanmar, favorito da Pechino.

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