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Europa, c’è un “doppio standard” sulla giustizia

Annunci di sanzioni all’Ungheria, minacce di veto al bilancio pluriennale, nomina di Christine Lagarde alla Bce, e non solo: sono giorni caldi per l’Ue, soprattutto per le notizie giudiziarie riguardanti alcuni commissari ed esponenti di spicco. Stante il principio di innocenza fino a prova contraria, emerge un diffuso doppiopesismo liberale. Politicamente inopportuni, per esempio, il portafoglio alla Giustizia per Reynders e la nomina della Goulard. Ecco perché.

La barca della Commissione europea procede tra turbolenze e trabocchetti. Lunedì 16 settembre è stata la volta della riunione dei ministri degli Esteri, nella quale la Finlandia ha ribadito il suo impegno a sostegno della richiesta della Commissione di applicare le sanzioni verso l’Ungheria per le violazioni dello “Stato di diritto”. La Polonia e altri Paesi hanno già annunciato la loro opposizione alla procedura.

Altra turbolenza in arrivo è quella che vedrà nelle prossime settimane il Consiglio europeo discutere sul bilancio pluriennale: molti Paesi dell’Europa centrorientale non sono d’accordo con le attuali previsioni e minacciano il veto.

Il 17 settembre, invece, il Parlamento europeo ha approvato la nomina di Christine Lagarde alla presidenza della Bce, con palpabile entusiasmo francese. Per la cronaca, il report con il giudizio positivo era stato predisposto dall’attuale ministro italiano Roberto Gualtieri. Coincidenze?

Questi giorni sono stati caratterizzati soprattutto dalle notizie giudiziarie riguardanti i neo commissari e rimbalzate a Bruxelles da diverse capitali europee. Parliamo di piccoli terremoti i cui danni potranno essere valutati solo nelle prossime settimane, quando le commissioni parlamentari valuteranno le competenze dei singoli commissari. Il principio cardine dello Stato di diritto e della civiltà giuridica europea, soprattutto in materia penale, impone a tutti la presunzione di innocenza sino a prova contraria e l’assoluto rispetto del beneficio del dubbio (in dubio pro reo), ovvero dell’accertamento della colpevolezza oltre “ogni ragionevole dubbio”. Questa è anche la posizione espressa sin dalla settimana scorsa dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Le audizioni parlamentari dovrebbero iniziare il 30 settembre e concludersi con una votazione finale il 23 ottobre.

L’ultimo botto è esploso nei confronti del commissario alla Giustizia, il belga e liberale Didier Reynders, accusato da un agente belga dei servizi segreti, sin dallo scorso mese di aprile, di riciclaggio e corruzione per gli appalti nella costruzione dell’ambasciata belga in Congo, transazioni in paradisi fiscali, eccetera. Innocente fino a prova contraria. Quel che stupisce, sul piano politico, è la sua nomina ‘solitaria’ fatta dall’ex premier belga Charles Michel (ora presidente del Consiglio europeo) e il portafoglio attribuitogli, nel quale è inclusa, tra le altre, la “cooperazione giudiziaria” e “la promozione della Procura europea”. Colpisce poi la ‘svista’ compiuta nella scorsa primavera dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa (CoE), che lo aveva selezionato come uno dei candidati a segretario generale del Consiglio d’Europa e della stessa Assemblea Parlamentare che decise di votare comunque anche sul suo nome, nonostante le indagini fossero in corso da tempo. Supergarantismo o applicazione politica di doppi standard? Cosa accadrà nelle audizioni al Parlamento europeo e, soprattutto, nell’aula di Strasburgo dove ci sarà solo un voto finale sull’intera Commissione?

Oltre al liberale belga Reynders la lista dei commissari sotto indagine comprende pure la liberale francese Sylvie Goulard, indagata anche dall’Olaf (Ufficio europeo antifrode). La Goulard, ex ministro della Difesa e ora commissario al Mercato interno, è stata ascoltata dalle autorità francesi anticorruzione a Nanterre per quanto riguarda il presunto abuso di fondi dell’Ue per assistenti parlamentari.

Il conservatore polacco Janusz Wojciechowski è stato anch’egli indagato dall’Olaf per fatti risalenti al 2004-2014 e che dovrebbero esser stati chiariti dal maggio scorso. Sempre l’Olaf ha voluto precisare che “le indagini in corso non significano che l’indagato abbia commesso irregolarità o frodi, c’è il pieno rispetto della presunzione di innocenza e dei diritti della difesa delle persone oggetto di indagini”.

Rumor giudiziari invece hanno ombreggiato la nomina della socialista romena Rovana Plumb, neo commissario ai Trasporti. L'organismo anticorruzione della Romania ha presentato nei mesi scorsi una richiesta per indagare la Plumb, ma l’indagine non è mai partita perché la Camera dei deputati ha respinto la richiesta e negato l’autorizzazione a procedere. C’è chi vorrebbe polemizzare su questa nomina e sostenere i sospetti della Procura anticorruzione romena. Tuttavia, la stessa Procura ha imputato per diversi reati colei che occuperà quasi certamente (vedi il voto di ieri) il posto di procuratore generale della Procura europea, la romena Laura Codruţa Kovesi. Dunque, come non incappare nel doppio standard se da un lato si sostiene che la Kovesi sia imputata ingiustamente da quella Procura che invece 'legittimamente' vorrebbe indagare la Plumb?

Un altro socialista, lo spagnolo Josep Borrell, che rappresenterà l’Ue all’estero, ha avuto vicende giudiziarie minori riguardanti l’appartenenza al Cda e il fallimento del gruppo spagnolo di energie rinnovabili Abengoa e gli scandali finanziari che hanno coinvolto due dei suoi ex collaboratori. Entrambe le vicende dovrebbero esser state chiarite.

Siamo convinti che tutti siano innocenti, non solo sino a prova contraria e al di là di ogni ragionevole dubbio, ma ci si permetta di dire che è politicamente inopportuno il portafoglio alla Giustizia del commissario Reynders, problematica la posizione della Goulard, visto che per accuse simili sono stati puniti sia la leader della destra francese Marine Le Pen, sia l’ex leader del centrodestra Francois Fillon. Non per colpevolezza presunta, ma per prudenza.

Proprio i liberali macroniani che sostengono la “rinascita umanista” europea dovrebbero imporsi il principio di precauzione. C’è da confidare poi nella saggezza da parte dei parlamentari europei, sia coloro che sostengono l’ideologia europeista sia coloro che l’avversano: dovrebbero evitare che si apra un “Vietnam” in Parlamento, il rafforzare elitariamente o il riformare radicalmente l’Europa non passeranno mai da una possibile ecatombe parlamentare.

Critiche politiche sono necessarie e urgenti: lo abbiamo rilevato in merito a molti portafogli ed esponenti smaccatamente pro aborto e pro Lgbt, non a caso per nulla toccati dalle polemiche di questi giorni. I conservatori e i cosiddetti sovranisti e populisti sono i più accreditati per evidenziare le nostre preoccupazioni sui principi non negoziabili. I collaboratori di Papa Francesco, che recentemente gli hanno suggerito l’ennesimo discorso duro contro i “populismi”, non sembrano preoccupati. Dovrebbero aiutare a giudicare i fatti di tutti i populismi recenti e contemporanei (quello di Bolsonaro ma anche quello, di altra natura, dei suoi predecessori Lula e Rousseff; quello di Trump ma anche quello catastrofico di Obama o del messicano Obrador, del boliviano Morales, della cilena Bachelet, dei Fernandez argentini; quello di Orban ma anche quello di Macron, quello di Sanchez e quello di Salvini).

Se si valutassero i fatti e li si giudicassero alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa e dei principi non negoziabili (vedi per esempio la Nota Dottrinale circa l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica), si eviterebbe di dare al Santo Padre un’immagine sfocata della realtà e persino identica a quella fornita da anni dalle agenzie di benevolenza di Soros, da Human Rights Watch ad Amnesty International, che preferiscono l’umanesimo ateo a quello cristiano.