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L'ANALISI

Eritrea e Somalia, il serbatoio dei profughi

Dietro la tragedia degli sbarchi ci sono due Paesi africani dilaniati ancora da guerre fratricide e da dittature spietate.

Attualità 12_04_2011
somalia Arrivano in Italia dalla Libia, ma il loro viaggio è iniziato molti mesi prima e molte migliaia di chilometri più a sud e a est. Sono i somali e gli eritrei che cercano scampo alla più lunga delle guerre e alla più totale delle dittature del continente africano. Ne era carico il battello che è naufragato nel Mediterraneo nella notte tra il 5 e il 6 aprile. Di 300, se ne sono salvati soltanto 54.

La Somalia non conosce pace dal 1991, l’anno in cui una coalizione di clan riuscì a spodestare il dittatore Siad Barre che era alla guida del paese da quando nel 1969, nove anni dopo l’indipendenza, aveva destituito il presidente Abdirashid Ali Shermarke con un colpo di stato militare. La fine dell’era Barre fu salutata allora quasi da tutti come l’alba di una nuova era di unità, pace e democrazia. Le poche “Cassandra” che previdero il peggio furono ignorate. Eppure, ancora i convogli presidenziali in fuga non avevano finito di lasciare il paese che già l’effimera alleanza dei “signori della guerra” – così sarebbero diventati in seguito noti i capi clan somali – si era incrinata e incominciavano gli scontri sempre più cruenti per il potere: ognuno dei clan maggiori determinato ad assumere il controllo dell’apparato statale escludendo a qualsiasi costo gli avversari. Inutili sono state le missioni ONU Unosom I e Unosom II, tra il 1992 e il 1995, e la missione Unitaf degli USA. Sostanzialmente inutile è stata anche l’attività diplomatica avviata nel frattempo per far deporre le armi ai clan contendenti, alla quale hanno collaborato alcuni stati tra i quali l’Italia, e l’Igad, l’organismo regionale che comprende i paesi dell’Africa orientale.

Nel 2004, dopo anni di negoziati svoltisi in Kenya mentre in Somalia la guerra continuava, sono state create le attuali istituzioni politiche di transizione, trasferite in patria l’anno successivo. Accordatisi per spartirsi governo e parlamento, i capi clan e di lignaggio non hanno però smesso di combattere e, anzi, una parte di essi ha dato vita a una coalizione antigovernativa, poi a sua volta frammentatasi in altre unità: l’Unione delle Corti Islamiche, legata al terrorismo islamico internazionale e forte abbastanza da impadronirsi di Mogadiscio e di altre importanti città. Per salvare le istituzioni politiche di transizione e per arginare l’infiltrazione del fondamentalismo islamico militante, alla fine del 2006 è intervenuta l’Etiopia, con l’appoggio degli Stati Uniti. Poi nel 2007 è stata creata la Amisom, una missione dell’Unione Africana, che da allora a stento riesce a garantire il controllo di una parte della capitale.

Entro il mese di luglio 2011
il paese avrebbe dovuto essere pronto per andare al voto, ma mancano i presupposti minimi. Morti di stenti e profughi a milioni, i somali superstiti devono ora, nelle città e nei territori in mano alle forze antigovernative, subire inoltre la violenza del fondamentalismo islamico che impone come vestire e mangiare, proibisce gli svaghi più innocenti e punisce secondo la legge coranica, tagliando le mani ai ladri, lapidando le adultere.

Per la minoranza cristiana si aggiungono la sofferenza e la paura della persecuzione che costringe a praticare la devozione in segreto. Shabaab, il più importante movimento islamico antigovernativo, si dice intenzionato a cancellare il cristianesimo dal paese. Nel 2010 sei cristiani sono stati uccisi dai suoi militanti.

Quanto all’Eritrea
, è indipendente dal 1993, dopo una guerra di secessione dall’Etiopia durata 30 anni. Il leader del movimento secessionista Isayas Afeworki, divenuto capo di stato, aveva promesso democrazia e lotta contro la corruzione. Come per la Somalia nel 1991, anche per l’Eritrea sembrava prospettarsi un futuro di conquiste sociali e civili. Ancora nel 1997, Afeworki veniva acclamato dalla Banca Mondiale, insieme a Melles Zenawi, primo ministro dell’Etiopia, e a Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, come esempio di una nuova classe dirigente africana protagonista di un “rinascimento africano” dato per certo. Invece, dall’indipendenza gli eritrei non sono mai andati alle urne, sono stati costretti tra il 1998 e il 2000 a una nuova guerra contro l’Etiopia per questioni tuttora irrisolte di confine, vivono in una sorta di prigione a cielo aperto, da cui è difficile fuggire, isolati dal mondo e con la pendente minaccia per uomini e donne di un servizio militare a tempo indeterminato che il governo ha facoltà di imporre con il pretesto dello stato di guerra con paesi vicini.

Nessuno sembra volersi ricordare
che sono loro, i leader somali ed eritrei, i responsabili dei morti in mare del 5 aprile, degli innumerevoli somali ed eritrei che neanche raggiungono le coste del Mediterraneo, ma muoiono cercando di attraversare il deserto del Sahara, di quelli che finiscono in mano ai predoni nel Sinai e, ancora, delle centinaia di morti, ogni anno, lungo la rotta di fuga più pericolosa, il Golfo di Aden, verso lo Yemen. Sarebbe segno di reale impegno e di più capace azione politica se il Consiglio di Sicurezza ONU, il Consiglio ONU per i diritti umani, l’Unione Africana, l’Igad incominciassero finalmente a chiederne conto.