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Emiliano e De Luca, ricicli a Sinistra. E i 5 Stelle muti

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Pur di restare aggrappati al potere, gli ex governatori Emiliano e De Luca sono pronti a riciclarsi, uno come consulente della nuova giunta pugliese e l'altro come sindaco di Salerno. E i 5 Stelle sui adeguano. Finché il centrosinistra non farà i conti con la sua inclinazione al riciclo permanente, l'elettorato resterà disilluso. 

Politica 20_01_2026

Nel dibattito politico italiano torna ciclicamente una sensazione di stanchezza che non riguarda solo le idee, ma i volti e i nomi che le incarnano, una sorta di eterno ritorno dell’identico che vede i cacicchi aggrapparsi a ogni spiraglio pur di non lasciare la scena, riciclandosi con abilità in ruoli diversi, spesso presentati come tecnici, consulenziali o addirittura di servizio, ma che nella sostanza consentono di restare dentro il perimetro del potere e delle sue rendite simboliche e materiali.

È un copione visto e rivisto, in cui la retorica del rinnovamento convive senza imbarazzi con pratiche che vanno nella direzione opposta, alimentando il sospetto che per una certa classe dirigente la politica non sia una parentesi temporanea ma una professione a vita. Il caso di Michele Emiliano in Puglia, che secondo notizie circolate sulla stampa si sarebbe visto riconoscere una consulenza giuridica da circa 11.000 euro al mese dal suo successore Antonio Decaro, è emblematico non tanto per la cifra in sé, quanto per il messaggio che trasmette: l’idea che l’esperienza politica maturata ai vertici delle istituzioni possa essere immediatamente convertita in incarichi ben remunerati, in una zona grigia dove il confine tra competenza e cooptazione appare quantomeno sfumato.

Peraltro Emiliano ha prima tentato di farsi nominare assessore della giunta Decaro, al fine di poter continuare a comandare, ma non è riuscito. La soluzione della consulenza appare, tuttavia, come una sconfitta della politica e del buon senso. Un consulente può fare e dire tutto e continuare a frequentare i palazzi del potere senza limiti e con una capacità di interlocuzione ad ogni livello dell’istituzione regionale. Si presume che l’incarico a Emiliano sia propedeutico a una candidatura a ruoli nazionali o alle elezioni politiche dell’anno prossimo. Intanto, però, la consulenza gli consente di restare aggrappato al potere regionale.

Allo stesso modo, la parabola di Vincenzo De Luca, ex governatore della Campania che si appresterebbe a tentare l’ennesimo ritorno candidandosi a sindaco di Salerno, racconta di un ceto politico incapace di immaginarsi fuori dalla competizione elettorale, come se il passaggio di consegne fosse una sconfitta personale e non un fisiologico momento di alternanza. In questi casi il problema non è la legittimità formale delle scelte, che spesso rispettano le regole vigenti, ma il loro impatto sul clima democratico e sulla fiducia dei cittadini, che assistono a una girandola di incarichi, candidature e rientri in scena sempre affidata alle stesse figure, mentre le nuove generazioni restano ai margini o vengono chiamate solo a ratificare decisioni prese altrove.

A rendere il quadro ancora più stucchevole è il silenzioso adeguamento del Movimento 5 Stelle, che aveva costruito la propria identità politica proprio sulla promessa del ricambio, del limite ai mandati e dell’uscita di scena come gesto di coerenza, e che oggi sembra aver smarrito quella radicalità, accettando senza troppi scossoni le stesse dinamiche che un tempo denunciava con veemenza. L’abbraccio tattico con il centrosinistra ha portato in dote non solo alleanze elettorali ma anche una progressiva normalizzazione, in cui il pragmatismo diventa alibi e la coerenza un ricordo sbiadito, mentre i principi fondativi vengono archiviati come ingenuità giovanili. Così il ricambio si trasforma in parola vuota, buona per i comizi, ma sistematicamente smentita dai fatti, e la politica appare sempre più come un gioco chiuso, autoreferenziale, dove chi è dentro trova mille modi per restarci e chi è fuori fatica persino a intravedere una porta d’ingresso.

In questo contesto il malcontento non nasce solo dall’antipatia verso singoli personaggi, ma dalla percezione diffusa che il sistema premi la permanenza più che il merito, la fedeltà più che l’innovazione, e che l’uscita di scena non sia contemplata come opzione dignitosa.

Finché il centrosinistra non farà i conti con questa sua inclinazione al riciclo permanente dei propri leader, e finché anche chi aveva promesso di scardinare queste logiche continuerà ad adeguarvisi, sarà difficile convincere un elettorato disilluso che il cambiamento non sia soltanto uno slogan stagionale, buono per le campagne elettorali e destinato a svanire il giorno dopo il voto. Anche nel centrodestra ci sono esempi del genere, ma nel centrosinistra il fenomeno appare ancora più preoccupante, visto che la coalizione della Schlein ambisce a rovesciare gli attuali equilibri politici e si illude di poterlo fare riciclando spesso il peggio del vecchio.