• CORPO DIPLOMATICO

È nella famiglia la chiave della pace

Nel tradizionale discorso al Corpo Diplomatico, papa Francesco sottolinea il legame che c'è tra famiglia e pace e imputa alla debolezza della famiglia le situazioni conflittuali nel mondo. Tra i drammi umanitari cita «l'orrore dell'aborto».

Papa Francesco e il Corpo diplomatico

Il 13 gennaio 2014 Papa Francesco ha pronunciato il tradizionale discorso annuale che i Pontefici rivolgono al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Appena eletto, Francesco aveva già convocato il Corpo Diplomatico per un incontro straordinario, il 22 marzo 2013, in cui fece propria l’espressione del «caro e venerato Benedetto XVI», «dittatura del relativismo», indicandola come radice della «povertà spirituale dei nostri giorni», la quale tocca anche coloro che sono materialmente ricchi e non è meno grave della povertà materiale.

Mentre nel precedente incontro, sulla scia dei colloqui con i diplomatici di Benedetto XVI, Papa Francesco aveva denunciato gli attentati, anche nell’Occidente relativista, alla libertà religiosa, il 13 gennaio ha scelto di concentrarsi sui temi della famiglia e della vita. «Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, dedicato alla fraternità come fondamento e via per la pace, ho notato – ha ricordato il Papa – che “la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia». E lo stesso vale per la pace, che ha bisogno della famiglia, secondo «le parole del mio amato predecessore Benedetto XVI, il quale sottolineava come “il lessico familiare è un lessico di pace”».

«Purtroppo – ha affermato Francesco –, spesso ciò non accade, perché aumenta il numero delle famiglie divise e lacerate, non solo per la fragile coscienza del senso di appartenenza che contraddistingue il mondo attuale, ma anche per le condizioni difficili in cui molte di esse sono costrette a vivere», in mancanza delle «politiche appropriate che sostengano, favoriscano e consolidino la famiglia!».

Le politiche anti-familiari, ha detto il Papa, emarginano gli anziani e tolgono anche entusiasmo ai giovani. Invece, «non bisogna spegnere il loro entusiasmo! Conservo viva nella mia mente l’esperienza della Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro. Quanti ragazzi contenti ho potuto incontrare! Quanta speranza e attesa nei loro occhi e nelle loro preghiere!». Ma quanto spesso queste speranze sono deluse! «Lo confermano – se ce ne fosse bisogno – le immagini di distruzione e di morte che abbiamo avuto davanti agli occhi nell’anno appena trascorso. Quanto dolore, quanta disperazione causa la chiusura in sé stessi, che prende via via il volto dell’invidia, dell’egoismo, della rivalità, della sete di potere e di denaro! Sembra, talvolta, che tali realtà siano destinate a dominare».

Il primo sguardo del Papa si è posato sulla Siria. «La sollecitudine per quella cara popolazione e il desiderio di scongiurare l’aggravarsi della violenza – ha ricordato – mi hanno portato, nel settembre scorso, a indire una giornata di digiuno e di preghiera», che ha avuto un successo perfino insperato e ha certo contribuito a fermare improvvide iniziative militari. La diplomazia della Santa Sede continua a lavorare per la Siria, dove «è imprescindibile il pieno rispetto del diritto umanitario. Non si può accettare che venga colpita la popolazione civile inerme, soprattutto i bambini». Il Pontefice apprezza «l’encomiabile sforzo di quei Paesi, soprattutto il Libano e la Giordania, che con generosità hanno accolto nel proprio territorio i numerosi profughi siriani»: ma questi Paesi vanno aiutati dalla comunità internazionale. E il Papa guarda «con particolare preoccupazione al protrarsi delle difficoltà politiche in Libano», dov’è tornato il terrorismo, «all’Egitto, bisognoso di una ritrovata concordia sociale, come pure all’Iraq, che stenta a giungere all’auspicata pace e stabilità».

Ricorre quest’anno il centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale. Papa Francesco lo ricorda, e ricorda pure Benedetto XV (1854-1922) quando invitava i capi delle Nazioni a far prevalere «la forza morale del diritto» su quella «materiale delle armi» per porre fine a quella «inutile strage». Benedetto XV, ha detto Francesco, faceva quello che sempre fanno i Papi: cercare di far prevalere la riconciliazione sul conflitto, senza chiudere gli occhi di fronte ai conflitti e cercando di comprenderne le cause profonde, un tema centrale dell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium». È nello stesso spirito, senza scelte di parte, che oggi la diplomazia vaticana – ha sottolineato il Papa – lavora senza sosta, e spesso senza pubblicità, per la causa apparentemente impossibile di una soluzione pacifica al conflitto fra israeliani e palestinesi. Nello stesso tempo, «non cessa di destare preoccupazione l’esodo dei cristiani dal Medio Oriente e dal Nord Africa». I cristiani hanno diritto di «far parte dell’insieme sociale, politico e culturale dei Paesi che hanno contribuito ad edificare»: ma questo diritto in troppi Paesi non è riconosciuto.

«Pure in altre parti dell’Africa, i cristiani sono chiamati a dare testimonianza dell’amore e della misericordia di Dio. Non bisogna mai desistere dal compiere il bene anche quando è arduo e quando si subiscono atti di intolleranza, se non addirittura di vera e propria persecuzione». Il Papa ricorda la Nigeria, dove «non si fermano le violenze e continua ad essere versato tanto sangue innocente», la «distruzione e morte» nella Repubblica Centroafricana, il Mali, «dove pur si nota il positivo ripristino delle strutture democratiche del Paese», il Sud Sudan, «dove, al contrario, l’instabilità politica dell’ultimo periodo ha già provocato numerosi morti e una nuova emergenza umanitaria».

Volgendo lo sguardo all’Asia, Francesco celebra «il 50° anniversario delle relazioni diplomatiche con la Repubblica di Corea», cioè con la Corea del Sud, stabilite dalla Santa Sede nel 1964, e offre una preghiera per la martoriata Corea del Nord. Ma ci sono in Asia, afferma, anche «crescenti atteggiamenti di chiusura che, facendo leva su motivazioni religiose, tendono a privare i cristiani delle loro libertà e a mettere a rischio la convivenza civile». Il riferimento evidente è alle persecuzioni dei cristiani asiatici in nome non solo dell’islam, ma anche dell’induismo e del buddhismo.

Ci sono ancora troppi drammi umanitari, ha detto il Papa. «Non possono lasciarci indifferenti i volti di quanti soffrono la fame, soprattutto dei bambini, se pensiamo a quanto cibo viene sprecato ogni giorno in molte parti del mondo, immerse in quella che ho più volte definito la “cultura dello scarto”». Attenzione, però, ha detto il Papa, Non combatte in modo credibile la cultura dello scarto chi parla volentieri della fame del mondo, ma non si oppone all’orrore dell’aborto. «Purtroppo, oggetto di scarto non sono solo il cibo o i beni superflui, ma spesso gli stessi esseri umani, che vengono “scartati” come fossero “cose non necessarie”. Ad esempio, desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell’aborto», mentre altri nascono ma diventeranno vittima del vergognoso sfruttamento sessuale e della tratta di essere umani.

C’è poi «il dramma delle moltitudini costrette a fuggire dalla carestia o dalle violenze e dai soprusi, particolarmente nel Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi Laghi», alcuni dei quali sono «rifugiati in campi dove non sono più considerate persone ma cifre anonime». Altri muoiono nel corso dei «viaggi di fortuna» come quelli verso Lampedusa, dove il Papa ha voluto recarsi non solo per denunciare carenze  di fraternità ma anche per valorizzare «l’accoglienza e la dedizione di tante persone» e «l’encomiabile impegno di solidarietà» che, nonostante «difficoltà», resta un merito di tanti rappresentanti del popolo e delle istituzioni italiane.

Un cenno – sulla scia, ancora, degli incontri con i diplomatici e dei documenti per le Giornate mondiali della pace di Benedetto XVI – Francesco ha voluto riservare alla mancanza di rispetto per la natura creata, che non resta senza conseguenze. «Ricordo – ha detto – un detto popolare che dice: “Dio perdona sempre, noi perdoniamo a volte, la natura – il creato – non perdona mai quando viene maltrattata!”». Sta qui, ha detto, la radice profonda di tanti disastri naturali del 2014.

La Chiesa, attraverso la sua diplomazia, opera per la pace, ma non sempre è chiaro che cos’è la pace. Francesco ha citato la lettera enciclica Populorum progressio del 1967 del venerabile Paolo VI (1897-1978), dove si spiega che la pace «non si riduce ad un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini». È questo «ordine voluto da Dio» che la dottrina sociale della Chiesa propone ultimamente d’instaurare nel mondo.