• INVASIONE LGBTI

Dove per dirsi femmine o maschi basta l'autocertificazione

Il 17 maggio si è celebrata la “Giornata Mondiale contro l’omofobia”, grazie ad una ideologia che viene da lontano e che si rinforza grazie all'indottrinamento mediatico. Per questo tanti Stati dell'Ue cominciano ad accettare l'autocertificazione come sufficiente per riconoscere una persona del sesso appartenente a quello opposto di nascita. Qualche protesta però si leva: la realtà comincia a dimostrare che la discriminazione è al contrario.

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Il 17 maggio si è celebrata la “Giornata Mondiale contro l’omofobia” promossa dalla Unione europea dal 2004, all’occasione è stata data anche quest’anno maggior rilevanza mediatica di quanto non sia stato per la “Giornata mondiale della Famiglia” dello scorso 15 maggio. La “Giornata Mondiale delle famiglie” era stata istituita dalle Nazioni Unite nel lontano 1994. Già questo semplice fatto dovrebbe farci sorridere e riflettere. Non perdiamo il sorriso.

Lo stesso simbolo delle battaglie Lgbti, un arcobaleno privato di alcuni colori inventato da Gilbert Baker, ha avuto vicissitudini ironiche nelle ultime settimane. Da un lato il divieto della Turchia di promuoverlo e farlo disegnare ai bambini in età scolare, perché simbolo e strumento della ideologia Lgbt. Dall’altro la dichiarazione di guerra della potente lobby Lgbti inglese contro l’abuso che si è fatto del “loro simbolo”, perché inappropriatamente usato dal pubblico e dai bimbi per sostenere il sistema sanitario durante la pandemia di COVID-19, ha perso e cancellato l’“orgoglio gay”. La comica disfida della bandiera, come l’allarmante sproporzione di informazioni sulle “giornate internazionali”, nasconde però una sottile spinta verso nuove pericolose ideologie.

In Scozia ed in Inghilterra, dove da tempo di discute di come riformare e riconoscere nel registro civile il genere (solo maschile e femminile? Anche altri generi senza vincolo biologico? Con autodichiarazione di sentirsi di sesso diverso da quello di nascita o di appartenere ad altre sessualità, oppure di prevedere certificazioni, operazioni chirurgiche o trattamenti chimici?), la prestigiosa Edinburgh Law Review, rivista di giuristi scozzesi, ha pubblicato una interessante ricerca su come il riconoscimento del genere vada diffondendosi nei paesi europei.

È ovvio che riconoscere nella legislazione degli Stati l’autodichiarazione di appartenenza sessuale o di genere, svincolata dalla propria sessualità biologica, ha delle conseguenze molto significative su tutta la vita sociale e civile, oltre ad implicare il fatto che la personale percezione di sé supera la realtà biologica. Brevemente, nel Regno Unito sin dal 2004 esiste una certificazione di genere rilasciata dopo una diagnosi e due anni di osservazione medica. Non sono necessarie invece operazioni mediche. In questi ultimi anni (2017-2019) varie proposte, indagini e ricerche sono state svolte per eliminare dalla legge la necessaria diagnosi di “disforia di genere” per il cambio di sesso anagrafico.

Questa pratica della autodichiarazione semplice, promossa a livello internazionale dalla Lobby Lgbti, viene considerata la miglior pratica a cui ispirarsi, ovvero: «I paesi “aperturisti" al riconoscimento legale del genere non richiedono di intraprendere interventi chirurgici, sterilizzazione o cure mediche…Non è necessario ottenere una diagnosi professionale o medica per cambiare il genere legale…(Anzi) proprio la richiesta di ottenere una diagnosi medica di genere sulla propria disforia è confermata da molte persone trans come deterrente per la ricerca al riconoscimento del genere…Lo stigma che circonda una diagnosi, insieme ai ritardi per ottenerla, può provocare in molte persone un impatto negativo sulla propria vita».

In Norvegia, Malta (ma la decisione è dell’Amministrazione Anagrafica), in Belgio (solo con due autodichiarazioni in 6 mesi), Danimarca (con dichiarazione scritta e ripetuta dopo 6 mesi), Francia (dopo sentenza Tribunale), Irlanda (con richiesta al ministero Affari sociali e lavoro), Portogallo (solo con il consenso del proprio congiunto se sposato). Non sono dunque pochi i paesi del continente europeo che si stanno muovendo in questa direzione della “autocerficazione di genere sessuale” per i propri cittadini e, di conseguenza, stanno rompendo i ponti con la biologia sessuale umana e reale.

Le lobby Lgbti hanno promosso questa campagna sin dalla fantomatica elaborazione dei “Principi di  Yogyakarta” del 2006, manifesto nel quale per la prima volta si elabora sistematicamente non solo l’ideologia gender e trans ma si pianificano anche azioni di lobby nelle organizzazioni internazionali per accrescerne l’efficacia ed il rispetto. Da quel momento storico, in particolare attraverso simpatizzanti e Ong a livello europeo, le risoluzioni della Assemblea Parlamentare del Consiglio di Europa (PACE-APCE) e i vari reports annuali della Agenzia dei Diritti Umani europea (FRA), si è sviluppata una trama che vuole espandersi su tutto il continente ed abbracciare il mondo intero.

Ebbene, proprio in previsione della giornata del 17 Maggio, diverse agenzie e Ong europee ci hanno deliziato con i loro Reports Annuali. Tre organizzazioni europee ILGA-Europa, Transgender Europa (TGEU) e l'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) hanno pubblicato rapporti di ricerca sui diritti delle persone in Europa con diversi orientamenti sessuali, identità ed espressioni di genere. TGEU ha pubblicato il suo Trans Rights Europe & Central Asia Index, delineando la situazione legale delle persone trans in 52 paesi. L'Indice copre le categorie di riconoscimento legale di genere, asilo, discorsi e violenza motivati ​​da pregiudizi, non discriminazione, salute e famiglia. Il documento accompagna una mappa aggiuntiva che evidenzia i territori in cui è richiesta la sterilizzazione forzata o una diagnosi obbligatoria di salute mentale per le persone trans per modificare legalmente il proprio genere.

L’Agenzia Europea per i Diritti Umani (FRA) ha pubblicato i risultati del suo sondaggio del 2019 solo tra le persone LGBTI nell'UE ed in latri paesi europei non UE. La ricerca, svolta con interviste a 140.000 partecipanti in tutta Europa, per la prima volta riguarda anche le persone intersessuali e i minori di età compresa tra 15-17: «La discriminazione nella vita quotidiana persiste», afferma il rapporto della FRA. Certo fa pensare che chi giuda l’Agenzia Europea dei Diritti Umani sia Michael O’Flaherty, l’ideatore e il promotore dei Principi di Yogyakarta!

Oltre a ciò, è stato pubblicato il “Rainbow Europe Map” di ILGA-Europe dove si descrivono i progressi sui diritti trans e intersessuali in un certo numero di paesi in tutta Europa, sebbene il 49% di questi non abbia fatto progressi positivi in ​​termini di espansione dei diritti Lgbti. Rimane una grande differenza, tra i paesi europei (centro ed est) che scelgono la realtà del sesso e genere biologico e quelli dell’ovest che scivolano verso le fantasiose autodichiarazioni. Le conseguenze di questo scivolamento verso l’autodichiarazione di genere sessuale, ovviamente reversibile nell’opinione di ciascuno che l’abbia sottoscritta, sono però molto preoccupanti già in molti paesi.

Nei giorni scorsi, proprio nel Regno Unito è emersa, grazie ad un dibattito parlamentare, la scia di violenze ed abusi sessuali che diversi carcerati maschi, autodichiaratisi femmine, hanno potuto compiere nelle carceri femminili, nei confronti di detenute femmine ed agenti di polizia penitenziaria femminile.

Altro caso che sta sconvolgendo gli Stati Uniti è quello degli atleti maschi che concorrono nelle gare femminili di varie scuole e Stati. Una reale penalizzazione e discriminazione delle donne da parte di maschi autodichiaratisi femmine che viene permessa e promossa in nome della non discriminazione  e del politicamente corretto. Le donne, sportive e non, stanno reagendo con forza e hanno promosso una Petizione al Comitato Olimpico affinché non sia permesso questo scempio e questa discriminazione verso i loro confronti.

Pensate che questo clima nasca dal nulla e si rafforzi nella opinione comune per pura casualità? Ebbene, cominciate a tener d’occhio, in questo periodo di quarantena,  i programmi che guardano i vostri figli, sin dalla più tenera età. Ad esempio, sfruttando il confinamento dovuto alla pandemia, la piattaforma di contenuti a pagamento Disney + è alla ricerca di clienti. E, con i parchi Disneyland chiusi e in perdita, sarà sempre più insistente nella sua propaganda infantile di personaggi e ideali Lgbti. C’è poco da sorridere, lo tsunami trans arriverà in Italia tra poco, siamo sicuri di esserne consapevoli e di avere gli attrezzi giusti per combatterlo?

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