• CULTURA DELLA MORTE

Dopo l'aborto, Irlanda pronta per l'eutanasia

Media e intellettuali hanno cominciato in Irlanda una campagna per introdurre la "morte assistita", considerata «necessaria». Un film già visto. E la Chiesa diventa immediatamente un obiettivo, con la sua valorizzazione della sofferenza e la rete di hospice che ospitano i moribondi.

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Legge sulla "morte assistita"

Così come hanno fatto con l’aborto, i media irlandesi e alcuni politici stanno preparando il popolo irlandese alla legalizzazione dell’eutanasia, o “suicidio assistito”. Prima che l’aborto venisse legalizzato in Irlanda, c’era un’evidente e prevedibile campagna mediatica che evidenziava i “casi limite” per dimostrare la crudeltà della Costituzione pro-vita.

La tragica morte per setticemia di Savita Halappanavar, non diagnosticata per negligenza medica, aveva galvanizzato gli attivisti pro-aborto. Dicevano che fosse morta perché alla Halappanavar non era stato permesso di abortire. Il suo è diventato il caso usato per illustrare l’argomento abortista ed era (ed è tuttora) una storia potente ed emozionante.

Visti infine i risultati del referendum sull’aborto, con il 64% che ha votato a favore, è improbabile che questo caso abbia fatto molto di più che convincere definitivamente una piccola parte della popolazione. Ma ha assicurato l’egemonia della narrazione sull’aborto. Ha creato l’idea che l’aborto sia necessario per questi casi limite, quando di fatto questi costituiscono un 1% degli aborti praticati in Irlanda.

Per l’eutanasia, questo tentativo deliberato di controllare la narrazione è ancor più necessario, visto che il consenso sul tema è probabilmente inferiore rispetto a quello che c’era per l’aborto, anche se non di molto. Se si votasse domani, è già probabile che gli irlandesi sceglierebbero l’eutanasia. Ma, in particolar modo fra gli operatori sanitari e quelli specializzati in cure palliative, così come fra gli psichiatri, è ancora abbastanza forte l’opposizione. Quando il dibattito sulla legge per l’eutanasia è stato lanciato nel Dail (una delle camere del Parlamento), a centinaia si sono espressi contro.

Ma, ancora una volta, la maggioranza degli intellettuali irlandesi, soprattutto nei media, sostiene che l’eutanasia sia necessaria. Più esplicitamente, il Sunday Times ha avviato a fine novembre una campagna per la legalizzazione della “morte assistita” in Irlanda. Il modo in cui ha lanciato la campagna è illuminante: “Sappiamo che questa è una questione delicata e difficile, per cui un piccolo gruppo di attivisti è a favore della legalizzazione e un gruppo altrettanto determinato è contrario ad ogni cambiamento. Pensiamo che vi sia una grande maggioranza che sta nel mezzo ed è sostanzialmente favorevole alla legalizzazione, benché nutra preoccupazioni sincere e comprensibili. Tutti saranno comunque d’accordo sul fatto che è giunto il tempo di iniziare a discutere sulla questione, visto che la morte assistita è attualmente legalizzata in una decina di Paesi e molti altri si aggiungeranno presto”.

Questo linguaggio è simile a quello di uno dei principali quotidiani irlandesi, The Irish Independent, che ha pubblicato due editoriali sul tema. Il primo chiede un dibattito aperto sulla questione, mentre elenca una serie di casi drammatici che portano la narrazione a favore del suicidio assistito (o morte assistita, così come viene chiamata) e sottolinea come per lo stesso vi sia un ampio sostegno. Il secondo, scritto da un attivista pro-eutanasia, sostiene che quelli che si oppongono alla legalizzazione sulla base di argomenti da “piano inclinato” abbiano le loro valide ragioni, dunque occorrano salvaguardie rigorose in un’eventuale legge sul suicidio assistito.

Quel che una simile campagna mediatica crea è l’idea che vi siano attivisti pro e contro l’eutanasia, entrambi mossi da buona fede e principi morali sinceri. Ma ciò non è vero. Come già detto, quelli che sono realmente più vicini al moribondo e all’ammalato si oppongono. Non sono “attivisti”, ma medici, infermieri ed Oss. Sanno che introducendo il suicidio assistito, esso verrà normalizzato, a prescindere dalle salvaguardie. Sanno anche che trasformerebbe i medici da difensori a distruttori della vita: l’uccisione diverrebbe parte della loro professione.

“Una volta che è consentita dalla legge, l’esperienza mostra che sempre più gente muore di eutanasia”, dice Siobhan MacHale, il co-autore di un paper del College degli Psichiatri d’Irlanda. “E’ solitamente il risultato dell’espansione di un criterio attraverso cause legali, perché, se la legge concede il suicidio assistito, non ci sono più ragioni per limitarlo ai soli casi di malati terminali”.

Non c’è “alcuna ragione logica”, questo è il punto cruciale. Il paper e gli articoli che cito, riconoscono che l’opposizione principale al suicidio assistito, arrivi da due fronti, uno cristiano e l’altro etico-medico. Ma l’etica si basa su una cultura sottostante e da una teoria che la difenda. Entrambe sono fornite dalla Chiesa ed è esattamente per questo motivo che la Chiesa verrà coinvolta nel dibattito.

In Irlanda, la Chiesa è rappresentata come la paladina di tutto il male della storia: l’oppressione, il maltrattamento delle donne, il divieto dell’aborto, del divorzio e dell’omosessualità. Man mano che l’Irlanda cerca di condannare il suo passato, vede nell’eutanasia una nuova opportunità. Fatto sta che la Chiesa è ancora uno dei pochi luoghi che dà amore incondizionato ai malati e ai moribondi. Molti degli ospedali per malati terminali sono stati fondati da ordini cattolici e non hanno intenzione di distruggere il loro duro lavoro di offrire un luogo sereno per i moribondi.

Ma una volta spogliati del contesto cristiano, dove l'amore per la sofferenza e l'amore per i sofferenti vanno di pari passo, non è ovvio perché debbano essere introdotte delle salvaguardie. Perché dovremmo lasciare vivere chi soffre, quando solo una vita libera dalla sofferenza è felice? Una delle qualità caratteristiche di quest'epoca, come predetto da Aldous Huxley in A Brave New World, è il desiderio di rinnegare la nostra libertà di soffrire, di bandire la sofferenza dalla scena pubblica. L'introduzione dell'eutanasia avvicinerà l'Irlanda alla visione distopica di Huxley.

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