• A 800 ANNI DALLA MORTE

Domenico, il santo atleta che insegnava la verità

San Domenico di Guzmán capì la necessità della predicazione, cioè dell’insegnamento della verità, perché rimase colpito dalla diffusione delle eresie che facevano cadere le persone nell’errore, mettendone a repentaglio la vita eterna. Guardando alla musica in suo onore, interessante è l’oratorio di Antonio Braga che ripercorre le tappe principali della vita del grande fondatore dell’Ordine dei Predicatori.
- LA MERAVIGLIOSA SPERANZA, di Aurelio Porfiri

Oggi ricorrono gli otto secoli dal dies natalis, dalla nascita in cielo di san Domenico di Guzmán (Caleruega, 1170 - Bologna, 6 agosto 1221), il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, noti anche come Frati Domenicani.

A questo grande astro di santità papa Benedetto XV (1854-1922), già arcivescovo di Bologna, che conserva la salma del santo, dedicò la magnifica enciclica Fausto appetente die. Da essa emerge un Domenico uomo di Dio, tutto dedito alla Chiesa. «L’Ordine dei Predicatori da lui istituito fu sempre valido baluardo in difesa della Chiesa Romana. Pertanto, non solo può dirsi che Domenico fu ai suoi giorni ristoratore del tempio”, ma che provvide alla difesa di esso anche per il futuro, avverandosi le parole profetiche che Onorio III scrisse nel confermare l’Ordine nascente: “… i frati del tuo Ordine saranno gli atleti della Fede e veri luminari del mondo”» (n. 2).

Ai suoi confratelli il Fondatore impone lo studio instancabile delle dottrine e, particolarmente, di quella cristiana, com’è ovvio. Così, fondando i suoi conventi molto vicino alle università, i suoi «bianchi» frati possono meglio dedicarsi alla cultura (cfr. n. 6). «Sembrò addirittura che la stessa sapienza di Dio si manifestasse attraverso la parola dei frati domenicani, quando il nuovo Ordine ebbe predicatori ed assertori della Fede Giacinto di Polonia, Pietro Martire, Vincenzo Ferreri, e uomini prestigiosi per ingegno e dottrina come Alberto Magno, Raimondo da Pennafort e Tommaso d’Aquino, quel gran figlio di Domenico, per mezzo del quale specialmente si può dire che “Dio illuminò la sua Chiesa”» (n. 7). Nonché Caterina da Siena, la quale, superando incredibili difficoltà, convinse il Papa a ritornare, dopo settanta anni, da Avignone a Roma.

Un altro merito di san Domenico è quello di aver diffuso il Rosario mariano. Quasi eco della voce di Benedetto XV sono le parole che il padre domenicano Daniel Ols, francese del Convento di S. Maria sopra Minerva in Roma, ci diceva nel 2014 offrendoci una visione sintetica di san Domenico: la sua grandezza risiede nel fatto di aver capito la necessità della predicazione, cioè dell’insegnamento della verità. San Domenico è stato colpito dall’eresia, cioè dal fatto che la gente andava nell’errore, mettendo così a repentaglio la vita eterna. Questo lo ha angosciato - continuava a riferirci questo figlio di san Domenico - e gli ha fatto capire la necessità, in un momento in cui i vescovi non predicavano più e i preti secolari erano di un’ignoranza crassa, di fondare un ordine di predicatori che avrebbero insegnato la verità.

Ma durante quest’anno speciale dedicato a san Domenico, che è iniziato con l’Epifania 2021 e terminerà il 6 gennaio 2022, s’intona tutt’altra musica. «Celebreremo san Domenico - ha scritto nella Lettera del 31 gennaio 2020 il maestro generale dell’Ordine dei Predicatori, padre Gerard Francisco III Timoner - non come un santo su un piedistallo, ma un santo che gode a tavola della comunione con i suoi fratelli, riuniti dalla stessa vocazione per predicare la Parola di Dio e condividere il cibo e le bevande dono di Dio». Vengono queste parole (e altri testi di questo Giubileo domenicano) sulle orme di quello che Dante chiama «della fede cristiana il santo atleta»? Quanto scrive l’autore della Divina Commedia sul Cherubico Patriarca è soltanto un lontano ricordo scolastico: «Domenico fu detto; e io ne parlo / sì come de l’agricola che Cristo / elesse all’orto suo per aiutarlo» (Paradiso XII, 70-72)».

A proposito di musica, il compositore napoletano Antonio Braga (1929-2009), discepolo del compositore francese Darius Milhaud (1892-1974), ha scritto su libretto proprio San Domenico di Guzmán, «racconto mistico» per recitante, soli, coro e orchestra. Con la voce recitante di Giorgio Albertazzi (1923-2016), l’oratorio ha avuto la sua prima esecuzione il 12 giugno 1997 al Teatro San Carlo di Napoli, diretto da Carlos Piantini (1927-2010). Vi troviamo le tappe principali della vita del grande santo: la nascita in Spagna da una famiglia nobile della Vecchia Castiglia e la predicazione contro l’eresia dei càtari (albigesi), che creava disturbo nel Sud della Francia, nella prima parte; la fondazione dell’Ordine dei Predicatori a Tolosa, l’incontro con san Francesco e la morte a Bologna, nella seconda parte.

Eclettico come il suo maestro Milhaud, Braga combina nella stessa partitura elementi tratti da diversi stili storici, come per esempio: una delle oltre 400 Cantigas de Santa Maria, il grande canzoniere mariano datato entro il 1284 e attribuito ad Alfonso X il Saggio, Re di Castiglia e di León; una lirica trobadorica di Bernard di Ventadorn (XII sec.); la voce recitante che declama su uno sfondo di strumenti a percussione e del coro, procedimento a cui Milhaud ricorre spesso; le rime popolari per musica e danza di uno strambotto quattrocentesco; una chanson parigina, che soprattutto nella prima metà del XVI secolo era molto in voga nella corte francese dei Valois.

Se ci rattrista il tenore del Giubileo dedicato a san Domenico di Guzmán, ci consola l’omonimo oratorio di Braga.

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