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un giudizio bioetico

Domenico e il corretto senso delle cure palliative

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La triste vicenda del piccolo Domenico si configura come una gestione corretta delle cure palliative. Accompagnata dal Rosario. Ciò che significa aver cura del morente. 

Editoriali 23_02_2026

La vicenda è nota. Domenico aveva poco più di due anni ed era affetto da una grave cardiopatia. Il 23 dicembre dello scorso anno il bambino è stato sottoposto ad un trapianto di cuore presso l’ospedale Monaldi di Napoli, ma l’organo trapiantato è risultato gravemente danneggiato, molto probabilmente a causa delle modalità non idonee del trasporto, avvenuto da Bolzano a Napoli.

I giudici dovranno esaminare le responsabilità di chi ha predisposto ed effettuato tale trasporto e, altresì, dovranno verificare se ci sono state responsabilità anche in capo ai medici che hanno operato il piccolo Domenico. Con un cuore così danneggiato e visto il quadro clinico del piccolo paziente che andava peggiorando, si è ventilata allora l’ipotesi di un secondo trapianto, ma ci si è subito accorti che le condizioni del bambino rendevano impossibile un ulteriore intervento. Domenico è poi spirato sabato scorso. Attualmente sono sei gli indagati, tra medici e infermieri dell'ospedale Monaldi.

Per quello che è possibile, mettiamo sotto la lente d’ingrandimento della riflessione bioetica le decisioni della famiglia e dei medici una volta constatato che il bimbo non poteva più ricevere un secondo cuore e che dunque non c’era più nulla da fare sul piano terapeutico, inteso in senso stretto. Domenico, in quei pochi giorni intercorsi tra la decisione di non procedere ad un secondo trapianto e la sua morte, è rimasto sedato ma, come aveva informato l’avvocato della famiglia, «tolta la sedazione, il bambino non si è svegliato»: dunque le sue condizioni apparivano fortemente critiche avvalorando, insieme ad altri elementi, la fondatezza della prognosi sicuramente infausta. Infatti, dopo il fallito trapianto, il bambino aveva avuto «un’emorragia cerebrale, un’emorragia peritoneale e vari altri focolai emorragici encefalici», come ha raccontato il medico legale della famiglia, Luca Scognamiglio.

Cosa allora hanno deciso di fare la famiglia insieme ai medici del Monaldi? Fonti di ospedale riportate dall’Ansa avevano assicurato che al bambino «non sarà staccato l'Ecmo, perché un secondo dopo si rischia la morte. Verranno invece eliminate altre terapie non necessarie». L’Ecmo è sostanzialmente un polmone artificiale che permette un’ossigenazione extracorporea del sangue. È dunque un supporto vitale.

Inoltre la famiglia ha concordato con il pool dell’ospedale una pianificazione condivisa delle cure che miravano ad evitare trattamenti non necessari, che dunque avrebbero configurato accanimento terapeutico, e ad accompagnare Domenico fino all’ultimo respiro tramite le cure palliative a motivo del suo quadro clinico così compromesso.

Un corretto giudizio bioetico si fonda sempre sulla altrettanto corretta conoscenza dei fatti. I fatti, in questa vicenda, sono quelli narrati dai media. A dar retta ai fatti così come riportati dai giornali, la scelta della famiglia e dei medici non ha configurato una scelta eutanasica. Infatti, relativamente a ciò che si apprende, non si è deciso di sedare il piccolo per poi staccarlo dall’Ecmo. Si è deciso invece di mantenere l’Ecmo, di sedarlo e probabilmente di usare oppioidi per rendere l’inevitabile trapasso meno travagliato. Dunque si è atteso l’evento morte, che dovrebbe quindi essere avvenuto in modo naturale, e non lo si è procurato per mano dei medici.

Detto ciò, però si spera che quando si è fatta menzione delle cure palliative non s’intendesse una somministrazione di una dose massiccia di oppioidi volta direttamente ad anticipare la morte del piccolo bloccando i centri del respiro. In questo caso, dato che la volontà si sarebbe orientata a provocare la morte di Domenico, la scelta sarebbe stata eutanasica, ossia si sarebbero usate le terapie palliative in modo improprio. Il percorso corretto è invece quello che vede l’aumento progressivo della somministrazione di farmaci sedativi e antalgici per arrivare ad un livello di sedazione ed ad un controllo del sintomo del dolore desiderati.

Appare improbabile che si sia scelta la strada dell’uso improprio delle terapie palliative per fini eutanasici stante il non distacco dell’Ecmo fino all’ultimo, dato che sarebbe stato più semplice, a quel punto, sedarlo e poi staccare l’Ecmo. Perciò, dai pochi elementi che si hanno in mano, nulla fa intendere che ci sia stata una condotta eutanasica.

Torniamo al piccolo Domenico. Lui, infine, è morto. Ora è il tempo della giustizia, delle lacrime e delle preghiere. Le preghiere non sono mai mancate accanto al capezzale di Domenico. Il giorno prima del decesso, l'Arcivescovo di Napoli, il cardinale Domenico Battaglia gli ha somministrato l’unzione degli infermi e la madre ha pregato il Rosario vicino al suo letto. Le preghiere della madre sono continuate anche il giorno dopo sino alla fine,  insieme a quelle del cardinale, del cappellano, di tre infermiere e due medici. Anche e soprattutto questo è aver cura del morente.