• L'EDITORIALE

Diamo voce a chi sceglie la vita

Ci sono storie che vanno dritte al cuore, che ci fanno percepire la profondità del mistero della vita. E che dovrebbero farci guardare in modo diverso al dibattito sulla legge per il fine vita.


Ci sono storie che vanno dritte al cuore, che ci regalano una boccata d’aria fresca, che ci stupiscono facendoci percepire la profondità del mistero della vita e il dono dell’amore. Ci sono storie che non hanno raggiunto il palcoscenico di «Vieni via con me», le affabulazioni e le narrazioni di Roberto Saviano. Qualcuno le chiamerà «pro life», pensando di usare questa espressione in senso negativo.

Eppure, leggendo il racconto dell’esperienza di Mariagrazia Corno che oggi pubblichiamo su La Bussola, non si può fare a meno di constatare come proprio di queste esperienze abbiamo bisogno. Non si tratta di casi rari. La croce di una malattia invalidante, che sconvolge la vita familiare, è portata dalle spalle di tante persone nel nostro Paese. Da tante donne e da tanti uomini. Da tanti giovani. Abbiamo bisogno di sentire le loro voci, perché sulla vita e sulla morte non si decide a cuor leggero, sulla base degli slogan, dei videomessaggi, della caramellosa atmosfera creata da chi sceglie di raccontare soltanto una parte della realtà.

Ha affermato Piergiorgio Corno, ex calciatore e marito di Mariagrazia, che vive tracheostomizzato e immobile in un letto, comunicando grazie a un pannello trasparente dove sono segnate lettere e simboli: «Nella primavera ’99 avevo deciso che non valeva la pena di continuare a lottare, anche se, nel mio intimo non ne ero convinto. Avevo i polmoni vuoti che cercavano disperatamente aria che non arrivava, ma in casa respiravo tanta aria speciale fatta di presenza di affetto e tanto amore dei tre figli e di mia moglie Mariagrazia, anche dei tanti amici, che mi hanno fatto rivedere i miei programmi. Le suppliche accorate dei miei cari: “Rimani con noi”, mi hanno commosso. In un attimo ho rivisto la vita passata assieme, con le tante gioie che Dio ci ha donato e ho deciso di continuare a vivere sottoponendomi alla tracheotomia, consapevole di aver rubato la libertà a mia moglie e ai miei figli. Non è stato facile accettare di vedere spegnersi progressivamente la vita nei miei muscoli.  Ma come sono riuscito a distaccarmi dal mio corpo, ormai inutile, ho avuto il conforto di una inaspettata e pacata serenità, che pian piano si è impadronita, senza che me ne rendessi  conto, di tutto il mio essere. Da quel momento è iniziata per me una vita nuova».

Racconti come questo dovrebbero farci guardare in modo diverso al dibattito sulla legge per il fine vita, che in molti vorrebbero affossare perché vieta eutanasia e suicidio assistito, oltre a stabilire che idratazione e alimentazione non sono cure e non possono essere interrotte. Racconti come questo, insieme all’altro articolo che pubblichiamo oggi e che spiega come (non) funzionano le DAT, dichiarazioni anticipate di trattamento, negli Stati Uniti, dove sono presenti da circa quarant’anni.

Uno studio scientifico mostra che il 30-40% di pazienti colpiti da grave patologia cambia idea rispetto alle cure a cui vorrebbe o non vorrebbe essere sottoposto nell’arco temporale che parte dal momento in cui è insorta la malattia fino a 7 anni dopo. I sostenitori delle DAT rispondono che questo non è un problema, perché le possono essere cambiate con il mutare delle decisioni dell’estensore. Purtroppo però nell’80% dei casi i pazienti non si rendono conto che ciò che loro pensano è diverso da ciò che è stato scritto nelle DAT: cioè non si rendono conto di aver cambiato idea.

Insomma, si tratta di una materia delicatissima, ben più complessa di quanto vorrebbero far credere i sostenitori dell’autodeterminazione. Anche le più recenti statistiche del Belgio dimostrano che in un caso su tre a decidere della vita o della morte sono stati i medici, non i pazienti.

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