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Di Maio sbatte sulla casta sindacale

Anche il candidato 5 Stelle Di Maio si è detto convinto che i sindacati italiani debbano autoriformarsi oppure essere riformati per via legislativa. Ovviamente sono insorti tutti, ma il tasto toccato è più vivo che mai. E condiviso dalla maggioranza degli elettori. 

In momenti diversi, prima l’uno poi l’altro, sia Berlusconi che Renzi ci hanno provato, ma senza riuscirci. Nei giorni scorsi anche Luigi Di Maio, candidato premier per i Cinque Stelle, intervenendo al Festival del lavoro di Torino, promosso dall’Ordine nazionale dei consulenti del lavoro, si è detto convinto che i sindacati italiani debbano autoriformarsi oppure essere riformati per via legislativa.

Le sue dichiarazioni, com’era prevedibile, hanno suscitato un vespaio di polemiche, ma in realtà infilano il dito nella piaga della realtà italiana e meritano una riflessione approfondita. D'altra parte, non è un caso che a ritirare fuori l’emergenza del pansindacalismo e del peso soverchiante che nel nostro Paese i sindacati hanno nei processi decisionali sia il Movimento Cinque Stelle, che attraverso la Rete sa percepire gli umori dell’opinione pubblica, soprattutto quelli delle nuove generazioni. L’intento dei pentastellati appare sempre più quello di cavalcare battaglie popolari, in grado di catturare consensi tra i giovani, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i disoccupati, i precari, gli insofferenti allo strapotere degli apparati e di certe lobby. Per fare questo devono accreditarsi come forza trasversale, che supera la rigida dialettica destra-sinistra e proietta le sue soluzioni sui problemi reali dell’opinione pubblica.

Certo è che la sfida allo strapotere dei sindacati è musica per le orecchie degli elettori di centrodestra, il che dà fiato alle interpretazioni più dietrologiche: i sondaggi danno in vantaggio quell’area politica, ma siccome Berlusconi non è candidabile e non è detto che possa esserlo, molti suoi seguaci, pur di non votare a sinistra, potrebbero sentirsi più a loro agio esprimendo una preferenza per i grillini. Di qui la scelta di Di Maio e soci di abbracciare, su temi altamente sensibili come l’immigrazione e i sindacati, un punto di vista più vicino alle posizioni del centrodestra.

Ma cosa ha detto di così scandaloso Di Maio per attirarsi le ire di Susanna Camusso e di altri esponenti del sindacato e della politica? Ha semplicemente dichiarato quello che milioni di italiani, anche ex iscritti ai sindacati, pensano: «Un sindacalista che prende la pensione d'oro o finanziamenti da tutte le parti ha poca credibilità per rappresentare un giovane di trent'anni. Se il Paese vuole essere competitivo le organizzazioni sindacali devono cambiare radicalmente. Dobbiamo dare possibilità alle associazioni giovanili di contare nei tavoli contrattazione, serve più ricambio nelle organizzazioni sindacali. O i sindacati si autoriformano o quando saremo al governo faremo noi la riforma». 

Qualcuno l’ha interpretato come un avvertimento autoritario. In realtà il vincitore delle primarie on line dei Cinque Stelle ha contestualizzato quelle sue riflessioni in una cornice più ampia e argomentata di riforma del mercato del lavoro, con l’auspicio di una “manovra choc” che abbassi il costo del lavoro, favorisca nuove assunzioni nelle imprese e negli studi professionali, sviluppi l’innovazione tecnologica, visto e considerato che «internet è la più grande fabbrica di posti di lavoro» e riduca drasticamente il peso della burocrazia e delle scartoffie.

Susanna Camusso, leader Cgil, ha prontamente bollato le esternazioni di Di Maio come “arroganti e insopportabili”. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti ha rimproverato il leader grillino invitandolo a rispettare l’autonomia e la responsabilità dei sindacati.

A prendere le difese di Di Maio è stato Matteo Salvini, che ha definito i sindacati un ostacolo e ha rincarato la dose a proposito della scarsa rappresentatività delle sigle sindacali tradizionali, sempre più distanti dai bisogni dei lavoratori e sempre più inclini a sfruttare privilegi e rendite di posizione. Senza contare il meccanismo delle “porte girevoli”, che consente ai sindacalisti più in vista di fare politica già all’interno dei sindacati, di ottenere candidature in Parlamento e ruoli di governo e, una volta non rieletti, di tornare a occupare con disinvoltura le posizioni precedenti. Un’evidente commistione sindacato-politica che snatura il ruolo che le organizzazioni dei lavoratori dovrebbero avere stando alla Costituzione.

Peraltro va ricordato che nella Costituzione si parla di sindacati all’articolo 39, prescrivendo per essi una registrazione presso uffici locali o centrali, un’autodisciplina interna, l’acquisizione della personalità giuridica e la capacità di stipulare contratti collettivi con efficacia per tutti gli appartenenti alla categoria. Quell’articolo è rimasto sulla carta, i sindacati si sono sempre arrogati compiti e prerogative debordanti rispetto al dettato costituzionale e quindi Di Maio non dice nulla di autoritario né di sbagliato quando invoca una loro autoriforma che possa andare incontro alle mutate esigenze del mondo del lavoro.