• IL CORAGGIO DI CHI AMA

Denuncia il governo: “Volevano abortissi mio figlio Down”

Máire Lea-Wilson, 30 anni, scoprì che il figlio in grembo aveva la sindrome di Down e «la prima cosa di cui volevano parlare (in ospedale) era se volessi abortire. All’epoca ero incinta di 34 settimane». L'amore per il figlio l’ha spinta ad adire le vie legali per chiedere giustizia per le centinaia di bambini uccisi perché malati e discriminati rispetto ai sani. Scegliendo di fare come Davide con Golia e giocando in attacco.

Vuole trascinare il governo inglese in tribunale per affossare la legge sull’aborto, o almeno una sua parte. Tutto si può quindi dire tranne che la britannica Máire Lea-Wilson, 30 anni, contabile di Brentford, Londra, difetti di coraggio. Sì, perché questa battagliera madre di famiglia sembra davvero intenzionata ad andare fino in fondo, spinta da una forza incontenibile: l’amore per il figlioletto Aidan, nato nel giugno 2019 non grazie bensì nonostante le indicazioni sanitarie.

Infatti quando la Lea-Wilson, insieme al marito Simon, si era recata in ospedale durante la sua seconda gravidanza (dalla prima era nato il figlio Tom, che oggi ha 3 anni), si era sentita consigliare dal personale, neppure troppo velatamente, una sola strada: quella dell’aborto. Un passaggio drammatico, che la donna tutt’ora ricorda molto bene: «La prima cosa di cui volevano parlare era se volessi abortire. All’epoca ero incinta di 34 settimane».

In effetti, la legislazione inglese consente l’aborto dopo le 24 settimane di gestazione solo in casi di «gravi anomalie fetali»; e si dà il caso che la Trisomia 21, di cui è affetto Aidan, rientri tra esse. Tuttavia, la signora Lea-Wilson, d’accordo col marito, si è guardata bene dall’accogliere il consiglio abortivo, optando per la venuta al mondo di un figlio che adora: «Aidan è un piccolo raggio di sole. Non lo cambierei per nulla al mondo». Proprio l’amore per il figlio l’ha spinta, in questo periodo, ad adire le vie legali.

Nello specifico, la tesi con cui questa madre inglese spera di modificare la legislazione del suo Paese è la disparità di trattamento che, dopo le 24 settimane dal concepimento, viene posta in essere tra i nascituri sani e quelli che, invece, possono essere ancora abortiti in ragione delle già citate «gravi anomalie fetali». «Ho due figli, li amo e li apprezzo allo stesso modo», spiega la donna, «per questo ritengo sia sbagliato che la legge non li tuteli allo stesso modo. E per questo intendo cambiarla».

Di qui l’idea di una causa che la signora Lea-Wilson intende promuovere insieme, tra gli altri, ad Heidi Crowter, giovane attivista a sua volta affetta da Trisomia 21, il cui legale, l’avvocato Paul Conrathe, depositerà a breve un’istanza presso l’Alta Corte contro la previsione dell'Abortion Act del 1967 che, come detto, include la disabilità fra le giustificazioni degli aborti tardivi. Dopo spetterà ai giudici stabilire se dare o meno avvio ad un processo che, se mai si celebrasse, sarebbe senza dubbio qualcosa di storico a prescindere dall’esito che potrebbe avere. Staremo a vedere.

Quel che intanto è certo è che il problema degli aborti dei nascituri “colpevoli” di non essere abbastanza sani non rappresenta, neppure nel Regno Unito, una questione marginale. Lo dicono i dati, che hanno registrato solo nel 2018 quasi 3.300 aborti – 3.269, per l’esattezza - motivati sulla base di anomalie fetali; di dette anomalie, quasi la metà sono risultate essere malformazioni congenite, con la sindrome di Down indicata in almeno 618 casi. Ma gli esperti evidenziano come gli aborti eugenetici, dei quali una parte sarebbe sommersa ed estranea ai conteggi, possano in realtà essere ben di più.

Ecco che allora la battaglia di cui ha deciso di farsi interprete la signora Lea-Wilson, ben lungi dall’essere una sua faccenda personale, appare a tutti gli effetti una questione sociale dato che interessa ogni anno svariate centinaia di bambini inglesi abortiti per il solo fatto di non essere sufficientemente «conformi agli standard». Certo, una battaglia per la vita degna di questo nome non può dimenticare come gli aborti, nel Regno Unito, si aggirino complessivamente sui 200.000 l’anno, e come nessuno di essi che possa risultare qualcosa di minimamente accettabile, anzi.

Ciò nonostante, c’è da esser profondamente grati a questa madre di famiglia che, a ben vedere, avrebbe potuto starsene tranquilla a casa a godersi la compagnia del marito e dei suoi due figli; e invece ha scelto di combattere il nome del più fragile di essi, Aidan, per far sì che altri bambini possano vedere la luce. Senza esser più eliminati in nome di un presunto e discutibilissimo «diritto di scelta».