• IL DUELLO/8

Dante, il poeta in armi e in politica

L’autore della Commedia si addestrò anche nelle armi e partecipò alle guerre aretino-pisane, in particolare ad alcune battaglie, tra cui quella di Campaldino. Riguardo all’attività politica, Dante divenne Priore di giustizia nel 1300. E, secondo Boccaccio, fu il capo-delegazione nell’ambasceria di Firenze che avrebbe dovuto trattare con Bonifacio VIII.

Intellettuale che si coinvolse pienamente nella vita di Firenze e «del bel paese là dove 'l sì suona», Dante si addestrò anche nelle armi e partecipò alle guerre aretino-pisane, in particolare ad alcune battaglie, tra cui quella di Campaldino (11 giugno 1289), come ricorda l’umanista Leonardo Bruni (1370-1444) che pone il poeta tra i feditori a cavallo:

in quella battaglia memorabile e grandissima che fu a Campaldino, lui giovane e bene stimato si trovò nelle armi, vigorosamente a cavallo nella prima schiera, dove portò gravissimo pericolo […]. Questa battaglia racconta Dante in una sua epistola e dice esservi stato a combattere e disegna la forma della battaglia.

La partecipazione di Dante tra i feditori a cavallo non significa necessariamente che il poeta disponesse di denaro per potersi mantenere un cavallo, ma ci assicura del fatto che si fosse addestrato al combattimento così bene da poter essere schierato in prima fila. Nel canto V del Purgatorio l’incontro con Bonconte richiama alla mente di Dante la battaglia di Campaldino, alla quale entrambi parteciparono, anche se su fronti opposti: Bonconte tra i ghibellini aretini, Dante tra i guelfi fiorentini. Il corpo di Bonconte, morto in quella battaglia, non venne più ritrovato. Per questo Dante viator chiede all’anima purgante:

Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?

L’anima racconta che, ferito a morte in quella battaglia, raggiunse la confluenza tra l’Archiano e l’Arno e si affidò alla Vergine Maria, mentre perdeva i sensi. Il suo corpo venne, infine, travolto dal fiume in piena.

Nello stesso anno Dante partecipò anche all’assalto del Castello della Caprona. Era il 16 agosto. Il poeta, arruolato tra i quattrocento cavalieri di Nino Visconti, ricorda la giornata quando descrive la bolgia dei barattieri nel canto XXI dell’Inferno (vv. 94-96):

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;

così vid’io già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo se’ tra nemici cotanti.

Dante teme che i diavoli della bolgia non rispettino i patti, proprio come i fanti pisani erano timorosi quando uscirono dal Castello della Caprona, trovandosi in mezzo a tanti soldati fiorentini.

Oltre che coinvolto nella vita militare, Dante partecipò anche all’attività politica, dopo che, mandato in esilio Giano della Bella, furono ammorbiditi gli Ordinamenti di Giustizia da lui emanati secondo i quali i nobili non potevano partecipare all’amministrazione della città. Anche gli esponenti della piccola nobiltà poterono così accedere alle cariche di Firenze, purché s’iscrivessero ad una corporazione. Dante scelse quella dei medici e degli speziali.

Dante fu Priore di giustizia nel bimestre 15 giugno-15 agosto del 1300, l’anno in cui è ambientata la Commedia, l’anno del primo Giubileo indetto dal Papa Bonifacio VIII. Fu proprio sotto il suo priorato di giustizia che vennero mandati in esilio a Sarzana alcuni guelfi bianchi insieme a Guido Cavalcanti, coinvolti in azioni violente ai danni dei guelfi neri. L’amico Guido sarebbe morto nell’agosto del 1300, in seguito alla malaria contratta. Dante non poté collocarlo tra gli epicurei perché il viaggio è ambientato nel marzo o aprile di quell’anno. Pose in quel cerchio il padre Cavalcante de’ Cavalcanti.

Secondo quanto scrive il Boccaccio nel Trattatello, Dante fungeva da capo-delegazione nell’ambasceria che avrebbe dovuto trattare con Bonifacio VIII perché desistesse dall’intromissione nella politica interna di Firenze. Mentre Dante era lontano, ancora a Roma secondo la testimonianza di Dino Compagni, avvenne un colpo di Stato ad opera dei guelfi neri, supportati da Carlo di Valois. Molti guelfi bianchi allora al potere, accusati di baratteria e di peculato, furono condannati a pagare una multa e a restituire il maltolto entro tre giorni. In caso contrario, i loro beni sarebbero stati confiscati e distrutti. Se, invece, avessero pagato, sarebbero comunque rimasti per due anni in esilio fuori dalla Toscana, interdetti per sempre da qualsiasi pubblico ufficio. Secondo una provvisione del 9 giugno del 1302 venivano coinvolti nell’esilio anche i figli maschi maggiori di quattordici anni e le mogli degli esiliati. Nonostante la prevista distruzione dei beni, in caso di mancato pagamento, nessuno dei condannati si presentò a pagare.

Per Dante iniziò l’esilio che compare numerose volte all’interno della Commedia in forma di profezia rivelatagli dalle anime. Ne parleremo la prossima puntata. Non sappiamo quando e se la moglie riuscì a raggiungere Dante. Secondo la testimonianza di Boccaccio, Gemma non fu costretta a seguire il marito in esilio. I figli rividero, invece, il padre.