• POST CONCILIO

Dalla disputa (anche in musica) al “dialogo”. Paga la verità

Nella sua ambiziosa partitura in lingua tedesca, Doktor Faust, Ferruccio Busoni (1866-1924) immagina una disputa teologica tra cattolici e protestanti in una taverna di Wittenberg. Oggi sarebbe difficile pensare a un’opera così. Perché dopo il Vaticano II la disputa ha lasciato il posto al “dialogo”. E si è dimenticato che Gesù ha chiesto di annunciare il Vangelo ad ogni creatura.

Una disputa teologica tra studenti cattolici e protestanti in una taverna di Wittenberg? Accade nel quadro secondo dell’opera in lingua tedesca Doktor Faust di Ferruccio Busoni (1866-1924), figura complessa di musicista italo-tedesco, pianista, compositore e scrittore, «il più straordinario interprete che abbia avuto la letteratura pianistica» (G. Cattaneo, Esperienze intellettuali del primo Novecento, Mondadori 1968, p. 142).

Composta tra il 1916 e il 1924, Doktor Faust è una partitura ambiziosa, frutto di un lavoro intenso; lasciata incompiuta, fu poi completata da Philipp Jarnach, allievo di Busoni, ed ebbe la prima rappresentazione all’Opera di Dresda il 21 maggio 1925.

Non ha torto il compositore quando, il 23 luglio 1921, scrive alla moglie: «In questo momento ho finito la “disputa” nella partitura: tecnicamente è forse il mio pezzo più perfetto nel contesto di un’opera! (Allo stesso tempo è molto vivace)» (F. Busoni, Briefe an seine Frau, Rotapfel-Verlag, 1935, p. 383). Infatti, siamo davanti a uno Scherzo per voci e strumenti - inteso come forma musicale, solitamente non molto ampia, di carattere vivace e fantasiosa - virtuosistico e brillantissimo quanto alla musica e magistrale per ciò che riguarda la teatralità.

Presente Faust, gli studenti discutono, più o meno leggermente, sulla dottrina delle idee di Platone. Teologo, giurista e scienziato disputano e poi richiedono il parere di Faust: «Che il Maestro si pronunci!». «Nulla è stato mai provato», Faust risponde «e nulla può esser provato». Comincia a parlare di Martin Lutero, «questo insigne pensatore protestante», ma è interrotto da una disputa generale tra studenti cattolici e protestanti che da filosofica diventa religiosa: «Le parole di un apostata!». «Un eroe, un santo!». «Smargiassate!». «Eresie!». «Io lo ritengo soprattutto un nuovo Messia, un autentico uomo tedesco!». «Bah! Il vero Messia è stato tutto tranne che tedesco!». «Voi altri, papisti, siete i peggiori eretici!». «Se fossimo in Spagna, voi finireste sul rogo!». «E voi vi siete carbonizzati! Un piccolo mucchio di cenere!». «Il diavolo vi porti! È un eretico e uno smargiasso!». «Al diavolo voi, nel più nero degli abissi! È un eroe, un santo, un autentico uomo tedesco, il nuovo Messia!».

Divertito, Faust bonariamente riporta la calma e dice: «Amici miei, mettetevi almeno daccordo sul diavolo e sull’inferno. Le parole a cui penso vi riconcilieranno. Egli disse che “il vino, le femmine, le arti e l’amore sono le cose della vita che sono di consolazione ai migliori, e fra le più ragionevoli”. Aggiungiamo i canti della santa musica, così dolci, così vivi, così pieni di giubilo».

Il contrasto musicale ben rappresenta la ripresa della disputa tra il coro dei protestanti e quello dei cattolici, che si accaniscono: «Viva le femmine!». «Viva Martin Lutero! Viva!». «Che viva: all’inferno, assieme ai diavoli!». Si arriva al punto in cui gli inni dei due partiti s’intrecciano; su una musica che è una parodia della polifonia sacra, i cattolici intonano un bizzarro e licenzioso Te Deum: Te Deum laudamus, qui fecisti vinum. Te Dominum glorificamus qui feminam creavisti. Dum puellas adoramus, te eiscum exultamus. Circulate pocula in sæculorum sæcula! Indignati, i protestanti replicano, in stile rigoroso e accademico, con il più famoso corale composto da Lutero: Einfeste Burg ist unser Gott, einstarke Wehr und Waffen! (Una solida fortezza è il nostro Dio, una buona difesa e una buona arma), ed «escono al passo della marcia dell’oca e con la mano alzata» (un presagio oscuro ma non così peregrino, visto il filo doppio che lega Hitler all’eresiarca tedesco, come ben osserva qui Francesco Agnoli).

Dopo il Concilio Vaticano II (1962-65) e l’atteggiamento di ottimismo - piuttosto ingenuo - da esso assunto nei riguardi del mondo contemporaneo, la disputa cede il passo al dialogo, il colloquium, vocabolo mai adoperato nell’accezione moderna di incontro di persone, si muta nel dialogus, vocabolo inesistente nelle Scritture. Come se Nostro Signore Gesù Cristo, sul punto di ritornare al Padre, avesse affidato ai suoi discepoli - con buona pace di «un corvo nero, travestito da gesuita» (direbbe Nino Manfredi nel film In nome del papa re di L. Magni, 1977), il quale pretenderebbe la voce del divino Maestro registrata almeno su un nastro magnetico per sapere con certezza quali siano le ipsissima verba Iesu - la missione di dialogare e di conversare, invece che quella grande e sublime di andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15).

Così, una scena come quella raffigurata nell’opera di Busoni sembra tanto vicina ad archeologismi passatisti e lontana da mimetismi intramondani. E pensare che «in passato - scrive Jürgen Moltmann, novantatreenne teologo luterano - la gente si lamentava della voglia di litigare che avevano i teologi (rabies theologorum); oggi la teologia è diventata una faccenda talmente innocua che difficilmente trova ancora pubblica considerazione».

Sembrano scritte per quel diverbio tra studenti protestanti e cattolici nella taverna di Wittenberg le seguenti parole di Moltmann, assai chiare e significativamente vergate nel quinto centenario dal diffondersi dell’infezione luterana: «Dobbiamo imparare nuovamente a dire di no. Una controversia può portare alla luce più verità di un dialogo tollerante. Abbiamo bisogno di una cultura teologica della disputa, condotta con risolutezza e rispetto, per amore della verità. Senza professione di fede la teologia è priva di valore e il dialogo teologico degenera in puro scambio di opinioni» (La Riforma incompiuta. Problemi irrisolti, risposte ecumeniche, in Concilium, anno LIII, n. 2, 2017, pp. 142-152).

Se ci rattrista chi non avverte, con Romano Amerio, che «l’equazione tra il dovere che incombe alla Chiesa di evangelizzare il mondo e il suo dovere di dialogare col mondo […] non trova appoggio né nella Scrittura né nel lessico» (Iota Unum, Fede & cultura, 2009, p. 308), ci consola la musica di Busoni.