• TOGHE POLITICIZZATE

Da che pulpito, Di Matteo. Ma la magistratocrazia c'è

Il pm antimafia denuncia il sistema delle correnti in magistratura, vicino «al metodo mafioso» e troppo schierato. Ma lui stesso, pur non appartenendo a cordate, ha beneficiato dell’ascesa dei grillini. E poi avrebbe potuto denunciare la cosa prima della candidatura alle elezioni del Csm. Che sarà, assieme alla prescrizione, un probabile terreno di scontro tra Pd e 5 Stelle.

C’è da giurare che uno dei primi terreni di scontro tra Pd e Cinque Stelle sarà quello della riforma della giustizia. I dem hanno accettato la continuità incarnata dall’attuale ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, grillino fedelissimo di Luigi Di Maio, ma così facendo rischiano di avallare una torsione giustizialista nella politica giudiziaria del nostro Paese, con inevitabili ripercussioni sul piano dell’equilibrio tra i poteri indispensabile in uno Stato di diritto. I nodi da sciogliere sono tanti, ma soprattutto due: la durata della prescrizione e l’elezione dei membri del Consiglio superiore della magistratura (Csm).

Domenica ci ha pensato il pm antimafia Nino Di Matteo a infiammare la discussione sulle degenerazioni del sistema giudiziario. Da quale pulpito, verrebbe da dire, considerate le posizioni assunte da Di Matteo negli ultimi anni e amplificate dal Movimento Cinque Stelle e dal Fatto Quotidiano. Tuttavia, a onor del vero, il pm, che ha presentato in streaming la sua candidatura al Csm, ha infilato il dito nella piaga denunciando degenerazioni che sono sotto gli occhi di tutti. Certo, verrebbe da dire che avrebbe anche potuto ribellarsi ad esse molto prima, senza aspettare questo momento elettorale. Si vota infatti il 6 e 7 ottobre per eleggere due nuovi membri togati.

Ecco l’affondo principale di Di Matteo: «Negli ultimi 15 anni la magistratura è cambiata, pervasa da un cancro che ne sta invadendo il corpo, i cui sintomi sono la burocratizzazione, la gerarchizzazione degli uffici, il collateralismo politico, la degenerazione clamorosa del correntismo. L’appartenenza a una cordata è l'unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso».

Il pm ha aggiunto: «Non serve una riforma punitiva del Consiglio superiore della magistratura, ma bisogna dargli l'autorevolezza di organo costituzionale senza distinzioni legate all’appartenenza o al gradimento politico». Sull’ipotesi di sorteggio per l’elezione dei togati, Di Matteo è stato perentorio: «Rispetto i colleghi che lo hanno proposto per superare il correntismo, ma è incostituzionale. È inammissibile che magistrati che decidono su ergastoli e patrimoni non possano avere competenza e autorevolezza per eleggere i consiglieri del Csm».

Perché il grande accusatore del processo sulla trattativa Stato-mafia scende in campo proprio ora? Perché rivendica la sua diversità, il non essere mai stato iscritto a una corrente della magistratura. In realtà Di Matteo dimentica che per decenni questa degenerazione correntizia della magistratura ha prodotto effetti diretti sull’evoluzione delle dinamiche politiche nel nostro Paese, favorendo di fatto l’ascesa al potere della parte politica che ora parteggia per lui, vale a dire i Cinque Stelle. I giudici si sono spesso sostituiti all’esecutivo e perfino al potere legislativo (che in una Repubblica parlamentare è il perno principale della struttura democratica), governando il Paese a suon di processi e sentenze. Una politica debole e corrotta, sempre in balia delle toghe, ha di fatto tradito la suddivisione dei poteri di memoria montesquieuiana, sancendo di fatto una magistratocrazia.

Le correnti più forti tra le toghe hanno assunto posizioni molto nette contro alcuni leader politici del passato, in particolare gli esponenti del pentapartito nella Prima Repubblica e Silvio Berlusconi nella Seconda, pubblicando analisi culturali sui propri siti istituzionali che già lasciavano intendere in quali direzioni avrebbero votato. Senza dimenticare le interviste su corruzione e legalità rilasciate da autorevoli pubblici ministeri sui principali quotidiani italiani magari nell’imminenza di importanti appuntamenti elettorali.

Altre armi politiche usate dalla magistratura sono state gli avvisi di garanzia, i processi farsa, tradottisi poi in nulla, e il meccanismo delle porte girevoli, che ha consentito a esponenti di spicco del mondo delle toghe di entrare in politica e poi, al termine del proprio mandato popolare, di rientrare in magistratura, evidentemente con una credibilità assai compromessa in termini di neutralità e terzietà.

Come detto, oltre ai meccanismi di nomina del Csm, c’è anche il nodo della prescrizione. Se il governo non interverrà prima, dall’1 gennaio 2020 scatterà lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio e salterà dunque l’estinzione per eccesso di durata in Corte d’Appello e in Cassazione. Per effetto di questa norma, 30.000 processi penali all’anno non avranno più scadenza e potrebbero diventare infiniti, lasciando perennemente sulla graticola imputati magari innocenti. Ma oltre 150 accademici nei mesi scorsi, d’intesa con le Camere penali, hanno presentato un accorato appello al presidente della Repubblica per denunciare i gravi profili di incostituzionalità del blocco della prescrizione e per frenarne l’entrata in vigore. Il Pd peraltro ha sull’argomento una posizione opposta a quella dei Cinque Stelle. L’ha ricordata nei giorni scorsi l’ex ministro della giustizia, Andrea Orlando, esponente di punta dei dem.

Si profila, dunque, un braccio di ferro tutto interno alla sinistra su questioni che in realtà attengono alle garanzie democratiche di tutti i cittadini, anche di chi non vota per gli attuali alleati di governo.