• NEOCOLONIALISMO

Covid, ricatti ONU su gender e aborto: si muova il Vaticano

L'Ecuador è il primo paese che si piega ufficialmente ai ricatti dell'ONU che per finanziare il piano per fronteggiare il Covid-19 pretende la liberalizzazione dell'aborto e dell'ideologia gender, oltre che la legalizzazione della cannabis e dell'utero in affitto. Una cosa vergognosa che richiede una reazione internazionale, inclusa un'azione decisa della diplomazia vaticana.

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Il Parlamento dell'Ecuador

Ora c’è la prova evidente, il fatto acquisito che i ricatti dell’ONU mirino a imporre aborto, LGBTI, educazione gender e persino la liberalizzazione della cannabis nel mondo intero ed, in particolare, rappresentano una colonizzazione dei paesi più poveri ed in difficoltà. Ancora più odioso che si stia usando il coronavirus come pretesto per imporre politiche anti-famiglia e anti-vita.

L’Ecuador è infatti il primo caso concreto di un paese che ha visto piegarsi il proprio parlamento ai ricatti dell’Onu con l’approvazione, nei giorni scorsi, di un nuovo Codice della Salute che include non solo la liberalizzazione dell’aborto, ma anche ideologia del gender e salute riproduttiva nelle scuole, procreazione medicalmente assistita, cannabis libera… Il Piano anti Covid per l’Ecuador dell’ONU dell’aprile scorso (qui) prevedeva infatti che, a fronte di 46.4 milioni di dollari di aiuti, nel paese venisse facilitato l’accesso all’aborto, liberalizzata la sua pratica e introdotti insegnamenti educativi che promuovessero ‘salute riproduttiva e pianificazione famigliare’ (aborto e anticoncezionali).

434 organizzazioni per i diritti umani di 16 Paesi avevano reagito a questa imposizione, chiamiamolo pure con il suo vero nome - ricatto colonialista dell'ONU - condannando pubblicamente la pressione esercitata da gruppi e lobby per rendere sempre più semplice l’aborto durante la pandemia di coronavirus e consegnando un Manifesto internazionale per il diritto alla vita ai ministeri degli Esteri di Costa Rica, Argentina, Perù ed Ecuador. 

Il documento ripudiava il Piano anti-Covid 19 proposto dalle Nazioni Unite all’Ecuador che prevede l’”aborto sicuro e legale” ed una educazione diffusa alla contraccezione e al gender come condizione, necessaria e sufficiente, per ricevere aiuti internazionali. Le organizzazioni pro life chiedevano invece di “focalizzare l’attenzione sulle politiche pubbliche che promuovano la dignità umana, per porre fine a ogni tentativo di interferire o di attaccare la sovranità“ dei nostri Paesi, in particolare da parte delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie principali” (qui).

Tutto sembrava essersi fermato, invece martedì 25 agosto l'Assemblea nazionale ecuadoriana ha approvato con 79 voti il ​​Codice sanitario biologico (COS) che, tra le altre cose, aprirebbe le porte all'aborto, alla maternità surrogata, alla cannabis e all'insegnamento dell'ideologia di genere ai minori. Il testo di 405 articoli andrà ora al Presidente della Repubblica, Lenín Moreno, che ha il potere di approvarlo o di porre il veto su tutto il testo o parte di esso. 

In particolare il testo vieta l'obiezione di coscienza nelle 'emergenze ostetriche', il che significa che i medici saranno costretti a eseguire un aborto invece di presentare un'alternativa per salvare entrambe le vite. Inoltre l'articolo 196 specifica che "la maternità surrogata sarà consentita solo nei casi in cui vi sono circostanze mediche che non consentono alla donna di rimanere incinta" e che "i fornitori di servizi sanitari devono garantire la cura e l'attenzione dei portatori gestazionali in ogni momento per evitare rischi durante i processi di fecondazione, gravidanza, parto e postpartum”. Quanto alla cannabis ne è stato introdotto l'uso "medicinale" mentre l'articolo 22 "consente che, a partire dall'età di 12 anni, i giovani possano accedere ai contraccettivi senza il consenso dei genitori". Inoltre l'articolo 115 introduce impone alle scuole di "fornire educazione sessuale con l'ideologia di genere". Allo scopo viene istituito il Consiglio Nazionale per l'Uguaglianza di Genere che "svilupperà politiche e programmi educativi per centri di sviluppo globale per la prima infanzia, istituti scolastici a livello nazionale, per la diffusione e la consulenza sulla salute sessuale, di genere e riproduttiva”. Non si esclude la possibilità del ‘cambio di sesso per i minori’.  

Il Fronte nazionale per la famiglia (FNF) dell'Ecuador ha denunciato lo scorso 27 agosto, con un durissimo comunicato,  una "evidente" violazione dei diritti umani nel codice sanitario biologico (COS) approvato dall'Assemblea nazionale, e ha chiesto al presidente Lenín Moreno di porre il veto a molti dei suoi Articoli ed un incontro urgente. "Noi cittadini raggruppati nel Fronte nazionale per la famiglia, preoccupati per l'evidente violazione dei diritti costituzionalmente garantiti in molti degli articoli del Codice della Salute approvato dall'Assemblea Nazionale, chiediamo al Presidente Lenín Moreno di far rispettare la Costituzione e porre il veto ai detti articoli”.

Non ha fatto mancare la sua voce la Conferenza Episcopale dell’Ecuador che, con chiarezza e nel rispetto delle istituzioni, ha voluto appellarsi al Presidente delle Repubblica e ricordare che la Costituzione in vigore e approvata dalla maggioranza del popolo prevede cose ben diverse da quelle del Codice della Salute: diritto alla vita dal concepimento; diritto dei genitori di educare i propri figli secondo i propri valori e con la propria responsabilità, diritto alla obiezione di coscienza; diritto della madre ad una maternità piena e dignitosa ed infine il diritto alla identità sessuale biologica e naturale.
I vescovi hanno voluto chiarire che sono a conoscenza delle “pressioni politiche ed economiche” che stanno dietro il testo approvato e tuttavia confidano che il Presidente Lenin Moreno sappia servire diritti e sviluppo umano ‘integrale’, difenda i principi, la cultura, i principi e i sentimenti del popolo cristiano e della maggioranza degli ecuadoregni.

Sin dalla scorsa primavera abbiamo dimostrato, documenti alla mano, come e quanto l’ONU vincolasse gli aiuti ai paesi in difficoltà per l’emergenza da Covid 19 a politiche pro aborto (qui). La pressione di varie lobbies ed i ricatti delle istituzioni internazionali non mancheranno, ma è necessaria una reazione internazionale vigorosa e anche la Santa Sede dovrebbe intervenire con fermezza. Del resto papa Francesco ha più volte denunciato quella che lui ha definito la "colonizzazione ideologica" ai danni dei paesi più deboli.

Ora, di fronte alla pistola fumante che inchioda l'ONU e il suo segretario generale, Antonio Guterres, la diplomazia vaticana non può fare finta di nulla: deve coinvolgere le tante nazioni pro vita che siedono all’ONU per impedire questa violenza contro un popolo. Gli Usa di Trump ci saranno, la Russia di Putin pure, la Santa Sede prenda l’iniziativa subito. Ci si muova ora o si taccia per sempre.

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