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Covid in Venezuela: tra fame, repressione e omicidi

Nonostante le misure di confinamento volute dal regime socialista a causa del COVID-19, i venezuelani stanno protestando contro la mancanza dei servizi di base e di cibo, mentre i carcerati tentano la fuga per la fame e la Guardia Nazionale spara sulla folla. Ma i media preferiscono raccontare un'altra storia.

Nonostante le misure di confinamento imposte da Nicolas Maduro dal 13 marzo a causa della pandemia COVID-19, i venezuelani non hanno smesso di protestare contro la mancanza dei servizi di base e di cibo. Lo ha informato l'Osservatorio venezuelano dei conflitti sociali (OVCS) nel suo rapporto mensile: sono 716 le proteste registrate durante il mese di aprile, quindi una media di 24 proteste giornaliere.

I venezuelani hanno fame e hanno perso perfino la paura di essere contagiati dal “virus cinese”, poiché l’OVCS ha conteggiato 32 saccheggi in nove stati del Paese, sempre lo scorso mese. “È la disperazione causata dalla decisione del governo di costringere le persone a rimanere a casa, ma i venezuelani non hanno cibo né servizi di base. Dobbiamo ricordare che lo stipendio in Venezuela è di 2 dollari al mese e il regime di Maduro vuole che le persone siano chiuse in casa anche se non hanno niente da mangiare, senza servizi o senza acqua corrente. Tutto ciò ha indotto le persone a scendere in piazza per protestare, anche per la scarsità di benzina”, ha raccontato Marco Antonio Ponce, direttore dell’OVCS, alla televisione colombiana NTN24.

Secondo l’OVCS l'87% delle proteste registrate chiedeva il rispetto dei diritti sociali, più di 200 sono partite per fame e 176 per mancanza di benzina; un controsenso se pensiamo che il Venezuela è il Paese con le riserve di petrolio più i al mondo. La risposta del regime? Più repressione, perché la dittatura ha mobilitato i “colectivos” (delinquenti armati dal regime) per aggredire la popolazione. Ad esempio in Upata (Stato Bolivar), Charlis Antonio Nuñez Palma, di 29 anni, è morto con due colpi di pistola alla testa, dopo l’azione di gruppi armati in moto.

Il 1° maggio sono stati uccisi 47 detenuti e 75 sono risultati feriti, dopo che hanno tentato di scappare del carcere “Los Llanos” per la fame. Secondo le inchieste giornalistiche i prigionieri si sono ribellati perché da quando è iniziato il coprifuoco (il 13 marzo), non hanno avuto più contatti con i loro parenti, da cui dipendono per mangiare; quel poco di cibo che arrivava era rubato dalle guardie, anch’esse disperate per la fame. Questa lotta per il cibo ha fatto scattare un tentativo di fuga massiccia e tanti detenuti sono stati massacrati dalla Guardia Nazionale, che ha sparato contro la folla e contro persone che si trovavano anche per terra. Basta guardare le foto dei morti per confermare l'estrema magrezza dei corpi.

Questa è la cronaca quotidiana in Venezuela. È un Paese stremato da una crudele dittatura, ormai dimenticato dai media italiani. Un Paese dove il Covid-19 si è sommato a una crisi economica e politica che da anni ha costretto i venezuelani a vivere un vero incubo che sembra non finire mai: la mancanza di benzina e il lockdown hanno alzato ancora di più il prezzo del cibo (dal 13 marzo l'inflazione alimentare è del 153%), in un contesto già difficilissimo, dove lo stipendio minimo mensile (alzato lo scorso 1º maggio di quasi il 100%) non è abbastanza per comprare 1 chilo di carne. “Il costo eccessivo dei prodotti alimentari, essendoci un potere d'acquisto piuttosto basso, costringe i venezuelani a cercare di sopravvivere nonostante la pandemia. “In Venezuela c'è molta disperazione e c'è fame”, ha sottolineato Ponce.

Ma l’incubo non finirà per ora: secondo la proiezione realizzata dall'Accademia di scienze fisiche, matematiche e naturali del Venezuela, la nazione sudamericana potrebbe raggiungere un picco tra i 1000 e i 4000 nuovi casi al giorno tra giugno e settembre. Una realtà ben diversa dal tasso di contagio medio di sette casi positivi al giorno del regime e che smentisce la versione ufficiale di "curva appiattita". I ricercatori venezuelani hanno spiegato, in un documento pubblicato sul sito web dell'istituzione (leggere qui), che il comportamento del virus sul territorio venezuelano non è conforme a nessun modello epidemiologico esistente nel mondo.

“In Venezuela, lo sviluppo dell'epidemia ha subito un ritardo a causa del confinamento della sua popolazione durante le fasi iniziali del contagio. Tuttavia, non sembra fattibile che l'epidemia interrompa il suo corso, tanto meno se i tassi di contagio aumentano, come suggerito da alcuni indicatori della mobilità che si è verificata. Lo scenario di una curva appiattita e il pieno controllo dell'epidemia che si sta diffondendo è improbabile alla luce delle proiezioni dei modelli epidemiologici”, hanno allertato.

Gli scienziati avvertono che il vero potenziale di diffusione del Covid19 è sconosciuto, perché il numero di test eseguiti in Venezuela copre solo il 5% della popolazione che ha avuto contatti con il virus. Inoltre, hanno denunciato che i dati ufficiali sono molto sottostimati, con una differenza tra il 63% e il 95% dalla situazione reale. Dunque, con un sistema sanitario praticamente inesistente, in Venezuela si profila una catastrofe umanitaria senza precedenti, mentre il mondo si perde tra le storie deliranti di un dittatore che gioca alla guerra contro gli Stati Uniti per distrarre l’attenzione dalle cose davvero importanti: le sofferenze di un popolo stremato che grida aiuto!