Costruire senza trascendenza, la fragile proposta di Floridi
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Se la civiltà occidentale ha rimosso Dio come principio superiore, il filosofo su Avvenire propone di farne a meno, trovando da sé qualcosa che fondi giustizia, sapere e senso. Forse reggerà, ma anche un ordine ingiusto può reggere.
Sul quotidiano Avvenire del 18 aprile 2026 il prof. Luciano Floridi, nell’articolo Se «Dio è morto», dobbiamo trovare il coraggio di costruire, sostiene che la civiltà occidentale, avendo consumato la plausibilità di un ordine trascendente, non possa più contare su un principio superiore capace di garantire giustizia, unità del sapere e senso del reale. Da qui la sua proposta del “costruzionismo”, inteso come assunzione piena della responsabilità umana di edificare istituzioni, architetture concettuali e forme di convivenza, senza delegare al trascendente ciò che spetta ormai soltanto all’uomo.
Il testo è acuto, colto, persino nobile nell’intenzione, perché reagisce tanto al nichilismo quanto alla passività. Proprio per questo merita una critica seria, poiché la sua eleganza argomentativa rischia di rendere meno visibile la sua insufficienza filosofica. Il punto decisivo è che Floridi tratta la “morte di Dio” come una diagnosi storica dalla quale occorrerebbe semplicemente trarre le conseguenze pratiche.
Qui però si produce un passaggio non dimostrato. Dal fatto che il fondamento trascendente appaia culturalmente eclissato non segue affatto che esso sia ontologicamente inesistente o filosoficamente superato. La perdita di evidenza sociale di una verità non coincide con la sua confutazione. Una civiltà può smarrire il senso del fondamento senza che il fondamento cessi per questo di essere reale. In tal modo Floridi assume come punto di partenza ciò che dovrebbe invece costituire l’oggetto più arduo della dimostrazione.
Da questa premessa nasce la fragilità del costruzionismo. Costruire è certamente un compito umano essenziale, ma costruire non equivale a fondare. Ogni progetto presuppone un criterio di giudizio che non può essere interamente prodotto dal progetto stesso. Se l’uomo deve costruire giustizia, sapere e senso, occorre ancora chiedersi in nome di che cosa una costruzione sia giusta, vera o degna. Non basta rispondere, come suggerisce Floridi, che le strutture valgono per come “reggono il peso”, perché anche un ordine ingiusto può reggere, anche una tecnica del dominio può funzionare, anche una civiltà spiritualmente impoverita può mostrarsi efficiente. La tenuta non è la verità. La funzionalità non è il bene. La stabilità non è la giustizia.
Il costruzionismo tenta così di salvare una normatività forte dopo avere rinunciato al suo fondamento. Vuole custodire la giustizia senza riconoscere un bene oggettivo. Vuole tenere insieme i saperi senza ammettere una verità che li preceda e li misuri. Vuole opporsi al materialismo, ma finisce per restare chiuso nell’immanenza, perché tutto ciò che vale deve, comunque, scaturire da un’operazione umana di edificazione. Il risultato è una forma raffinata di umanesimo autosufficiente che non elimina il nichilismo, semmai lo disciplina. Non risponde alla domanda circa il perché ultimo del bene e del vero, si limita a organizzare con intelligenza il vuoto lasciato dalla loro rimozione.
Anche il modo in cui Floridi contrappone trascendenza e responsabilità storica appare troppo semplice. La tradizione cristiana non ha mai identificato la fede nella provvidenza con l’abdicazione dell’uomo al proprio compito terreno. L’idea che il credente autentico attenda passivamente una giustizia divina sostitutiva dell’azione storica colpisce più una caricatura della fede che la sua forma più alta. La parabola dei talenti, richiamata da Floridi, non autorizza affatto l’autofondazione dell’umano. Dice l’opposto. L’uomo è chiamato a far fruttare un dono ricevuto, non a sostituirsi alla sorgente del dono. C’è operosità, non autoistituzione. C’è responsabilità, non sovranità metafisica. Quando il progetto pretende di prendere il posto del fondamento, il rischio non è la maturità dell’uomo, ma la sua più sottile hybris.
Il testo di Floridi coglie, dunque, una verità parziale e la assolutizza. È vero che non possiamo sottrarci al compito di costruire. È falso che questo compito basti a se stesso. Una civiltà vive davvero soltanto quando sa edificare su ciò che non ha prodotto, quando riconosce che il giusto non nasce dalla sola decisione, che il vero non coincide con il consenso, che il senso non è il risultato di una pura opera di ingegneria culturale. L’uomo non è meno libero quando riconosce un ordine del reale che lo precede. È più libero, perché non è costretto a inventare da zero i criteri della propria misura. Il vero limite del costruzionismo sta qui. Nel credere di poter salvare la casa dopo avere dichiarato superflue le fondamenta.
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