Corti islamiche, un problema legato all’indifferentismo religioso
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La questione della Camera arbitrale islamica istituita a Padova ricorda che la ragione politica deve accettare solo quanto è ragionevole, anche nel rapporto con le religioni. Solo il diritto naturale, difeso dalla Chiesa, garantisce il bene comune, ma il nostro ordinamento lo ha abbandonato. Da qui la sua debolezza.
La questione della Camera arbitrale islamica esplosa in questi giorni richiede di essere esaminata anche dalla prospettiva della libertà di religione. Questo sia dal punto di vista giuridico, tenendo conto dell’ordinamento italiano a proposito dei lodi arbitrali, sia da quello della filosofia della politica. La questione, infatti, concerne i rapporti tra religione e politica, o meglio tra religioni e politica. Adoperiamo qui il termine al plurale perché il caso si pone nel contesto della religione islamica e non potrebbe porsi nello stesso modo riguardo ad altre religioni, a partire naturalmente dalla religione cattolica. Ciò significa che uno sguardo di filosofia della politica sul tema in questione deve incentrarsi sulla diversità delle religioni, vale a dire sulla loro verità o meno. La ragione politica, infatti, deve accettare solo quanto è ragionevole, conforme all’ordine naturale e utile al bene comune.
Come abbiamo evidenziato spesso sulla Bussola, la religione islamica ha alcuni elementi identitari che ne fanno qualcosa di particolare. Essa non è solo una religione, ma una “civiltà” e riguarda direttamente anche il diritto e la legge. Oggi ci si stupisce perché la legge islamica fa il suo primo timido passo nell’ordinamento giuridico italiano, sfruttando alcune sue fessure. Ma questo accade ormai da decenni negli altri Paesi europei e soprattutto in Inghilterra, che, nel campo del diritto islamico, detiene una specie di primato pressoché assoluto. In qualche modo, lo stupore dice che non si è preparati, e questa impreparazione a sua volta dice che non si è capito che l’islam è una civiltà. Nessun aspetto della vita sociale e politica può rimanergli estraneo, e soprattutto il diritto, perché l’islam è soprattutto giuridicità. I teologi islamici non sono propriamente teologi, sono dei giuristi e la loro funzione è studiare i decreti di Allah. La specificità islamica pone quindi un problema originale al riconoscimento della libertà di religione. Non si tratta di riconoscere solo dei diritti ad una minoranza religiosa nel rispetto dell’ordinamento italiano e dell’ordine pubblico, si tratta invece di riconoscere o meno ad una religione di farsi civiltà, sostituendo quella che la ospita. Con la Camera arbitrale di Padova tecnicamente non ci siamo ancora, ma occorre valutare le cose nella prospettiva delle dinamiche islamiche, che non possono fermarsi ai primi passi.
La nostra attenzione, a questo punto, deve spostarsi sulla civiltà dell’accoglienza, ossia la nostra. Essa ritiene di fondarsi su elementi “indisponibili” che l’iniziativa padovana mette radicalmente in questione. Nel dibattito esploso sulla stampa in questi giorni, i più accesi critici dell’iniziativa padovana hanno indicato nella “matrice teocratica” e nel “diritto di famiglia islamico” esempi di incompatibilità assoluta con la nostra civiltà giuridica, la quale, però, presenta due debolezze.
Prima di tutto la stessa civiltà giuridica italiana ha messo mano ai propri elementi “indisponibili”, rendendoli disponibili. Il diritto familiare islamico è senz’altro da contestare, compreso il tema del “ripudio”, ma le nostre leggi hanno demolito la famiglia approvando divorzio, aborto e unioni civili. Sarebbe questo il diritto di famiglia da difendere dalle invasioni della legge islamica? L’altra debolezza è ancora più rilevante. Per spiegarla facciamo l’esempio della religione cattolica e di cosa essa chieda ad un ordinamento giuridico, diversamente dall’islam. Non gli chiede né di esprimere una “matrice teocratica” né di affidarsi all’infondatezza della convenzione, ma di fondarsi sul diritto naturale, il quale contiene una rivelazione razionale e non religiosa, pur essendo sostenuto e difeso indirettamente da una religione, quella appunto cattolica. Sostenuto “indirettamente” perché la Chiesa cattolica non fa politica, ma anima la cultura politica rafforzandone i legami con il diritto naturale. Ed ecco la debolezza di oggi: attualmente la nostra civiltà italiana è consapevole che il suo ordinamento giuridico deve fondarsi sul diritto naturale e di aver bisogno della religione cattolica non come “matrice teocratica” del proprio ordinamento giuridico, ma come sostegno alla ragione politica stessa nel proprio sforzo di ordinare la vita pubblica? Il caso del diritto di famiglia italiano sopra ricordato ci dice di no.
La ragione politica e giuridica, si diceva all’inizio, deve accettare solo quanto è ragionevole, conforme all’ordine naturale e, in quanto tale, utile al bene comune. Però la nostra civiltà politica e giuridica ha deciso di non fondarsi più sul diritto naturale e si è affidata a filosofie giuridiche che negano addirittura di poterlo conoscere. Inoltre, essa intende la libertà religiosa come l’apertura indifferentista di un supermercato delle religioni; infine, non riesce più a vedere che senza l’aiuto indispensabile, politicamente indiretto, della religione cattolica, ha scarse possibilità di conservare e potenziare i pochi elementi ancora “indisponibili” che le rimangono, anche davanti ad una offensiva islamica.
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