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la risoluzione

Fratelli musulmani sgraditi all'Ue, ma è escluso il terrorismo

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L'Europarlamento riconosce i pericoli della fratellanza musulmana, ma non si spinge a includerla nella lista delle organizzazioni terroristiche. Un primo passo, ma non sufficiente, che punta a riconoscere i segnali dell'entrismo islamista per opacità dei finanziamenti, doppio linguaggio e confusione tra religione e politica. 

Attualità 09_10_2026

Il Parlamento europeo ha riconosciuto che l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani costituiscono un problema politico europeo. Nella votazione di ieri 8 ottobre, l’Aula ha assunto come testo base la risoluzione presentata dal Partito Popolare Europeo, approvandola dopo una lunga serie di votazioni sugli emendamenti. Il risultato è importante, anche se purtroppo è meno tranchant di quanto chiedessero Conservatori, Patrioti e una parte dei popolari.

L’Eurocamera non ha inserito i Fratelli Musulmani nella lista europea delle organizzazioni terroristiche né ha imposto lo scioglimento delle associazioni ritenute vicine alla Fratellanza, ma ha comunque riconosciuto la necessità di una strategia europea specifica contro l’entrismo islamista, rompendo una reticenza politica e culturale durata troppo a lungo a causa del perbenismo cattocomunista e socialista.

Non siamo ancora di fronte alla dichiarazione di illegalità tout-court dei Fratelli Musulmani, ma a un primo riconoscimento istituzionale del pericolo sulla loro strategia di penetrazione nella società europea. Il testo promosso dall’eurodeputata francese Céline Imart chiede alla Commissione di elaborare un metodo comune per individuare i segnali dell’entrismo islamista: la confusione deliberata tra religione e politica, il doppio linguaggio rivolto rispettivamente alle istituzioni e alle comunità musulmane, l’opacità finanziaria, la ricostituzione di organizzazioni sotto nuove sigle, la vicinanza a reti già identificate e l’uso strumentale della lotta alle discriminazioni.

Un punto centrale riguarda i finanziamenti, si prevede infatti la tracciabilità totale dei fondi europei fino al beneficiario finale. Non basta più sapere quale associazione riceva formalmente il denaro, occorrerà verificare chi controlla realmente quell’associazione, quali reti alimenta, quali organizzazioni partner finanzia e quali finalità persegue. Inutile dire che per anni le istituzioni europee hanno considerato interlocutori affidabili organizzazioni capaci di presentarsi come rappresentanti della gioventù musulmana o della società civile, senza verificarne adeguatamente i legami ideologici e organizzativi.

Il problema era già stato documentato dal rapporto del Ministero dell’Interno francese sui Fratelli Musulmani e l’islamismo politico. Il documento, reso pubblico nel maggio 2025, individua in Francia 139 luoghi di culto direttamente collegati alla rete di Musulmans de France e altri 68 considerati vicini, distribuiti in 55 dipartimenti. Intorno a questa struttura ruoterebbero circa 280 associazioni religiose, educative, caritative, professionali, giovanili e finanziarie.

Il rapporto francese evidenzia e avverte del rischio concreto: la costruzione graduale di ecosistemi sociali nei quali la norma religiosa e l’appartenenza comunitaria prevalgono sulla cittadinanza, sulla libertà individuale e sulle leggi comuni. È esattamente il metodo descritto dallo storico Pierre Vermeren nell’intervista concessa ala Bussola nel 2024. Vermeren descriveva come la Fratellanza stesse privilegiando un’opera di educazione dei giovani, controllo sociale delle donne, presenza nelle moschee, nelle scuole, nelle associazioni, nei club sportivi, nelle carceri, nei media e nelle amministrazioni locali. Insomma, un «lavoro invisibile» condotto nelle scuole, nei quartieri, nelle famiglie e nelle moschee che consente di conquistare influenza senza ricorrere alle armi. Non l’assalto frontale alle istituzioni, ma la loro trasformazione progressiva, servendosi delle stesse libertà e risorse garantite dagli ordinamenti europei.

La risoluzione approvata a Strasburgo assume finalmente sul piano politico una parte di questa diagnosi e, durante il dibattito, il commissario europeo Magnus Brunner ha ricordato che l’estremismo non può essere confuso con l’esercizio legittimo delle libertà fondamentali e che la libertà di espressione non può essere invocata per proteggere l’incitamento all’odio. Il rappresentante del Consiglio, il ministro irlandese Thomas Byrne, ha chiesto maggiore trasparenza sui finanziamenti provenienti dall’estero e un più efficace scambio di informazioni fra gli Stati membri. Al tempo stesso ha confermato però che i Fratelli Musulmani non figurano attualmente nella lista terroristica dell’Unione.

Proprio qui emerge il limite della decisione europea. Nel gennaio scorso l’Assemblea nazionale francese aveva approvato, con 157 voti favorevoli, 101 contrari e un’astensione, una risoluzione che chiedeva l’inserimento della Fratellanza nella lista europea delle organizzazioni terroristiche. Il Parlamento europeo non è arrivato a tanto. A parziale giustificazione possiamo solo dire che l'iscrizione nella lista europea richiede una decisione del Consiglio fondata su un procedimento, un’indagine o una condanna adottata da un’autorità nazionale competente, secondo i criteri illustrati dallo stesso Consiglio europeo. Una risoluzione parlamentare può esercitare pressione politica, ma non sostituisce questo percorso giuridico.

Il voto di ieri è quindi un inizio, per colpa delle sinistre non è ancora un punto d’arrivo. La Commissione dovrà ora dimostrare che la futura strategia non diventerà l’ennesimo documento privo di conseguenze. Una risoluzione non smantella una rete terrorista ma riconoscerne l’esistenza, nominarne i metodi e chiudere i rubinetti del finanziamento pubblico sono i primi passi necessari per impedire che le istituzioni europee continuino a sostenere coloro che intendono trasformare dall’interno l’UE in un nuovo califfato.