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Il discorso di Rubio ad Atene restaura il concetto dell'Occidente

Dimostrando un'ottima capacità retorica, Marco Rubio, segretario di Stato Usa e senatore cattolico, torna a parlare di Occidente. E traccia una linea storica che dall'antica Grecia e dal cristianesimo porta all'America. Un discorso per rinsaldare le alleanze che va oltre il suo scopo immediato. 

Esteri 09_10_2026
Marco Rubio ad Atene (AP)

Ci sono pochi discorsi che “volano”, si elevano al di sopra della situazione contingente ed entrano nella storia della retorica occidentale, fissando princìpi da rispettare e indicando obiettivi da raggiungere nel lungo periodo. Marco Rubio, segretario di Stato, potrebbe entrare nel novero dei grandi retori occidentali nel suo discorso di Atene, tenuto in occasione del suo viaggio nelle capitali europee.

Sicuramente l’intento immediato è quello di ricucire i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico, dopo che il suo presidente, Donald Trump, li ha quasi spezzati con la sua politica nazionalista e ostile agli alleati (anche quelli di lunga data). Un intento che si può chiaramente intuire nella seconda parte del discorso: «Perché non crediamo che l'amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero. Al contrario: la nostra visione è quella di un'alleanza la cui forza è maggiore della somma delle sue parti. (…) Vogliamo vincere insieme. Dobbiamo vincere insieme», conclude citando l’accordo sulla Groenlandia.

Ma la parte del discorso più importante riguarda la civiltà occidentale. L’Occidente esiste, ci dice Rubio, anche se lo si vuol dimenticare. Già è un caso sempre più raro che un leader occidentale, anche americano, parli di “Occidente”. Dopo Obama sembra calata una cortina di imbarazzo su questa definizione, merito anche di un paio di crisi, militari ed economiche, che hanno demolito il morale degli americani. Ma se ne parla poco o nulla anche nell’America di Trump, nell’America First che non guarda in faccia a nessuno, nemmeno alla relazione speciale con gli inglesi, nemmeno ai tradizionali alleati e vicini canadesi. Marco Rubio cerca di ricucire, affermando, prima di tutto, la legittima appartenenza degli Usa alla civiltà occidentale, proprio attraverso la loro discendenza diretta dalle idee nate nell’antica Grecia.

«Due secoli e mezzo dopo la fondazione della repubblica americana, dall'altra parte del mondo rispetto a dove mi trovo ora – mi trovo qui oggi come Segretario di Stato di quella repubblica e pronipote di coloni giunti nel Nuovo Mondo dalla Spagna – mi trovo qui per testimoniare un debito che nessun trascorrere del tempo, nessuna distanza nello spazio potrà mai estinguere».

Non è solo questione di curiosità per il passato, ma c’è una linea diretta che collega la civiltà greca a quella della “magna Europa”, dell’Europa trasferita nel nuovo mondo: «Qui, ad Atene, abbiamo trovato la prima piena realizzazione di tutti i tratti essenziali che avrebbero poi definito l'Occidente: un'individualità fiera e un'ambizione implacabile; un'esplorazione e un'invenzione audaci; un desiderio di scoperta, di avventura, di rischio e di gloria. Una curiosità insaziabile per il mondo e i principi che lo governano, una fame di conoscere i misteri della natura e di afferrare i segreti del cosmo. Un'insofferenza per l'idea di impossibilità, un'avversione per ogni confine e limite, uno sforzo per scrutare le profondità dell'ignoto». Questi princìpi non sono espressione di un superomismo, di un paganesimo rinato in salsa nietzschiana, in contrasto con i princìpi cristiani. Sono anch’essi alla base con la nostra società cristiana, come spiega Rubio: «è la convinzione che l'ignoto possa essere conosciuto. La fiducia che il mondo possa essere mappato, misurato, descritto e compreso, e che esista un ordine razionale nel cosmo, governato da certe leggi fondamentali, leggi che gli uomini possono osservare e la mente può giungere a comprendere. Questo fu il fondamento della mentalità occidentale: la nostra matematica, la nostra scienza, la nostra medicina. La nostra filosofia, la nostra etica e la nostra religione. Aprì la strada al Vangelo di Gesù Cristo, che trovò terreno fertile in Europa e fiorì nell'impero della cristianità. Fu il fondamento delle ricchezze della teologia cristiana: di Agostino e Tommaso d'Aquino e dell'intera tradizione del diritto naturale».

Una linea continua che Rubio individua anche nell’estetica, oltre che nelle altre branche del sapere: «Agli uomini che costruirono il Partenone succedettero gli architetti della cristianità europea, che eressero le cattedrali di Milano, Colonia e Firenze. La ricerca della perfezione della forma umana che animava gli scultori greci antichi trovò una nuova espressione in Michelangelo».

E qui si arriva al punto dolente, sull’Occidente contemporaneo, in particolare sull’Europa di oggi. Perché, dice Rubio: «Oggi, gran parte dell'Occidente ha dimenticato questa qualità. Col tempo, noi occidentali abbiamo iniziato a vergognarci proprio di ciò che ci rendeva eccezionali. Ci sentivamo in imbarazzo perché i nostri successi ci distinguevano dal resto del mondo. La nostra prosperità è diventata in qualche modo fonte di senso di colpa. Non credevamo più di meritare e di aver guadagnato la nostra grandezza. (…) E in troppi luoghi abbiamo insegnato ai nostri figli a vergognarsi dei paesi che avrebbero ereditato. Nel frattempo, abbiamo aperto i nostri confini, delocalizzato la nostra industria e lasciato che i nostri eserciti si indebolissero e decadessero. E con il passare degli anni, sembrava che esternalizzassimo sempre più la nostra sovranità, trasferendo le nostre decisioni a burocrazie globali ben al di fuori della nostra portata di controllo. (…)  E mentre la fiducia dell'Occidente vacillava, i suoi avversari e rivali diventavano sempre più assertivi, accumulando la propria ricchezza e il proprio potere al nostro posto. E ora, oggi, ci troviamo a un bivio. Perché il prossimo decennio e le decisioni che prenderemo scriveranno la storia del prossimo secolo. Il percorso che intraprenderemo determinerà se l'Occidente manterrà il suo posto al vertice del mondo o si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino. Sceglieremo di agire ora o perderemo del tutto la possibilità di agire».

Non c’è alcun rilancio della “diplomazia multilaterale”, men che meno delle istituzioni sovranazionali, dall’Ue all’Onu. Si parla di alleanza e di comune civiltà condivisa dalle nazioni occidentali, di un modello di vita e di cultura che è unico al mondo e di cui, per lo meno, non dobbiamo vergognarci. «La storia della nostra civiltà è la più grande storia mai conosciuta dall'uomo. E ha avuto inizio qui, con i primi uomini e le prime donne dell'Occidente. Da loro possiamo riscoprire le virtù, il coraggio e la forza per affrontare i pericoli che ci troviamo ad affrontare nel nostro tempo», conclude Rubio.