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ISLAM

Diritto parallelo: la proliferazione delle corti islamiche in Europa

Se a Padova arriva una corte arbitrale islamica, non è certamente una novità. In Grecia tradizionalmente, nel Regno Unito più recentemente, operano corti islamiche anche per il diritto di famiglia. In Germania e Francia non sono regolarizzate, ma è come se ci fossero già nelle comunità musulmane.

Libertà religiosa 08_10_2026
Francia, manifestazione contro la Sharia

L’ombra del diritto islamico ha varcato ufficialmente i confini italiani. A Padova, con uno statuto formalizzato a marzo, e in queste ore pienamente operativo, è nata la prima Camera Arbitrale Islamica d’Italia. Un’istituzione che si presenta sul web come un organismo indipendente pensato per amministrare il contenzioso civile e commerciale sotto l’egida della Sharia. 

Cosa rappresenta davvero questo codice e come si sta radicando nel cuore del Vecchio Continente? La Sharia — il cui significato etimologico evoca il “cammino luminoso” — non si limita ad un compendio di norme che regolano il culto, ma costituisce un sistema totalizzante che disciplina il diritto familiare, il codice penale e civile, quello bancario e amministrativo della comunità islamica. Nel significato metafisico, la Sharia è la Legge di Allah e, in quanto sua rivelazione diretta, rimane assoluta e incontestabile dagli uomini.

Succede, allora, che le norme dello Stato entrano in collisione con le regole islamiche — come nel caso emblematico legato all’uso del velo —, e che centinaia di cittadini musulmani europei, negli ultimi trent’anni, abbiano imbastito complessi contenziosi arrivando persino dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte Edu) per vedere tutelato l’islam. Dal 1995 ad oggi non si contano le sentenze prodotte per islamici che si sono fatti carico, anche economicamente, di tutto l’iter giudiziario nazionale per arrivare poi alla Corte di Strasburgo nella speranza di vedersi riconosciute le leggi sciaritiche. 

Spostando lo sguardo sulla mappa europea possiamo vedere come le corti della Sharia siano ormai un fenomeno consolidato. Il caso della Grecia rappresenta un’eccezione storica unica: nella Tracia occidentale, una legge del 1920 ha attribuito per un secolo al muftì un potere semi-ufficiale sul diritto di famiglia e sulle successioni della minoranza musulmana locale, applicando d’ufficio le quote ereditarie diseguali previste dal diritto islamico. Solo nel 2018, a seguito della storica sentenza della Corte Edu nel caso Molla Sali v. Grecia — promossa da una donna a cui era stata imposta la Sharia ereditaria contro la sua volontà —, tale giurisdizione è diventata, poi, facoltativa. 

Nel Regno Unito, invece, l’ingresso della Sharia nel sistema legale è avvenuto dalla porta dell’arbitrato civile. Attraverso la Section 46 dell’Arbitration Act del 1996 e i codici dell’Alternative Dispute Resolution, la legge britannica permette alle parti di affidare le controversie a un collegio arbitrale capace di decidere secondo “altri criteri” concordati, classificando queste corti come “tribunali arbitrali musulmani”. Su tale base è nato nel 2007 il Muslim Arbitration Tribunal, consentendo la proliferazione di oltre 100 corti e consigli islamici sparsi nel Paese — con sedi storiche a Londra, Birmingham, Bradford, Manchester, Nuneaton e Leyton. Ma, ben prima che tutto venisse regolarizzato, la prima struttura vide la luce già nel 1982 con l’Islamic Shari’a Council, tutt’ora esistente e che gestisce, da allora, una media di 300 casi al mese. Questo perché nel sistema del Common Law britannico è possibile che le parti decidano di affidare il contenzioso all’”arbitro”. Eppure queste corti si fondano sul rifiuto dei diritti umani e su una considerazione della donna sui generis. 

Quanti compongono questi consigli agiscono come veri e propri qadi (giudici), rilasciando fatawa e gestendo cause di matrimonio, separazione, mantenimento, controversie economiche e successioni. Lo scopo dichiarato nero su bianco è "incoraggiare l’esercizio della fede islamica secondo il Corano e la Sunna stabilendo un tribunale capace di decidere secondo il solo diritto islamico”. 

L’impatto di tale sistema giudiziario parallelo sul diritto britannico è dirompente. La Law Society ha persino redatto linee guida per avvocati e notai volte a formulare testamenti “conformi alla Sharia”, documenti che negano, per esempio, alle donne una quota di eredità pari a quella degli uomini (garantendo agli eredi maschi il doppio), escludono completamente dai benefici i non musulmani, non riconoscono i diritti dei figli adottati o la possibilità per la donna di sposare un non musulmano, cosa possibile, invece, a parti invertite. Il divorzio è consentito, ma le regole rimangono profondamente sbilanciate in favore dell’uomo cui spetta ogni cosa. 

L’integrazione della legge islamica nel Regno Unito ha travalicato l’ambito civile investendo anche il welfare. Già nel 2014, quattro dipartimenti governativi (Lavoro, Tesoro, Fisco e Interni) hanno riconosciuto la poligamia ai fini dei sussidi sociali, consentendo a un uomo con quattro mogli di percepire fino a circa 800 sterline al mese dal contribuente britannico oltre a sostegni per l’alloggio maggiorati per le famiglie numerose.

Spostandoci in Svezia, a Stoccolma a ottobre 2025 è nato il Walving-Lundberg Business Court (WLBC), un istituto di arbitrato privato dotato di una sezione speciale che permette di risolvere dispute commerciali, finanziarie e familiari applicando i principi della Sharia. Al costo di una tassa di iscrizione di 20mila corone (circa 1.800 euro), la struttura emette decisioni vincolanti che, pur non toccando il diritto penale o la custodia dei minori, recepiscono tutto il resto dell’islamicamente corretto.  

In Germania, la realtà quotidiana di molti clan di immigrati turchi, curdi, libanesi e palestinesi si riassume nello slogan «ce la regoliamo tra di noi», affidandosi a corti ufficiose e alla giustizia coranica: tutto meno istituzionalizzato rispetto ai colleghi europei, ma non certamente meno efficaci. Il dibattito è esploso a livello politico quando Angela Merkel, alla fine del 2016, si trovò costretta a ribadire con forza la prevalenza assoluta del diritto tedesco contro l’insorgere di ordinamenti paralleli che pretendevano di avallare matrimoni minorili (come quello tra un ventunenne e una quindicenne siriana riconosciuto in prima istanza) o maltrattamenti in famiglia. Ma il caso scatenante fu la vicenda della ronde di Wuppertal: un gruppo di islamisti che pattugliava le strade in gilet arancione con su scritto “Sharia Police” per esortare i cittadini ad evitare alcolici, musica e carne di maiale in linea con il Corano. Nel 2015, arrivò la sentenza della magistratura: possono continuare perché non «costituiscono un’intimidazione bellicosa». 

In Francia, pur in assenza di corti islamiche riconosciute, ci sono quartieri dove vince la forza del numero: l’omogeneità culturale ha fatto in modo da realizzare norme interne a predominio islamico con zone interdette alla polizia. 

In questo quadro europeo oramai consolidato, l’esperienza padovana della Camera Arbitrale islamica s’inserisce nel solco di ciò che è realtà altrove e lascia prospettare per il futuro italiano il sistema islamico parallelo. 

La struttura promuove i propri servizi puntando sulla presenza di arbitri qualificati nel diritto secolare e nelle dottrine sciaraitiche, in grado di offrire verdetti rapidi, definitivi e inappellabili. Sentenze che avranno, raccontano sul loro sito, il medesimo valore di quelle emesse dalla magistratura ordinaria italiana. E che, grazie alla Convenzione di New York del 1958, garantiscono, ai lodi arbitrali fondati sulla Sharia un vero e proprio “passaporto internazionale” per essere riconosciuti ed eseguiti in oltre 170 Paesi nel mondo.