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Concordati col Vaticano, in Europa è la norma

Solo Paolo VI ha concluso trenta accordi nel dopo-Concilio. Ecco la sorprendente mappa della normativa nei paesi europei. 

concordati

Come ha ricordato Benedetto XVI nel suo messaggio al Presidente della Repubblica Italiana, On. Giorgio Napolitano, in occasione dei 150 anni dell’Unità politica d’Italia, il conflitto fra Stato e Chiesa, apertosi con la proclamazione di Roma capitale, non è mai diventato una spaccatura fra Chiesa e popolo italiano. Occorre precisare però al riguardo che, almeno per quanto riguarda la storia del dopoguerra, ciò non è avvenuto certo per mancanza di sobillatori. Essendo l’Italia sede del Vaticano, essi hanno buon gioco nel creare nei cittadini il complesso degli sfruttati rispetto alle “pretese” della Chiesa cattolica. Passa cioè l’idea che l’Italia sarebbe l’unico paese ad avere un Concordato Stato-Chiesa, l’unico a passare una parte delle tasse alla Chiesa, l’unico a fornire l’insegnamento della religione cattolica a scuola. 

In realtà il numero di Stati che ha firmato un Concordato con la Chiesa cattolica è tale che per raccontare solo quelli stipulati dopo il 1950 ci vogliono le oltre milletrecento pagine  compilate da Mons. Martin Agar nei due volumi Raccolta di Concordati 1950-1999, e Raccolta di concordati 2000-2009  [Ed. LEV].   Infatti, contrariamente alle attese del dopo-Concilio Vaticano II, quando il sistema pattizio sembrava del tutto superato, Paolo VI concluse ben trenta accordi (più dei suoi due predecessori messi insieme) e Giovanni Paolo II rinnovò gli accordi esistenti con Italia, Spagna e Länder tedeschi, riprese le tradizioni interrotte dai regimi comunisti in Polonia, Lettonia e Lituania e  ne istituì di nuovi con Albania ed Estonia. Fuori Europa, stipulò nuovi concordati con tre paesi asiatici, quattro africani e sei sudamericani. 

Nei concordati si legge che sono tante le nazioni che contribuiscono al sostentamento della Chiesa,  anche fra Paesi il cui indirizzo culturale prevalente non è cattolico.
I sistemi più simili a quello italiano sono quelli di Spagna e Ungheria che, sulla base delle indicazioni dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi, versano rispettivamente il sette per mille e l’un per cento alle confessioni religiose riconosciute.  Altri passano un tanto alla Conferenza episcopale nazionale: è il caso della Croazia, dove a ogni parrocchia vengono riconosciuti due stipendi. Altri ancora prevedono il finanziamento di determinate spese, quali il restauro di edifici e manufatti di proprietà ecclesiastica: succede in Slovacchia e Polonia, dove la Chiesa ha ottenuto la restituzione dei beni sequestrati dai regimi comunisti. 

In Francia hanno un concordato le sole diocesi di Metz e Strasburgo, dove sopravvive il concordato napoleonico che, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, poneva il sostentamento del clero a totale carico dello Stato. Nel resto del Paese non c’è concordato e non è prevista alcuna forma di sostentamento delle confessioni religiose; però, a differenza dell’Italia, lo Stato francese finanzia, totalmente o in parte, le scuole private, che sono in stragrande maggioranza cattoliche.

Per venire ai paesi del Nord Europa, spesso idealizzati dagli anti-clericali che vedono nella Riforma protestante uno spartiacque fra progresso e arretratezza, è il caso di ricordare che Regno Unito, Svezia e Danimarca non hanno un Concordato con la Chiesa cattolica ma hanno addirittura una religione di Stato, sempre nella tradizione cristiana (anglicana nel Regno Unito e luterana in Svezia e Danimarca) così come succede per la Grecia, la cui religione di Stato è il cristianesimo ortodosso. Non ha un concordato neanche la “laicista” Olanda, una monarchia costituzionale dove i cattolici sono 5 milioni su una popolazione di 16,4 milioni. Anche qui però, come in Francia, arriva un finanziamento alle scuole cattoliche considerate “scuole speciali”, che ricevono dal governo il medesimo trattamento finanziario delle scuole pubbliche e possono rifiutarsi di ammettere uno studente nel caso i suoi genitori (o lui stesso, se maggiorenne) indichino di non rispettare i valori morali propugnati dalla scuola stessa. 

I concordati in vigore con la Germania e parti della Svizzera hanno la particolarità di imporre a chi si riconosce cattolico - come anche a chi sottoscrive un’altra determinata confessione - una tassa obbligatoria, che è lo Stato stesso a riscuotere e distribuire ai destinatari. Ciò corrisponde a quanto stipulato con la cattolica Austria.

Un discorso a parte merita il Belgio, sede direzionale dell’Unione europea. Il Belgio in effetti non ha un Concordato, ma ciò non è a causa della sua attuale secolarizzazione spinta, ma riflette al contrario quanto osservante fosse una volta, al punto che un Concordato era ritenuto superfluo. La Costituzione belga, che è del 1833 - quindi è la più antica del continente - stabilisce che vanno sostenuti dallo Stato i ministri dei 6 culti “ammessi”. Qualche anno fa però la Costituzione belga è stata riformata  sulla scia dell’equiparazione fra  chiese e “organizzazioni filosofiche e non confessionali” inserita (con la stessa caparbietà con cui si  è voluto escludere ogni riferimento alle radici storicamente cristiane dell’Europa) nei documenti europei: Trattato di Amsterdam (1997), Costituzione europea (bocciata nei referendum in Francia e in Olanda) e Trattato di Lisbona (2007).  Il risultato è che oggi il Belgio, oltre a sostenere parroci e pastori, passa ufficialmente una cifra anche ai ministri del culto della Massoneria. 

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