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Con le armi nucleari all'assalto del Catechismo

L'intenzione manifestata dal Papa di aggiornare il Catechismo dichiarando immorale non solo l'uso ma anche il possesso di armi nucleari, crea diverse perplessità. Anzitutto nel merito, perché il Catechismo già auspica un disarmo «generale, equilibrato e controllato», cosa ben diversa da un eventuale disarmo unilaterale implicito nella condanna del Papa. Ma soprattutto è preoccupante il fatto che in poco meno di due anni è già la quarta volta che che si opera o si fa pressione per cambiare il Catechismo. Che non è il ricettacolo dei desiderata del momento, ma l'«esposizione dell'unica e perenne fede apostolica», come scrisse san Giovanni Paolo II.
- IN "AMORIS LAETITIA" LA FONTE DI DUE PASTORALI OPPOSTE, di Stefano Fontana

Rientrando dal suo ultimo viaggio in Giappone, papa Francesco ha, come di consueto, risposto alle domande dei giornalisti presenti sull’aereo. La prima ha riguardato la visita alle due città simbolo della Seconda Guerra Mondiale, Hiroshima e Nagasaki; il Papa ha approfittato della domanda per toccare un tema decisamente molto importante per i nostri tempi, ossia l’uso delle armi nucleari. Indicando che la lezione storica proveniente da questi due luoghi è quella di «una vera catechesi umana sulla crudeltà», Francesco ha poi voluto precisare che «l’uso delle armi nucleari è immorale, per questo deve andare nel Catechismo della Chiesa Cattolica, e non solo l’uso, anche il possesso, perché un incidente o la pazzia di qualche governante, la pazzia di uno può distruggere l’umanità».

Quanto alla condanna dell’uso di tali armi, il Catechismo, come avremo modo di vedere, già ne parla. La novità sta nella condanna morale del semplice possesso; novità relativa, perché il Papa ne aveva già parlato il 10 novembre 2017, in occasione del convegno “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, affermando che «è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano».

E’ chiaro che la questione è delicatissima, precisamente per il fatto, messo in luce da Francesco, che il possesso delle armi nucleari può realmente tradursi in una tragedia irreversibile. Tuttavia, la volontà di inserire nel Catechismo della Chiesa Cattolica che il possesso di tali armi sia ipso facto immorale suscita non poche perplessità.

Il Catechismo, al § 2314, richiamando l’insegnamento di Gaudium et Spes, condanna «ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti». Nel testo si precisa inoltre che «un rischio della guerra moderna è di offrire l'occasione di commettere tali crimini a chi detiene armi scientifiche, in particolare atomiche, biologiche o chimiche». Chi detiene armi di distruzione di massa ha dunque l’occasione di compiere crimini devastanti, ma non per questo le compie di fatto.

Sempre il Catechismo (§ 2315) considera che l’accumulo di armi non è un deterrente definitivo, in quanto «l'armarsi ad oltranza moltiplica le cause di conflitti ed aumenta il rischio del loro propagarsi». Il punto in questione è che la pace non è assicurata dalla corsa agli armamenti; anzi, a lungo termine, tale corsa rischia di minare ancora più in profondità la costituzione di un ordine pacifico. Per questo la meta proposta dalla dottrina sociale è quella di un disarmo che Giovanni Paolo II, nel Messaggio per il 40º anniversario dell'ONU (14 ottobre 1985), qualificava con tre aggettivi fondamentali: «generale, equilibrato e controllato». Ciò significa che il disarmo, affinché non diventi occasione di prevaricazione, dev’essere un processo condiviso, che interessi tutti, che non crei squilibri di forze.

Tale disarmo deve condurre a quello che viene chiamato «principio di sufficienza, in virtù del quale uno Stato può possedere unicamente i mezzi necessari per la sua legittima difesa» (Compendio, § 508). Eccedere questo principio di sufficienza, secondo lo stesso Compendio, assume una connotazione moralmente negativa; tuttavia, la valutazione di questa eccedenza dipende dal contesto e dev’essere perciò fatta «alla luce della normativa internazionale in materia di non-proliferazione, produzione, commercio e uso dei differenti tipi di armamenti».

Per questa ragione, la posizione del Magistero, che è chiaramente di condanna nei confronti dell’uso delle armi di distruzione di massa e che, nel contempo, rifiuta l’equazione deterrenza=pace, è però estremamente prudente ad esprimersi sul possesso di tali armi; la linea tracciata è quella del disarmo, ma la modalità e la misura di tale disarmo devono essere avvedutamente declinate nella contingenza storica. Per questo il Compendio, al § 509, si “limita” a ricordare che coloro che possiedono tali armi «hanno una responsabilità enorme davanti a Dio e all'umanità intera». Avere una grave responsabilità non equivale ad avere una colpa.

E’ per questa ragione che la proposta di papa Francesco di estendere la condanna dell’uso delle armi di distruzione di massa, anche al loro possesso appare una discontinuità e risulta molto problematica per le sue ripercussioni concrete. E’ interessante notare quanto accadde, sull’argomento, durante il Concilio Vaticano II, in piena Guerra Fredda (si veda qui). Di fronte alla proposta di dichiarare immorale il possesso delle armi di distruzione di massa, alcuni vescovi avevano sollevato il problema che una tale proibizione avrebbe creato degli squilibri, che potevano diventare devastanti. La condanna di un Concilio ecumenico della Chiesa Cattolica avrebbe infatti esercitato la sua influenza solo su quegli Stati con una forte componente cristiana, non certo, all’epoca, sull’URSS atea.

In effetti, un eventuale cambiamento del Catechismo potrebbe portare – forse – qualche Stato occidentale al disarmo: ma che dire di Stati come l’Iran, l’India, il Pakistan? E’ ben vero che l’argomento della deterrenza è fragile e pericoloso, oltre che insufficiente, ma rimane il problema di considerare la situazione reale in cui ci troviamo oggi, con le dinamiche internazionali di oggi. La ricerca della deterrenza come strumento di pace, come ebbe a dire Benedetto XVI il 10 gennaio 2006, è «funesta e del tutto fallace»; tuttavia l’eliminazione di tali armi da parte di una sola area del mondo rischia di diventare realmente un detonatore. Considerare immorale la corsa all’accaparramento di tali armi è una cosa, ritenere invece immorale il solo possesso, provvisorio, in vista di un disarmo «generale, equilibrato e controllato» è un’altra.

Un’altra considerazione si impone. Andando a memoria, è già la quarta volta che si opera o si fa pressione per cambiare il Catechismo. La prima, nel gennaio dell’anno scorso, riguardava l’assalto per modificare l’insegnamento del Catechismo sugli atti e le relazioni omosessuali (§§ 2357-2359). La seconda, andata a “buon” fine, è stata la modifica dell’articolo 2267 sulla pena di morte, mediante il Rescritto del 2 agosto 2018; una modifica molto problematica (vedi qui). La terza richiesta è stata avanzata durante l’ultimo Sinodo sull’Amazzonia, ossia l’inserimento dei peccati ecologici, con tutte le problematiche annesse (vedi qui). L’ultima, per ora, è quella su cui abbiamo ragionato in questo articolo.

Forse bisognerebbe ricordare che il Catechismo non è il ricettacolo dei desiderata del momento; e non è neppure lo strumento per rendere note le più “avanzate” discussioni teologiche e culturali. Ancor meno il Catechismo dev’essere utilizzato come un laboratorio in cui escogitare impercettibili cambiamenti che portino, lentamente ma inesorabilmente, alla modifica della fede. Il Catechismo, come scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Laetamur Magnopere, con la quale ne promulgava l’editio typica, si pone quale «esposizione dell’unica e perenne fede apostolica», e perciò anche «come norma sicura per l’insegnamento della fede».