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Come Xi Jinping strangola l'autonomia di Hong Kong

Non appena i riflettori si sono allontanati dalle proteste di Hong Kong, Pechino ha iniziato ad eliminare ogni residua autonomia all'ex colonia britannica e ad arrestare i maggiori oppositori. Per Chris Patten, ultimo dei governatori britannici della città, Pechino ha compiuto “ancora un altro passo per seppellire il principio di un Paese, Due Sistemi”

L'arresto di Jimmy Lai, il 18 aprile

Come era prevedibile, non appena i riflettori si sono allontanati dalle proteste di Hong Kong, Pechino ha iniziato ad eliminare ogni residua autonomia alla ex colonia britannica e ad arrestare i maggiori oppositori.

L’attenzione, anche per quanto riguarda la Cina continentale, è chiaramente rivolta all’epidemia di coronavirus. E per lo stesso motivo, per obbedire al distanziamento sociale, negli ultimi tre mesi sono diventate impossibili le manifestazioni di piazza a Hong Kong. Dopo una serie di proteste che hanno coinvolto anche milioni di persone alla volta, da giugno a dicembre gli hongkonghesi hanno protestato contro la nuova legge sull’estradizione, che avrebbe esposto i dissidenti anticomunisti (fino a quel momento liberi e sicuri nei confini dell’enclave autonoma) alla magistratura comunista di Pechino. Poi hanno allargato le loro richieste a 5 domande fondamentali, inclusa l’elezione diretta e con suffragio universale del governatore, una carica formalmente eletta dal legislativo, ma di fatto nominata da Pechino. Una volta arrivato il pericolo del virus, che Hong Kong ha combattuto molto efficacemente, si è creata quella cappa di silenzio interno e distrazione internazionale di cui il regime comunista aveva bisogno per lanciare il suo affondo.

Le mosse compiute dal regime cinese per annettere definitivamente la restia città-Stato sono una successione di dichiarazioni con valore legale, minacce e arresti. Il 14 aprile, l’Ufficio di Collegamento di Hong Kong che gestisce i rapporti con Pechino, assieme all’Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao, hanno condannato pubblicamente i parlamentari dell’opposizione democratica di Hong Kong, accusandoli di “fare ostruzionismo” alla politica di governo. Si è trattato di una prima ingerenza esplicita di organi governativi di Pechino negli affari interni della città autonoma. Secondo testimonianze anonime di magistrati all’agenzia Reuters, membri del Partito Comunista Cinese hanno intimato ai giudici di rispettare gli standard comunisti del partito unico: “Lo stato di diritto deve essere uno strumento per preservare il regime a partito unico”. Dunque i giudici non devono permettersi di assolvere gli oppositori democratici sotto processo. E con ciò si può anche dire addio al giusto processo e alla magistratura indipendente, elementi di libertà che finora erano sopravvissuti.

L’escalation era appena iniziata: il 15 aprile, infatti, il capo dell’Ufficio di Collegamento, Luo Huining ha “suggerito” al governo di Hong Kong di emettere una nuova legge per la sicurezza nazionale, teoricamente contro le infiltrazioni straniere, perché “forze straniere hanno profondamente interferito” nella politica di Hong Kong. Da notare che tutte le manifestazioni di dissenso sono accusate di essere emanazione di “forze straniere”, anche se le prove delle interferenze non ci sono. Il 17 aprile, Luo ha poi affermato, interpretando a modo suo la Basic Law (erede del diritto britannico), che l’articolo 22, che sancisce la non ingerenza del governo centrale di Pechino nel governo di Hong Kong, non si applica all’Ufficio di Collegamento stesso. Perché, teoricamente, non è parte del governo centrale (anche se è un organo ministeriale a tutti gli effetti ed è nato nell’ambito dell’articolo 22).

Infine, il 18 aprile, sono stati arrestati 15 membri di spicco dell’opposizione democratica, fra cui: il sindacalista e leader democratico Lee Cheuk-yan, l’81enne Martin Lee (conosciuto come il padre della democrazia di Hong Kong), il magnate dei media Jimmy Lai e Margaret Ng del Partito Civico. Per Lee Cheuk-yan, per Jimmy Lai e per altri fermati, si tratta del secondo arresto in due mesi. Benché siano quasi tutti stati liberati in giornata, su cauzione, si tratta di una chiara intimidazione. Il motivo di questa persecuzione è il loro sostegno alle manifestazioni del 2019, molte delle quali sono considerate illegali. In febbraio erano stati arrestati per l’organizzazione della marcia del 31 agosto, in questo caso per altri tre eventi del 18 agosto e 1° e 20 ottobre. Benché a Hong Kong, la libertà di assemblea e di manifestazione fosse sempre stata legale, come in tutti i Paesi liberi.

Per Chris Patten, l’ultimo dei governatori britannici di Hong Kong, il regime di Pechino ha compiuto “ancora un altro passo per seppellire il principio di un Paese, Due Sistemi”, istituito nel 1997 dopo la restituzione dell’ex colonia dal Regno Unito alla Cina, per garantirne l’autonomia e la preservazione dello Stato di diritto. “Questo assalto alle libertà di Hong Kong – commenta Patten alla stampa hongkonghese, riferendosi all’arresto dei politici democratici – arriva alla fine di una serie di ridicoli tentativi compiuti negli ultimi giorni dai funzionari di Pechino per affermare che l’Ufficio di Macao e Hong Kong e l’Ufficio di Collegamento non sono parte del governo di Pechino e dunque possono interferire negli affari di Hong Kong, senza violare la Dichiarazione Congiunta sulla Basic Law. (…) Questo è uno sconsiderato argomento che mostra come Xi Jinping sia determinato ad abbandonare la politica seguita dai suoi predecessori, anche al costo di distruggere lo stile di vita di Hong Kong”.