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Come sant’Antonio di Padova divenne francescano

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1220, Coimbra: dal Marocco giungono i corpi dei cinque protomartiri francescani celebrati oggi. Un giovane dei Canonici regolari della Santa Croce, don Fernando, li vede e ne rimane colpito, fino a volerne seguire le orme, diventando francescano e assumendo il nome di Antonio...

Ecclesia 16_01_2026

A Coimbra, nel Monastero della Santa Croce, è custodita una statua molto particolare [vedi foto in basso]. Si tratta dell’unica statua conosciuta che rappresenta sant’Antonio di Padova (1195-1231) – o “da Lisbona”, come lo chiamano in terra portoghese – non con l’abito francescano, bensì con quello del suo primo ordine religioso: i Canonici regolari della Santa Croce, istituto fondato nella prima metà del XII secolo nella stessa città di Coimbra e che adotta la regola di sant’Agostino.

Se l’abito è la particolarità distintiva di questa statua, per il resto essa segue la classica rappresentazione di sant’Antonio, con Gesù Bambino in braccio: un elemento che non è meramente devozionale, ma si basa su un fatto preciso della vita del santo nativo di Lisbona, di cui fu testimone provvidenziale un suo amico, Tiso VI Novello da Camposampiero, che nel giugno 1231, pochi giorni prima che Antonio morisse, lo ospitò nel romitorio vicino al suo castello.

Ma torniamo a Coimbra, nel 1220: allora il nostro giovane santo si chiamava con il suo nome di battesimo, Fernando, o meglio don Fernando, visto che era già sacerdote. A Coimbra, allora capitale del Portogallo, aveva chiesto e ottenuto di essere trasferito alcuni anni prima perché desiderava un maggiore raccoglimento rispetto a quello di cui godeva a Lisbona – sua città natale – dove le frequenti visite di familiari e amici lo distoglievano appunto dalla preghiera e dall’approfondimento delle Sacre Scritture e dei Padri della Chiesa. Si consideri che la sua casa natale, dove oggi sorge una chiesa dedicata proprio a sant’Antonio (nei pressi della cattedrale di Lisbona), dista solo un chilometro dal Monastero di São Vicente de Fora, dove il santo aveva iniziato il suo percorso religioso.

Al monastero di Coimbra don Fernando aveva trovato una ricca biblioteca, il che facilitava il suo studio. Ma nello stesso monastero, a un certo punto, il re Alfonso II nominò un priore che fece parlare di sé non per la sua pietà cristiana bensì per il suo stile di vita mondano e per lo spreco di beni materiali, fino a spaccare in due la comunità e ricevere addirittura una scomunica da papa Onorio III.

Intanto, il 16 gennaio 1220, a Marrakech, in Marocco, succedeva un fatto destinato a influire sulla vita del nostro santo: il martirio dei cinque frati francescani Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto, noti anche con il nome collettivo di “protomartiri francescani”, fatti decapitare dal califfo per aver cercato di convertire i musulmani a Cristo. Una missione che era stata affidata loro da san Francesco.

I corpi dei cinque frati, qualche tempo dopo, furono recuperati dai portoghesi e portati a Coimbra. Alla vista delle spoglie dei martiri, don Fernando rimase fortemente colpito. E lui stesso si sentì chiamato alla missione di evangelizzare i musulmani, anche fino al martirio. Dopo aver ottenuto il permesso del suo superiore, lasciò l’abito dei canonici e si unì ai francescani. Per segnare quel cambiamento di vita, Fernando assunse il nome di Antonio, in onore di sant’Antonio Abate, al quale era intitolato il romitorio di Olivais, a Coimbra, dove vivevano i primi francescani portoghesi. Poi, chiese al suo nuovo superiore, Giovanni Parenti (che nel 1227 sarebbe diventato il primo successore di san Francesco), di poter partire come missionario. Il permesso fu accordato. Fu così che Antonio e un confratello (Filippino di Castiglia), nell’autunno del 1220, partirono per il Marocco.

Ma le cose non andarono come Antonio auspicava. In Africa, infatti, il santo contrasse una malattia che gli impedì di predicare. Il confratello lo convinse perciò a rientrare in patria. Fu così che i due frati si imbarcarono verso la penisola iberica. Ma anche stavolta, potremmo dire, Dio aveva altri progetti. La nave su cui viaggiava il santo fu spinta da una tempesta fino alle coste della Sicilia orientale, naufragando tra Tusa e Caronia. Da lì sarebbe iniziata una nuova straordinaria fase nella vita di Antonio. Lui e il suo confratello si spostarono, lungo la costa, verso est, arrivarono fino a capo Milazzo (dove sorge un santuario rupestre a ricordo del passaggio del santo originario di Lisbona) e, con l’aiuto dei pescatori del luogo, raggiunsero il convento francescano della città. Qui, vennero informati del fatto che Francesco aveva convocato, per la Pentecoste del 1221, un Capitolo Generale. Anche Antonio volle parteciparvi, giungendo ad Assisi dopo diverse settimane di cammino a piedi. Fece così esperienza di quello che passò alla storia come il “Capitolo delle Stuoie” (30 maggio – 8 giugno), così chiamato perché i circa tremila francescani che vi presero parte si sistemarono in capanne fatte di stuoie. Il nostro Antonio era ancora sconosciuto alla stragrande maggioranza del suo nuovo Ordine e lo sarebbe stato ancora per più di un anno, cioè fino a quando – era il settembre 1222 – il suo superiore non si accorse, per una circostanza provvidenziale, dello straordinario talento del santo portoghese (fino allora destinato ai lavori più umili) nella predicazione.

Il resto della storia e della parabola di Antonio all’interno dell’Ordine Serafico è più che noto, ma appunto la svolta era avvenuta in quel giorno del 1220 in cui l’allora don Fernando si era trovato davanti agli occhi le salme di quei gloriosi martiri. Lui stesso aveva testimoniato che era stato proprio il martirio di Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto a dargli la motivazione decisiva per entrare tra i francescani. Non per nulla, nel 1946, il venerabile Pio XII scelse la data del 16 gennaio – giorno in cui la Chiesa celebra i cinque protomartiri francescani – per la lettera apostolica Exulta, Lusitania felix, con la quale proclamò solennemente sant’Antonio di Padova dottore della Chiesa, conferendogli il titolo di Doctor evangelicus.