• IDEOLOGIA VS. NATURA

Come i figli obesi diventano dello Stato

Abbiamo già visto lo Stato inglese impossessarsi dei figli malati di famiglie che chiedevano cure. Ora è emerso il caso di due ragazzini sottratti a una famiglia “amorevole” ma in difficoltà circa l’educazione alimentare. Come si arriva fin qui? Perché la salute alimentare basta a mettere in ombra altri beni primari? Lo spiegano il materialismo e il relativismo, per cui la famiglia è un’erogatrice di servizi e le priorità sono quelle dell’ideologia dominante.

Abbiamo già visto lo Stato inglese impossessarsi dei figli malati (come Alfie o Charlie) di famiglie che semplicemente chiedevano il loro trasferimento in altri ospedali per tentare alcune cure da questi proposte. La scusa è sempre “il miglior interesse” del bambino. In sintesi, la morte è ritenuta un bene maggiore per questi piccoli rispetto a una vita malata. E se i genitori non la pensano così allora la potestà di decidere va loro sottratta.

Da qui ci vuole poco perché il passo successivo sia la rimozione da casa di bambini il cui stato fisico non si allinea alle priorità dell’ideologia salutista. Insomma, quando lo Stato decide non più in base alla legge naturale (che ha come priorità il benessere psicologico e dell’anima di una persona oltre a quello della salute del corpo) ma in base all’ideologia corrente, per i papà e le mamme di tutto il mondo c’è da tremare.

E’ così che due fratelli, un maschio di 17 anni e una femmina di 13, sono stati portati via di casa perché obesi. Sembrerebbe impossibile, tanto che la reazione normale è quella di domandarsi se in realtà non ci fosse altro sotto la decisione del tribunale britannico. Invece, è stato proprio il giudice, Jillian Ellis, ad ammettere che "tutti concordano sul fatto che questo è un caso molto triste e insolito di una famiglia amorevole, in cui i genitori soddisfano molti dei bisogni fondamentali dei bambini”, ma in cui ha prevalso l'allarme dell'autorità locale che “si è preoccupata che i genitori non soddisfino i bisogni di salute dei bambini, che sono entrambi in grave sovrappeso”, aggiungendo persino che “i bambini hanno chiaramente avuto dei buoni genitori, poiché questi erano educati, brillanti e coinvolgenti". Nessuna incuria, dunque, nessun disamore da parte di mamma e papà, solo una fatica generale per quanto riguarda l’educazione alimentare. Eppure, il difetto, magari anche grave (non si conoscono i dettagli sull’entità dell’obesità) è bastato per spaccare in due una famiglia.

Ma come si è arrivati fino a qui? Come mai non si è cercata un’altra via per aiutare genitori e figli, ammesso che l’obesità dei bambini fosse così grave? Tutto era partito dalle preoccupazioni dei servizi sociali di Sussex, che avevano portato il caso di fronte ad un tribunale di famiglia. L'autorità locale aveva pagato l'abbonamento a una palestra per la famiglia, che si era anche iscritta ad un programma di dimagrimento. I genitori dei due ragazzini non erano però stati in grado di seguire con costanza le direttive. La madre ha infatti spiegato alla corte che il lockdown aveva reso difficile la continuità dell’impegno. Nonostante ciò, quando il caso è passato al giudice Ellis, questa ha affermato che “avrebbero potuto continuare gli esercizi in casa o camminando fuori”. La domanda che sorge però è: come si può chiedere ad una famiglia abituata a nutrirsi in un certo modo e a non fare esercizi di sbrigarsela da sola? Perché è chiaro che le chiusure lasciano i nuclei familiari isolati incrementandone le fatiche. Inoltre, anche se la famiglia non fosse riuscita nell’intento in condizioni normali, non si poteva pensare un centro per la rieducare i ragazzi o ad altri interventi sanitari anziché separare il nucleo?

E ancora, la salute fisica è più importante di quella mentale, tanto da giustificare un danno psicologico come quello causato dall’allontanamento di due ragazzini dai propri genitori e dalla propria casa? Basta un minino di buon senso per comprendere che la sentenza genera più danni e dolore dell’obesità stessa, sulle cui cure occorreva insistere nuovamente senza arrivare ad una soluzione che vede la famiglia come un semplice erogatore di soddisfazione dei bisogni primari, sostituibile con un altro erogatore (ragion per cui lo Stato poi affida figli a persone dello stesso sesso), come ha ammesso di pensare il giudice stesso, per cui i genitori “soddisfano molti dei bisogni fondamentali dei bambini” meno che uno. Una visione prettamente materialista, che mette la salute fisica in testa ad altre priorità. Lo stesso giudice ha ribadito di non attribuire alcuna "colpa morale" ai genitori dei ragazzini e che è solo la salute dei bambini che ha "guidato il mio processo decisionale".

Ellis si è ritenuta “soddisfatta”, nonostante sia “consapevole che questa è una decisione seria che cambia la vita e con la quale molte persone potrebbero non essere d'accordo, ritenendo che le questioni di obesità siano questioni di scelta e stile di vita, con cui lo Stato non dovrebbe interferire”. In effetti lo Stato dovrebbe entrare nella vita privata di una famiglia, separandone i membri, solo laddove ci sia una instabilità psichica tale dei genitori e un’incuria fisica così grave e voluta da richiedere una misura tanto drastica, proprio perché la famiglia, con tutti i suoi difetti, è sempre stata considerata dal diritto come l’alveo migliore per la crescita della persona. Ma tolta appunto la legge naturale, capace di stabilire dei confini oggettivi fra bene e male e delle priorità, il diritto e la sua applicazione diventano arbitrarie e interpretabili a seconda dai valori in voga.

C’è da sperare che quello raccontato sia un caso, seppur gravissimo e indice di un pensiero diffuso e pericoloso, isolato: dati governativi relativi all’anno 2014 hanno rivelato che fino a 74 bambini con obesità patologica erano già stati presi in carico nei cinque anni precedenti in Inghilterra, Galles e Scozia. Di questi non sappiamo quanti siano stati separati dai genitori.