Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Beata Vergine Maria del Monte Carmelo a cura di Ermes Dovico
Ora di dottrina / 96 – Il supplemento

Come fieno appassiranno, ovvero: il senso dell’attesa

La Chiesa dedica un tempo liturgico per educare all’attesa, eppure non siamo più capaci di attendere. Nemmeno di fronte al male. Ma le Scritture ci danno la certezza che gli empi hanno le ore contate e che Dio non abbandona i giusti.

Catechismo 24_12_2023
Fieno (licenza CC0 1.0 deed)

Siamo alla Vigilia del Santo Natale, al compimento della solenne attesa dell’Avvento.

Non siamo più capaci di attendere. L’attesa che maturi a suo tempo quanto abbiamo seminato nel nostro orto; l’attesa del Natale per mangiare un solenne panettone; l’attesa della primavera, per mangiare le prime fragole; l’attesa di un incontro per parlare confidenzialmente con un amico, l’attesa delle molte pagine di un libro. Tutto è sempre disponibile, tutti sono facilmente raggiungibili: perché attendere?

Eppure l’attesa è il tempo in cui purificare, orientare, dilatare il desiderio. La Chiesa dedica un tempo liturgico per educare all’attesa e purificare il desiderio, facendolo crescere man mano che il giorno della venuta del Signore si avvicina. O Oriens, o Adonai, o Emmanuel, o Rex gentium, veni et illumina, veni et salva, veni ad redimendum nos! È questo il tenore delle antifone “O”, le antifone degli otto giorni che ci avvicinano al Natale. Il tempo dell’attesa, carico di dolore, di sospiri, talvolta di scoraggiamento, è anche insidiato dalla seduzione di volgere il desiderio altrove, dalla tentazione di dubitare che veramente il Signore stia per venire, dalla voglia di costruire noi, con le nostre mani, una salvezza più certa e più vicina. Allettamenti ai quali si deve resistere, ripetendo nella mente e nel cuore le grandi antifone dell’Avvento.

Non siamo più capaci di attendere. Nemmeno di fronte al male: vogliamo che perisca subito, che i colpevoli siano puniti immediatamente, che le cose cambino all’istante. «Non adirarti contro gli empi, non invidiare i malfattori. Come fieno presto appassiranno, cadranno come erba del prato» (Sal 37, 1-2). Le Sacre Scritture conoscono molto bene lo sdegno che monta nel cuore di chi ama il bene e la giustizia quando vede il male e l’iniquità trionfare. Quando il giusto viene umiliato, l’innocente calpestato, il veritiero silenziato, che fare? Che cosa pensare?

Il tempo dell’attesa, di fronte al male che monta, può essere contaminato dalla rabbia, dallo zelo amaro, da un eccesso di indignazione, dall’inquietudine. Ma la rabbia fa male solo a chi la coltiva e l’agitazione conduce sempre su vie sbagliate, mentre né l’una né l’altra scalfiscono il potere del male: «Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui; non irritarti per chi ha successo, per l'uomo che trama insidie. Desisti dall'ira e deponi lo sdegno, non irritarti: faresti del male, poiché i malvagi saranno sterminati, ma chi spera nel Signore possederà la terra» (Sal 37, 7-9).

Se c’è un’idea ricorrente in questo salmo e, in generale, in tutte le Scritture è la certezza che i malvagi hanno le ore contate. La loro rovina è certa, la disfatta dei loro piani pure. Tutta la loro forza, con cui spargono terrore, menzogna e morte è paragonata al fieno e all’erba che in un istante vengono meno; tutte le macchinazioni dell’empio non fanno altro che provocare il riso del Signore che «vede arrivare il suo giorno».

L’idea dell’erba che secca e appassisce richiama anche una parabola evangelica decisiva per comprendere il mistero del male: la parabola della zizzania (cf. Mt 13, 24-30); così decisiva da essere l’unica, insieme a quella del seminatore, che il Signore spiega esplicitamente ai discepoli. Il Lolium temulentum è un’erbaccia annuale, che però cresce diventando spiga, confondendosi così con il frumento. Questa somiglianza è molto più marcata nelle prime fasi della crescita, quando è veramente arduo cogliere la differenza tra l’uno e l’altro. La zizzania comporta anche un problema nel raccolto, perché tende a soffocare il buon grano, compromettendo così la rendita.

Il cuore della parabola sta in quella dilazione di tempo che il padrone del campo ordina ai servi zelanti: non strappate ora la zizzania, ma lasciate che cresca fino al giorno della mietitura. L’attesa.

Mentre sant’Agostino e san Giovanni Crisostomo la spiegano con l’osservazione che, fuori dalla botanica, nella realtà umana la zizzania può diventare buon grano con la conversione, san Girolamo fa un’altra considerazione, basata proprio sulla caratteristica del loglio: «Tra il grano e la zizzania, che noi chiamiamo loglio, finché questa resta erba e il suo stelo non produce la spiga, grande è la somiglianza e poca o nessuna la differenza che li distingue». Se non si attende, il grano buono viene strappato, perché confuso con la zizzania; ma anche viceversa: scambiando l’erba cattiva con la buona, alla fine si finisce per lasciar crescere quel male che si voleva estirpare. E se si attende male, il rischio è di diventare noi stessi zizzania.

Il tempo è dunque fondamentale, anche se a noi uomini piace poco: bisogna lasciar crescere il germoglio, poi l’erba e poi la spiga, perché, solo allora, Dio «allontani dalla famiglia dei santi non chi è sospetto, ma chi è manifestamente reo». Il tempo della pazienza divina è dunque tempo di maturazione: del buon grano, perché cresca e diventi forte, e non si lasci soffocare dalla zizzania; del loglio perché anch’esso cresca e si manifesti chiaramente la sua natura maligna.

Non si tratta di un invito a non far nulla nel frattempo, perché il Signore, nella parabola, velatamente rimprovera i suoi servi in quanto è proprio a causa del loro essersi addormentati che la zizzania è stata seminata dal nemico. Dunque il cane deve abbaiare e la sentinella vegliare. La questione è un’altra: il male deve venire allo scoperto e coloro che lo hanno scelto pure. E per questo ci vuole tempo e pazienza.

Il tempo della dilazione è pertanto un tempo prezioso e terribile: quanto più il male cresce, tanto più si rende chiaramente manifesto; e quanto più diviene manifesto, tanto più si avvicina il tempo della mietitura. È dunque solo per la loro stoltezza che quanti compiono il male gongolano dei loro trionfi: non si avvedono che la rovina è su di loro. Rovina tanto più imminente quanto più gli empi si moltiplicano, la malvagità aumenta la sua forza e tutto appare come pervaso di male e di morte. Ed è per la loro poca fede, che genera l’impazienza, e l’impazienza che genera lo zelo amaro, che i buoni tentennano e dubitano: «uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14, 31).

Ecco perché la grande raccomandazione del Salmo 37 è quella di non cedere allo scoraggiamento, allo sdegno, di non permettere che il “ritardo” dell’intervento di Dio ci conduca a dubitare della sua azione sul mondo e sulla storia. Ripetuta è anche l’esortazione a non cedere alle logiche del malvagio, vedendo che lui ha fortuna, mentre chi compie il bene è sempre vessato. La grande tentazione è quella di avvalersi delle dinamiche del male, perché si rivelano foriere di successo, magari con l’illusione, sempre presente, di farlo a fin di bene. Bisogna rimanere fermi, rafforzandosi al pensiero che il Signore prova, ma non abbandona: «Il Signore fa sicuri i passi dell'uomo e segue con amore il suo cammino. Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano. Sono stato fanciullo e ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato né i suoi figli mendicare il pane» (Sal 37, 23-25).

E confortarsi con la certezza che se il malvagio aumenta la sua arroganza è per rimanere schiacciato dai suoi stessi piani: «Gli empi sfoderano la spada e tendono l'arco per abbattere il misero e l'indigente, per uccidere chi cammina sulla retta via. La loro spada raggiungerà il loro cuore e i loro archi si spezzeranno» (Sal 37, 14-15). Pensiero vendicativo, che non ha ancora compreso la logica del Vangelo? Ma è proprio il Vangelo a richiamare questa certezza, per tenerci lontani dal male e confortarci nel tempo della prova. Ogni sera, quando la luce viene meno e l’ombra si allunga, quando le tenebre sono pronte ad inghiottire il chiarore, la Santa Madre Chiesa vuole che si canti con cuore lieto e grato il cantico dell’intervento certo di Dio nella storia, per sconvolgere i piani degli uomini: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1, 51-52).

Allora, buon Natale a tutti!