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Coltellate nell'istituto di La Spezia: un fallimento dell'integrazione

Inutile fingere di non vedere il problema: lo studente marocchino che, per gelosia, pugnala in classe il compagno di scuola egiziano è un esempio eclatante di integrazione fallita. Perché non tutte le culture degli immigrati possono integrarsi.

Attualità 19_01_2026

«Provo grande dolore per la morte del giovane studente dell’istituto “L. Einaudi – D. Chiodo” della Spezia, una tragedia che colpisce profondamente la comunità scolastica e l’intero Paese. Esprimo il mio cordoglio alla famiglia della vittima, ai compagni di scuola, ai docenti e a tutto il personale dell’istituto». Così si è espresso il Ministro del Merito (Istruzione) Valditara, a poche ore di distanza dal terribile episodio di violenza accaduto a La Spezia. E per martedì – tanto per cambiare - è stata indetta una “giornata del rispetto”, l’ennesimo pistolotto psicoeducativo che scarica sulla scuola pesi e responsabilità che hanno la loro origine in ben altri contesti.

Della dolorosa vicenda ne stanno parlando tutti gli organi di informazione, ma vale la pena riassumerla qui brevemente: uno studente di 18 anni - Youssef Abanoub, di origini egiziane, è morto dopo essere stato colpito all’addome da Atif, un suo coetaneo marocchino, in pieno orario di lezione e all’interno dell’aula. Una scena disumana, che ha scosso studenti e personale scolastico. Le condizioni del giovane erano apparse subito gravissime: perdita massiccia di sangue, lesione alla milza e ad altri organi, corsa disperata verso l’ospedale Sant’Andrea dopo i primi soccorsi della Croce Rossa e del 118, poi l’arrivo in shock room e l'intervento chirurgico. Tutto inutile, purtroppo. All’origine dell’azione, pare, un dissidio nato nei giorni scorsi per motivi sentimentali legati a una ragazza. Ma è evidente che si tratta solo del catalizzatore e non della causa prima.

Suscita rabbia, insofferenza e, insieme, un frustrante senso di impotenza, leggere infatti le numerose dichiarazioni dei politici e dei vari “addetti ai lavori” che hanno fatto seguito all’episodio. Per non parlare, poi, delle immediate strumentalizzazioni politiche messe in atto contro il Governo, trasformando la tragedia in uno scontro politico.

Certo, il fatto è avvenuto all’interno di una scuola, ma il problema è davvero di natura scolastica? O non è necessario, invece, avere il coraggio di guardare in faccia la realtà tutta intera e interrogarsi lealmente su cosa si può e si deve fare? Potrà risolvere il problema della violenza giovanile, che sta crescendo in modo esponenziale nel nostro paese, gravare la scuola dell’ennesima ridicola “educazione al rispetto” o installare i metal detector all’ingresso degli istituti, come ha dichiarato il Ministro Valditara: «Quello che noi possiamo e dobbiamo fare, a mio avviso, in quelle scuole, diciamo, di maggior rischio, dove vi sono delle problematiche, è consentire al preside di installare, magari d'intesa con il prefetto, dei metal detector»? Rappresenterà forse un piccolo deterrente – ammesso che si riesca a fare - ma la violenza troverà certamente altri canali per sfogarsi, e non solo all’interno degli edifici scolastici.

Nelle nostre città, anche in quelle che non sono certo delle metropoli, da un po’ di tempo imperversano gruppi di giovani violenti e baby gang, formate prevalentemente da figli di immigrati, a seguito di uno tsunami migratorio al quale non si era preparati. La Spezia, ad esempio, che fino all’inizio del nuovo secolo aveva conosciuto quasi esclusivamente migrazioni interne dovute alle attività militari e mercantili, dagli inizi del Duemila è stata travolta da flussi migratori che hanno modificato i lineamenti e le abitudini di una cittadina che fino ad allora, era rimasta - come gran parte della provincia italiana – al riparo dai grandi cambiamenti sociali che stavano fermentando nelle pentole a pressione delle grandi periferie metropolitane. Così, nel 2023 i cittadini stranieri regolari residenti a La Spezia erano già più di 13mila (e si sospetta che ora siano ventimila), ai quali si aggiungono un paio di migliaia di «clandestini» che vengono regolarizzati con una media di 700 cittadinanze l’anno. Tredicimila su 94mila abitanti, quasi il 14% della popolazione. E tanti musulmani.

Tutto questo ha prodotto a La Spezia, come in tante altre nostre città di provincia, cambiamenti incontrollabili, portando con sé, inevitabilmente, il problema della sicurezza.

Ragazzini in giovanissima età e ragazzi più grandi (talvolta con presenze anche femminili), che mal digeriscono i modelli di vita proposti dal mondo occidentale, trovano conforto e si spalleggiano aggregandosi in bande che seminano paura e disordine. All’interno delle loro famiglie di origine, che talvolta (ma non sempre) tentano di integrarsi nel tessuto sociale e civile, magari non trapela nulla, come nel caso del giovane omicida marocchino, ma al di fuori del contesto familiare il rifiuto delle regole e la violenza la fanno da padrona; evasione scolastica, minacce, pestaggi, risse, con uso di coltelli, bottiglie rotte, mazze, sono ormai purtroppo all’ordine del giorno e ci sono interi quartieri in cui è diventato pericoloso addentrarsi. Atif aveva persino dichiarato apertamente ad una sua professoressa che gli sarebbe piaciuto sapere «cosa si prova quando si uccide qualcuno» ma, si sa, i giovani spesso si divertono a fare affermazioni provocatorie e non si voleva certo immaginare che sarebbe arrivato a tanto…

Il punto, dunque, è avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, per il bene di tutti, e ammettere che il modello multiculturale, inclusivo e, in fondo, vuotamente relativista, proposto dall’Occidente europeo e costantemente fatto risuonare come un mantra anche all’interno delle scuole, è un fallimento totale.

Cosa può far emergere, nel cuore di un giovane che per natura sarebbe portato a desiderare la felicità, la realizzazione di una vita appagante, di relazioni affettive vere e profonde, magari di una famiglia e di figli, il pensiero di verificare cosa si prova quando si uccide il prossimo? C’è evidentemente qualcosa che non va. Questi giovani appartengono a culture e modelli di vita, nonché a religioni (in prevalenza quella musulmana), che poco o nulla hanno a che fare con lo stile di vita dei nostri paesi . Dentro di loro nascono e si alimentano, per questo, sentimenti di rabbia e frustrazione che poi hanno bisogno di esplodere, trasformandosi in desiderio di distruzione.

Per il bene di tutti occorre un cambiamento radicale. Questi giovani –che potrebbero essere nostri figli- sono infelici vittime di un sistema sbagliato, e con la loro violenza producono infelicità. Oggi abbiamo due famiglie distrutte: un giovane morto e un altro che passerà anni in galera, con un peso tremendo sulla coscienza. A chi giova alimentare questa situazione?

Occorre ripensare completamente, senza barriere di schemi ideologici, il modello di immigrazione che fino ad oggi è stato seguito. Non cambieremo questa situazione, che ogni giorno che passa si aggrava, e che già altri paesi europei stavano palesando in modo eclatante (quindi potevamo aspettarcelo..), con i buoni sentimenti delle parole d’ordine come “inclusione”, “accoglienza”, “tolleranza”, “rispetto” e chi più ne ha più ne metta. Bisogna riconsiderare con lealtà e coraggio quello che il Cardinale Biffi (sebbene messo alla pubblica gogna e isolato persino all’interno della Chiesa) disse apertamente affermando che «Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione… In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all'onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l'inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell'Est Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta - essendo "laicamente" motivata - non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall'ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche…»

Un sano realismo, che non è certo discriminazione ma vera attenzione alla persona, perché non abbiano ancora a ripetersi episodi come quello di La Spezia e si gettino davvero le basi per una convivenza orientata al bene di tutti.