Cina-Écône, chi estorce la regolarizzazione e chi la rifiuta
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Perché non riconoscere i vescovi della Fraternità come quelli imposti da Pechino? Questi ultimi di fatto si autoinvitano in comunione con Roma, mentre i primi se ne autoescludono per operare in proprio. Le nomine governative cinesi restano discutibili ma non giustificano lo scisma lefebvriano.
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Dobbiamo oggi affrontare l’obiezione dei due pesi e delle due misure: in Cina si consacrano vescovi senza alcun mandato della Sede Apostolica, per volontà di un governo ateo e comunista, e il Vaticano non scomunica nessuno; la Fraternità Sacerdotale San Pio X consacra quattro vescovi e il giorno dopo il Dicastero per la Dottrina della Fede dichiara le scomuniche. A questa obiezione se ne associa un’altra: il Papa non poteva riconoscere i vescovi della FSSPX, visto che riconosce quelli cinesi?
Incominciamo da una constatazione di circostanza. L’accordo Cina-Vaticano, mediato dalla Segreteria di Stato e mantenuto riservato, è stato più volte oggetto delle critiche della Bussola, perché appare, almeno per quanto si può osservare, decisamente consenziente ai capricci del governo cinese, il quale ha già più volte imposto ad alcuni vescovi cattolici cinesi di consacrarne altri senza un accordo previo con la Santa Sede. Il problema dunque c’è e si vede. Ma si vede anche l’estrema delicatezza della situazione dei cattolici in Cina, dove la fedeltà alla Chiesa cattolica viene non di rado pagata con la privazione della libertà e la stessa vita. Un rifiuto della Santa Sede potrebbe comportare conseguenze estremamente pericolose per la presenza dei cattolici in Cina. Non è questo il caso della FSSPX.
Dobbiamo anche tenere presente che, non conoscendo i termini dell’accordo sino-vaticano, non sappiamo se il Papa abbia accordato un’approvazione tacita ad eventuali consacrazioni episcopali, anche senza il mandato esplicito.
Dal mero punto di vista delle circostanze, la situazione dei vescovi cinesi non è dunque paragonabile a quella della FSSPX; in Cina, la Santa Sede sta cercando una soluzione pratica che permetta alla Chiesa di continuare a sussistere con una gerarchia legittima e ai fedeli cattolici di continuare ad esistere e praticare la propria fede (soluzione che, allo stato attuale, appare assai problematica), mentre nel caso della FSSPX queste necessità non sussistono.
Ma andiamo al nocciolo della questione: le consacrazioni senza mandato nella Repubblica popolare e quelle della FSSPX sono effettivamente da porsi sullo stesso piano? La risposta è negativa. Anzi, sotto un certo punto di vista, sono diametralmente opposte. Nel caso dei vescovi cinesi, certamente la Santa Sede potrebbe rifiutare la comunione ai vescovi consacrati senza il mandato apostolico, ma nel momento in cui decide di riconoscere queste consacrazioni, questi vescovi sono vescovi della Chiesa cattolica, appartengono al corpo episcopale, sono soggetti al Papa. Qualunque sia il fine ultimo perverso del governo cinese, questi impone consacrazioni episcopali perché questi vescovi vengano accettati dalla Chiesa cattolica, ossia pretende una regolarizzazione canonica da parte della Santa Sede di vescovi ordinati senza mandato.
Paradossalmente, la FSSPX ha preso la direzione opposta. Essa, di fronte alla proposta di regolarizzazione da parte della Santa Sede ha sempre sistematicamente rifiutato di accettarla: prima nel 1988, poi nel 2012 e quindi ancora nel 2018, quando, come ha di recente dichiarato mons. Guido Pozzo, don Davide Pagliarani respinse una dichiarazione che era maturata di comune accordo, con il pretesto che prima «Roma avrebbe dovuto riconoscere i suoi errori». Anche di recente, di fronte alla proposta del Dicastero di avviare nuovi confronti con lo scopo di raggiungere una regolarizzazione, don Pagliarani ha espressamente rifiutato. In sostanza, i vescovi cinesi accettano di entrare giuridicamente nella Chiesa cattolica, nonostante siano stati consacrati senza mandato, mentre quelli della FSSPX rifiutano questa proposta di reintegro.
Ancora, possiamo notare che, ad oggi, non risultano consacrazioni episcopali in Cina contro la volontà del Papa, ma semmai senza il mandato. E questa distinzione è di rilievo. Perché se talvolta è possibile consacrare senza il mandato del Papa, presumendo che il Papa tacitamente approvi consacrazioni che vengono effettuate in situazioni di grave necessità per la Chiesa, questo non è possibile quando invece la volontà del Papa si esprime esplicitamente in modo contrario.
Alla luce di quanto detto, diventa chiara la risposta anche alla seconda obiezione accennata: il Papa non poteva dare il mandato per le consacrazioni del 1° luglio a Ecône? Ne avevamo già parlato rispondendo a mons. Athanasius Schneider, quando chiedeva a papa Leone di concedere il mandato apostolico alla FSSPX per le consacrazioni episcopali annunciate. Ma come può il Papa concedere il mandato a chi vuole sottrarsi esplicitamente alla sua giurisdizione? Quanti pensano e dicono che “il Papa poteva anche dare il mandato”, non sanno quello che stanno dicendo; sarebbe chiedere che il Papa approvi uno scisma. Perché la Fraternità non stava chiedendo al Papa di concedere il mandato per poter esercitare il ministero nella comunione giuridica della Chiesa cattolica (che, ricordiamo, è necessaria quanto la professione della retta fede), e dunque nella sottomissione alla Sede Apostolica, ma precisamente per potersi sottrarre ad essa, una volta acquisita una “indipendenza sacramentale”.
C’è infine un’ultima risposta da dare all’obiezione dei due pesi e delle due misure. Se uno Stato avesse deciso irresponsabilmente di depenalizzare l’omicidio, si dovrebbe allora lottare per chiedere che venga depenalizzato anche lo stupro? O non si dovrebbe piuttosto lavorare perché l’omicidio torni ad essere sanzionato e regni l’ordine nella società? Se l’accordo sino-vaticano non è un buon accordo, qual è la soluzione: lavorare perché questo accordo venga modificato o esigere la libertà di commettere altri atti che si configurano come dei delitti canonici contro l’unità della Chiesa? Se nella casa di Dio regna una consistente impunità su molti fronti, la soluzione è forse quella di aumentare ulteriormente le situazioni di impunità? Davvero si fa veramente fatica a comprendere la logica dei “due pesi e due misure”; si può capire certamente lo stato d’animo di chi magari si vede colpito da una sanzione, mentre altri restano impuniti, ma se quella sanzione è giusta, non bisogna prendersela con l’autorità della Chiesa, ma correggere se stessi.
E purtroppo le scomuniche ai sei vescovi sono più che giustificate, così come è giusto ricordare ai sacerdoti e ai fedeli della FSSPX che la sottrazione abituale e sistematica all’autorità del Papa (rifiutando ogni proposta di regolarizzazione canonica), che la FSSPX vive da ormai oltre quarant’anni, significa essere nello scisma e l’adesione allo scisma è un grave peccato contro la comunione cattolica, che comporta la scomunica latæ sententiæ, anche se non dichiarata.
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