«Il beato Hoyek voleva fare del Libano una terra di libertà»
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Considerato uno dei creatori del Grande Libano, il patriarca Elias Hoyek è stato beatificato lo scorso 25 luglio. «Egli guardava alla politica con gli occhi del Vangelo. Sotto il suo impulso, i maroniti furono tra i primi popoli dell'Oriente a far trionfare l'idea moderna di patria». La Bussola intervista padre Dany Dargham.
(Da Beirut) - Il 4 agosto 2026 è stata una giornata densa di avvenimenti in Libano. Al sesto anniversario dell'esplosione al porto di Beirut, con relative cerimonie in onore delle oltre 230 vittime, si è sovrapposto l'inizio del nuovo round di negoziati tra Israele e il Paese dei Cedri sotto supervisione americana, a Roma. La comunità sciita, inoltre, ha celebrato l'Arbaeen, la fine dell'Ashura, i quaranta giorni di lutto per la morte dell'imam Husayn ibn Ali e dei suoi familiari nella Battaglia di Kerbela (10 ottobre 680). In occasione di quest'ultima ricorrenza, il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha chiesto al governo libanese di interrompere i negoziati con Israele, che «hanno portato benefici solo a Tel Aviv». Da Baalbek, nel nord-est del Paese, Qassem ha dichiarato che «la Resistenza continuerà (e non cederà le armi, nda) finché durerà l'occupazione israeliana; difenderemo la nostra terra, i nostri diritti e la nostra patria nello spirito di Kerbela». Le parole di Qassem hanno suscitato la reazione del primo ministro Nawaf Salam, che su X ha definito il discorso del segretario della milizia sciita «una velata minaccia di guerra civile». Frattanto nel sud del Libano l'esercito israeliano continua a uccidere e demolire interi villaggi per «smantellare la rete di Hezbollah», nonostante i negoziati in corso e nonostante il fatto che l'accordo stipulato col Libano il 26 giugno preveda un cessate il fuoco e impegni Israele a ritirare le truppe dal Paese, senza però stabilire quando.
In una Beirut oppressa dall'afa e semideserta – è giornata di lutto nazionale e tutti gli uffici sono chiusi –, con la sola compagnia del drone israeliano che non smette di ronzare sopra la nostra testa, incontriamo padre Dany Dargham, giovane sacerdote maronita e parroco della chiesa di Notre-Dame des Dons ad Achrafieh, quartiere cristiano della città. L'argomento della nostra conversazione è la recente beatificazione, avvenuta lo scorso 25 luglio, del patriarca maronita Elias Hoyek (1843–1931), alla presenza del patriarca attuale, cardinale Béchara Boutros Raï, del cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, e di migliaia di pellegrini.
Hoyek è considerato uno dei creatori del “Grande Libano” (le Grand Liban), l'entità statale amministrata dalla Francia su mandato della Società delle Nazioni che aprì la strada alla Repubblica libanese e alla successiva indipendenza del Paese nel 1943. Dopo secoli di dominazione ottomana, la creazione del Grande Libano nel 1920 segnò la nascita ufficiale di un'identità nazionale libanese. Essendo tra i fondatori del Libano attuale – confini compresi – il patriarca Hoyek non è noto solo ai cristiani di fede maronita: la sua vita e la sua opera sono materia di studio nelle scuole. Chiediamo a padre Dargham – laureato in Scienze Politiche e profondo conoscitore della storia libanese – di approfondire l'importanza della figura di Hoyek per il Libano dei suoi tempi e per il Paese attuale. «Beato Patriarca Elias Hoyek... Perdonaci». Padre Dargham aveva iniziato così la sua omelia durante la Messa domenicale all'indomani della beatificazione di Hoyek. «Perdonaci perché abbiamo fatto del tuo nome oggetto di controversia politica, mentre sei stato prima di tutto un pastore e un padre spirituale. Ciascuno ha voluto costruirsi un Hoyek a sua immagine, secondo le proprie convinzioni, dimenticando l'uomo reale, cosa che è un'ingiustizia verso la storia e verso la verità».
Don Dargham, cosa intendeva dire con quelle parole?
Alcuni rimproverano al patriarca Hoyek di aver voluto il Grande Libano, accusandolo di aver diluito i cristiani in un insieme più vasto [Il nucleo originale del Grande Libano era il Monte Libano, la regione cristiana attorno a Beirut che Hoyek ha insistito fortemente di estendere fino ai confini attuali, nda]. Altri pretendono che fosse animato da un ideale panarabo o che desiderasse integrare il Libano in un progetto politico arabo. La verità è ben altra: coloro che leggono Hoyek unicamente sotto il prisma della politica mancano l'essenziale. Dobbiamo leggerlo per quello che fu realmente, e non per come le nostre ideologie vorrebbero che fosse, smettere di arruolarlo nelle nostre battaglie politiche per riscoprire il testimone del Vangelo che è stato, poiché egli guardava alla politica con gli occhi del Vangelo. È necessario restaurare la verità del suo volto, perché un beato non è chiamato a difendere un partito, è chiamato a guidare un popolo verso la verità. Hoyek, prima di qualunque altra cosa, era profondamente maronita.
Cosa significa essere maroniti? E in cosa il patriarca Hoyek ha espresso la sua identità di maronita anche nelle sue idee e decisioni politiche?
La vocazione maronita non è né il ripiegamento su sé stessi, né la dissoluzione nell'altro, bensì una vocazione di libertà. Ed è qui che dobbiamo rileggere la nostra storia con esattezza. Il patriarca Hoyek non è una parentesi nella storia della Chiesa maronita, ma si iscrive in una continuità che comincia con san Marone e prosegue attraverso i secoli: la convinzione che debba esistere, in Oriente, un luogo dove l'uomo possa vivere la propria fede in totale libertà. Da più di quattordici secoli, la libertà costituisce l'anima stessa del progetto maronita. Ma la libertà non può vivere nel vuoto, ha bisogno di una terra. Ha bisogno di una patria. Ecco perché, per il patriarca Hoyek, il Grande Libano non era un fine in sé. Era il mezzo, era il corpo chiamato a portare un'anima: quella della libertà. Uno spazio in cui i maroniti potessero preservare la propria fede e la propria missione, ma anche una terra aperta a chiunque aspiri a vivere liberamente, indipendentemente dalla propria appartenenza religiosa ed etnica. Così, il Grande Libano non rappresentava semplicemente un ingrandimento territoriale, ma incarnava una visione: la convinzione che la persona umana sia più grande del potere, che la libertà sia più forte della dominazione, e che una patria debba essere la dimora della dignità, mai la prigione dei popoli. Hoyek non cercava soltanto di tracciare confini: ha proclamato l'unità dove regnava la divisione. Voleva offrire un luogo dove la dignità umana potesse respirare.
Che Libano era quello dell'epoca di Hoyek? E come il patriarca ha inciso sulla mentalità dei suoi tempi?
Non era ancora il tempo degli Stati-nazione, era il tempo degli Imperi. I popoli erano governati dall'alto, e non da sé stessi. Ed è in questo contesto che un uomo di Chiesa, senza esercito, senza ricchezze, senza potenza militare, riuscì a ottenere il riconoscimento internazionale di una patria. Questo fatto supera la sola intelligenza politica: è un evento storico straordinario. Sotto il suo impulso, i maroniti furono tra i primi popoli dell'Oriente a far trionfare l'idea moderna di patria, mentre la regione rimaneva ancora chiusa nella logica degli imperi.
Cosa dice la figura del patriarca Hoyek al Libano attuale?
Oggi, più di un secolo dopo questi eventi, i libanesi possono dibattere delle scelte politiche. È un loro diritto. Queste erano precisamente le motivazioni che animavano Hoyek: fare del Libano una terra di libertà. E se questa libertà dovesse scomparire, non sarebbe il fallimento del patriarca, sarebbe la nostra stessa infedeltà rispetto alla sua eredità. Oggi, di fronte alle tempeste che scuotono la nostra terra, il suo ricordo non deve essere una semplice pagina di storia, ma una bussola per il futuro del Libano.


