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Chi vuole Ippocrate sul banco degli imputati?

A Milano è andato in scena un cold case: alla sbarra il medico Ippocrate, interpretato dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, la difesa è stata assunta dall'avvocato Cesare Rimini. Carlo Nordio era la pubblica accusa, Luigi Isolabella e Umberto Veronesi i testimoni.

Ippocrate

Lunedì sera a Milano è andato in scena un cold case: alla sbarra è stato chiamato il medico Ippocrate vissuto a Kos nel V secolo avanti Cristo. L‘Associazione culturale Prospectus, con il patrocinio della Fondazione Veronesi, ha realizzato presso il Piccolo Teatro Studio uno spettacolo teatrale dal titolo “Processo a Ippocrate”.

Ippocrate era interpretato dal direttore di Avvenire Marco Tarquinio, la difesa è stata assunta dall’avvocato Cesare Rimini, il magistrato Carlo Nordio era la pubblica accusa, l’avvocato Luigi Isolabella e l’oncologo Umberto Veronesi rivestivano i panni dei testimoni e infine il magistrato Stefano Dambruoso il ruolo del giudice. Nessuno seguiva un copione scritto.

Quale era la condotta incriminata per cui Ippocrate avrebbe rischiato il carcere? La pietra dello scandalo possiamo trovarla in un passo del suo famoso giuramento: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio”.
Per il PM Nordio il reato è duplice. Da una parte il reato di violenza privata che si sostanzia quando “chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa”. Non dare la morte a una persona che la chiede sarebbe un atto di violenza. Dall’altra Ippocrate si sarebbe macchiato anche dell’illecito denominato “abuso di ufficio”, reato che si verifica quando, tra gli altri casi possibili, un incaricato di un pubblico servizio (medico) arreca a terzi un danno ingiusto. Tenere in vita una persona contro la sua volontà configurerebbe una lesione ingiusta.

A dargli contro al povero Ippocrate ci pensa anche Veronesi il quale, smettendo i panni di testimone e rivestendosi con quelli del giudice, ha accusato il collega di paternalismo, cioè di sostituirsi al paziente e di decidere al posto suo.
Ippocrate è stato assolto sia dalla giuria popolare che era rappresentata da tutto il pubblico del teatro: 216 voti a favore. Sia dal giudice Dambruoso il quale ha ricordato che nel nostro ordinamento giuridico non esiste un diritto a morire, dato che la vita è un bene indisponibile. Se, secondo la legge, non possiamo mutilarci un arto volontariamente, né guidare senza cinture o senza casco, figurarsi se esiste il diritto al suicidio. Libertà sì, ma non assoluta.

In merito invece ai capi di accusa prima menzionati, aggiungiamo noi qualche postilla. La violenza privata può sussistere solo in merito a un diritto quando questo è ostacolato nel suo esercizio o compresso. Ma, come accennato, non esiste un diritto a morire. Noi possiamo avere pieno dominio solo su quei beni che sono disponibili e la vita non è uno di questi. In relazione invece all’abuso di ufficio, impedire a una persona di morire non è mai un “danno ingiusto”. Tutto questo in punta di diritto.

Ma uscendo dall’ambito giuridico, quale era l’accusa che veniva rivolta a Ippocrate e ai suoi odierni seguaci? Che non concedendo la morte su richiesta il medico costringe il paziente a subire un vero e proprio accanimento terapeutico.
Qui si vogliono confondere le carte sul tavolo. In primo luogo il giuramento di Ippocrate vieta di uccidere qualcuno, ma non vieta trattamenti sanitari sproporzionati e quindi inutili. In secondo luogo occorre distinguere tra eutanasia omissiva e rifiuto dell’accanimento terapeutico. Nell’eutanasia omissiva io medico non ti do quelle terapie o mezzi di sostentamento vitali utili a vivere. Nel rifiuto dell’accanimento terapeutico io medico non ti somministro quelle terapie inutili per vivere.

A monte però dobbiamo porci una domanda: perché si è voluto processare Ippocrate? Perché vieta ai medici di uccidere il paziente anche quando questi glielo chiede. Il suo reato quindi è quello non di voler uccidere qualcuno, bensì l’opposto: quello di non voler uccidere nessuno. Di qui il paradosso che vede il reietto Ippocrate nella posizione di colui che è obbligato a discolparsi di una condotta che non è un reato.
È la stessa innocenza, cioè la buona pratica medica che è chiamata a lottare per la vita, che viene considerata delittuosa. Ippocrate è stato chiamato in giudizio dalla Fondazione Veronesi per difendersi dall’accusa di non voler sopprimere i propri pazienti. E l’onere della prova appare rovesciato: non è tanto il pm Nordio che deve trovare le prove della sua colpevolezza, ma piuttosto è il medico greco che è costretto a provare che non uccidere è cosa giusta.

L’Ippocrate in trasferta a Milano quindi ha dovuto dire alla giuria e al giudice una verità lapalissiana: "Ebbene sì, ho commesso il fatto che mi ascrivete: il fatto di salvare vite umane anche contro la volontà stessa dei pazienti. Ma il fatto non costituisce reato".
Sintomatico allora quello che è successo al Piccolo Teatro di Milano l’altra sera.
Per 2.500 anni appariva scontato che il medico non dovesse porre fine alla vita del paziente. Ippocrate è sempre stato considerato cittadino ben voluto da qualsiasi cultura ad ogni latitudine del pianeta. Ora passa per un criminale. Vero: è stato scagionato da pubblico e giudici, qualcuno dirà. Ma – aggiungiamo noi – non doveva nemmeno pervenirgli un avviso di garanzia.

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